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Weekly Analyses – 43/2008

Zimbabwe: attesi nuovi negoziati - Stati Uniti: l’accordo per il salvataggio di Citigroup - Germania: i rischi per l’Unione Europea se dovesse fermarsi la locomotiva tedesca - Thailandia: verso un nuovo colpo di stato? - Iran - Turchia: memorandum d’intesa per la cooperazione nel settore gas. Un altro passo verso l’Opec del gas?

Equilibri.net (24 novembre 2008)

Zimbabwe: attesi nuovi negoziati

Il meeting straordinario della Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe (SADC), tenutosi in Sudafrica il 9 novembre, ha riconosciuto per l'ennesima volta l'instabilità della crisi politica dello Zimbabwe, oltre alla volatilità dell'accordo di power sharing del 15 settembre. I ritardi e le incertezze nella nomina dei ministeri, in particolare nell'assegnazione del controverso ministero degli affari interni, hanno inevitabilmente condotto l'accordo di unità nazionale a un vicolo cieco. Da un lato, Mugabe è apparso intenzionato a nominare un esecutivo indipendentemente dalle richieste dell'opposizione; dall'altro, il Movimento per il cambiamento democratico (MDC) di Tsvangirai minaccia di usare la maggioranza parlamentare per bloccare l'azione di un governo irrispettoso dei risultati delle elezioni di marzo.

La nomina del governo da parte di Mugabe appare come la definitiva battuta d’arresto ai colloqui tra lo ZANU-PF e l’MDC, considerata anche l'infruttuosità dei negoziati mediati dalla SADC. Sarebbe invece attesa per oggi la convocazione di nuovi negoziati per la discussione della legge di emendamento costituzionale numero 19, che dovrebbe portare alla definizione della figura e degli incarichi del Primo Ministro, attualmente Tsvangirai, e alla “spartizione” dei poteri con la figura del Presidente. Tuttavia, data l'attuale situazione e la mancanza di dialogo politico, anche questi negoziati sembrano verosimilmente destinati a slittare e a rimanere mere dichiarazioni di intenti non seguiti da alcun reale impegno.

All'impasse politico segue inevitabilmente l'acuirsi della crisi economica, con tassi di inflazione insostenibili, e il peggioramento della situazione sociale, in particolare dal punto di vista dei flussi migratori e del collasso del sistema sanitario nazionale. Nonostante l'illegittimità formale e sostanziale di un governo Mugabe sia apertamente criticata dalla SADC e ormai anche dal Sudafrica, la Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe non riesce ad avere un'influenza decisiva o un ruolo risolutivo nei confronti della crisi. Data la palese irrealtà di un equo e spontaneo accordo tra Mugabe e Tsvangirai, l'alternativa auspicabile rimane un intervento decisivo dell'Unione Africana.

Massimo Corsini

Stati Uniti: l’accordo per il salvataggio di Citigroup

Dalla chiusura delle borse al termine della giornata di venerdì è andata facendosi sempre più insistente la possibilità di un accordo a sostegno del colosso finanziario da parte del Governo di Washington. Il piano, a cui hanno lavorato i vertici della banca e i funzionari governativi, è stato firmato nella notte e servirà per coprire perdite derivate da prestiti ed obbligazioni garantite da mutui per un totale di 306 miliardi di dollari, mentre 20 miliardi saranno prestati dal Dipartimento del Tesoro come supporto alla liquidità del gruppo. In una nota congiunta il Dipartimento del Tesoro, la Federal Reserve e la Federal Deposit Insurance Corp. hanno precisato che l’iniziativa del Governo è un impegno a sostenere la stabilità finanziaria del mercato, prerequisito fondamentale per rilanciare una crescita economica decisa.

A portare all’accordo tra le due parti è stato probabilmente il picco dei costi per le operazioni a tutela degli investitori della società dal rischio di default, aumentati esponenzialmente nell'ultimo periodo (fino a raggiungere i 500.000 dollari all’anno per ricevere al massimo 10 milioni di dollari in caso di default della banca). Citigroup rientrerà nel programma Troubled Asset Relief Program (TARP), piano da 700 miliardi di dollari approvato dal Congresso. Il Dipartimento del Tesoro investirà 20 miliardi di dollari a fronte di azioni privilegiate con un dividendo dell’8%, a restrizioni sui compensi degli alti dirigenti e all’ampliamento del programma di modifiche sulle condizioni dei mutui previsto dalla Federal Deposit Insurance Corp. In caso di necessità la FED potrebbe intervenire con un prestito assicurato accollandosi i rischi derivati dagli asset in cui sono stati impegnati i fondi governativi.

L’accordo firmato nella notte presenta un elemento di novità importante, poiché il Governo ha rifiutato il supporto agli asset di Citigroup maggiormente esposti a rischi o in cattive condizioni, come era stato ipotizzato invece dopo l’approvazione del programma TARP. La decisione riporterà quindi una certa fiducia nei risparmiatori, sempre più preoccupati dal rischio di una recessione fattasi quanto mai prossima e al contempo permetterà al Governo di mantenere sotto pressione i vertici societari. Sebbene non siano ancora trapelate notizie in merito, i manager alla guida del Gruppo potrebbero infatti essere sostituiti con uomini di fiducia della Fed o del Dipartimento del Tesoro come già successo nel caso AIG qualche mese fa.

Simone Comi

Thailandia: verso un nuovo colpo di stato?

I manifestanti sono scesi in piazza oggi a Bangkok costringendo il Parlamento a rimandare la seduta prevista in mattinata e minacciando di dirigersi in più di 20 mila verso l’aeroporto di Don Muang, dove da quasi tre mesi si riunisce il Governo, che ne utilizza alcuni spazi come sede.

Dall’agosto scorso la residenza governativa e i suoi uffici sono occupati dai dimostranti dell’opposizione guidata dal gruppo “People Alliance for Democracy” (PAD), tra i cui leader spicca la figura di Somsak Kosaisuk che ha dichiarato di voler cacciare il governo in carica. La composizione del movimento di protesta è variegata, ma presenta una forte componente filo-monarchica, che vede in quella repubblicana al governo un simbolo della corruzione. L’intento principale della rivolta, infatti, è quello di ottenere le dimissioni del Primo Ministro Somchai Wongsawat, cognato del precedente capo di governo Thaksin Shinawatra, influente uomo d’affari deposto dopo un colpo di stato nel dicembre del 2006 ed in seguito espatriato in Gran Bretagna per allontanarsi dalle accuse di corruzione pendenti su di lui e sulla moglie. Agli occhi dei dimostranti il rapporto di parentela che lega Thaksin al Primo Ministro è sintomo di un suo mancato allontanamento dalla politica tailandese.

Nonostante negli scorsi mesi le reazioni della polizia al movimento di protesta abbiano portato a scontri cui sono seguiti incidenti mortali, la repressione non è stata sino ad oggi estremamente violenta anche perché il responsabile della sicurezza Amupong Paochinoda incaricato dal primo ministro della gestione della crisi appoggerebbe i manifestanti. Le proteste, sebbene volte a rovesciare il governo e fortemente contrarie ad un ritorno di Thaksin nel Paese, potrebbero sortire un effetto non voluto. Se gli scontri dovessero continuare e la crisi inasprirsi si creerebbe un vuoto di potere che potrebbe favorire il ritorno dello stesso Thaksin alla guida del Paese. Se a Bangkok gran parte della popolazione gli è avversa, lo stesso non vale per la parte più povera che vive nel nord del Paese, in prevalenza agricoltori, da cui Thaksin aveva ricevuto l’appoggio nel periodo post Tsunami.
Anna Longhini

Germania: i rischi per l’Unione Europea se dovesse fermarsi la locomotiva tedesca

La Germania è oramai tecnicamente in recessione e gli effetti di tali crisi non potranno che farsi sentire a breve anche sul resto delle economia europee. L’economia di Berlino, in cui l’export gioca un ruolo centrale e ne ha garantito lo sviluppo dal dopoguerra in poi, rappresenta, infatti, un partner centrale per molti paesi del vecchio continente. Ad essere stati colpiti dalla crisi in particolar modo il settore dell’auto che cercherà di far fronte al calo delle ordinazioni con una serie di settimane di chiusura degli stabilimenti produttivi, una misura che interesserà tutte le case produttrici, (un discorso a parte merita la Opel ulteriormente gravata dalla crisi della GM). Il settore della chimica con l’azienda leader BASF che ha annunciato una sensibile riduzione degli ordinativi e la conseguente cassa integrazione in una serie di impianti. Ma anche il resto del tessuto produttivo tedesco ha subito o sta subendo un forte ridimensionamento nelle ultime settimane.

L’importanza dell’economia tedesca per l’intera Unione Europea è in dubbia, ci si aspetta perciò che già nelle prossime settimane possa essere elaborato un piano di sostegno che eviti, però, il ricorso a singole misure nazionali. L’aumento di richieste di sussidi pubblici che hanno interessato non solo Europa ed USA ma anche Cina ed India rende, infatti, improrogabile da parte dell’Unione dare una risposta condivisa e che veda come attori principali le istituzioni comunitarie e non i singoli paesi membri. Agire in maniera individualistica rischia di essere deleterio per il mercato e la moneta comune. Da questo punto di vista negli ultimi tempi si è registrato un cambiamento di rotta, soprattutto da parte di Berlino, che potrebbe condurre all’approvazione di un piano comune europeo di sostegno all’economia. Il piano dovrebbe essere sostenuto da ciascun paese con l’1% del proprio PIL. Ovviamente è ancora presto per poter avere certezze sul futuro delle misure previste, dovranno essere, infatti, trovati accordi sugli aiuti di stato, sul reperimento dei fondi e sulla gestione del patto di stabilità, ma è da registrare che dal G20 in poi Berlino e gli altri avversari del piano, sembrano propensi a rivalutare la loro posizione nei confronti di un fondo che verrebbe poi gestito dalla BEI. Non va, inoltre, dimenticato che tale piano inciderà sensibilmente sui bilanci dei singoli paesi e sul patto di stabilità. Sta di fatto, però, che qualora le alte economie europee dovrebbero frenare ulteriormente fermarsi per la Germania la crisi rischierebbe di diventare davvero insostenibile. Non è poi da escludere che l’attuale crisi rilanci il progetto europeo, negli ultimi mesi leggermente appannato.

Felice Di Leo

Iran - Turchia: memorandum d’intesa per la cooperazione nel settore gas. Un altro passo verso l’Opec del gas?

Lunedì scorso Teheran ed Ankara hanno firmato un accordo di cooperazione nel settore gas basato principalmente su 4 punti, ovvero la possibilità per il transito dal territorio turco di 35 mld di metri cubi di gas iraniano destinato al mercato europeo, la costruzione congiunta di una nuova pipeline di 1.850 km che collegherà il porto di Assaluyeh al Bazargan (nel sud dell’Iran) con la zona di frontiera con la Turchia nel nord-ovest, l’impegno di capitali turchi per lo sviluppo di ulteriori 3 fasi del giacimento di South Pars ed, infine, l’autorizzazione iraniana al transito sul proprio territorio del gas turkmeno diretto in Turchia.

Il Ministro del petrolio iraniano Gholam Hossein Nozari e il suo omologo turco Hilmi Guler, in una conferenza stampa congiunta, hanno chiarito che l’impegno finanziario turco allo sviluppo di South Pars, verrà ricompensato con la vendita in esclusiva ad Ankara del 50% del gas estratto (la previsione di sfruttamento è di circa 25 mln di metri cubi al giorno per ciascuna nuova fase di South Pars). Tale accordo va ad integrare una partnership che già oggi permette alla Turchia di acquistare il gas iraniano attraverso un gasdotto che dal nord-ovest, dalla città iraniana di Tabriz, giunge ad Ankara con tassi di circa 10 mld di metri cubi l'anno.

Sulla scia degli accordi con Ankara, le agenzie di stampa iraniane hanno inoltre dato risalto alla prospettiva, ancora non definita, ma ad un buon punto d’avvio, di una joint venture con Russia e Qatar per la creazione di un soggetto societario comune nel settore gas (Cfr. Energia: la creazione di un cartello del Gas). Sebbene oggi si parli solo di rafforzare il coordinamento (già discusso nel mese scorso a Teheran e poi in una riunione ripresa nei giorni scorsi a Doha), per il futuro, secondo il quotidiano russo Kommersant, Gazprom, Qatar Gas e la National Iranian Oil Company, potrebbero addirittura consorziarsi per costruire un oleodotto che da South Pars trasporti il gas in Qatar, dove poi lo stesso verrebbe liquefatto. Tale prospettiva è stata tuttavia smentita da Gholamhossein Nozari, il quale vorrebbe mantenere in Iran la lavorazione del gas da trasformare in Gnl.

I nuovi accordi fra Teheran ed Ankara non hanno trovato un buon riscontro presso l’amministrazione Bush, che già aveva aspramente criticato un primo accordo risalente al 2007, arrivando ad esortare il suo alleato Nato a sospendere gli affari con gli ayatollah. Ora sarà interessante vedere come si muoverà la nuova amministrazione Obama in tal senso, soprattutto di fronte alla paventata idea della costituzione di un Opec del Gas, prospettiva non gradita in occidente.

Massimiliano Frenza Maxia
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