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Weekly Analyses: 27/2009

Guinea Bissau: eletto il nuovo presidente - Honduras: ancora scontri e polarizzazione dopo un mese dal Colpo di Stato - Cina: il Dialogo Strategico ed Economico con gli Stati Uniti - Ucraina: il sostegno europeo per garantire le riserve di gas - Israele: il Ministro degli Esteri Lieberman accusato di corruzione.

Equilibri.net (03 agosto 2009)

Guinea Bissau: eletto il nuovo presidente

Malam Bacai Sanha ha ufficialmente vinto il ballottaggio del 26 luglio ed è stato nominato presidente della Guinea Bissau, piccolo paese dell'Africa occidentale, ex colonia portoghese fino alla metà degli anni Settanta. Malan Bacai Sanha, rappresentante del PAIGC (Partito Africano per l'Indipendenza di Guinea- Bissau e Capo Verde), ha avuto la meglio sul suo diretto avversario, Kumba Yala, già presidente della Repubblica ed esponente del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), ottenendo il 63% dei voti, con un tasso di affluenza del 61%. Il primo turno si era tenuto il 28 giugno scorso, ed aveva visto imporsi lo stesso Sahna su Kumba Yala, e Henrique Rosa (che aveva guidato il paese dal settembre 2003 all'ottobre 2005).

Le elezioni erano state organizzate per sostituire l'ex presidente Joao Bernardo Vieira, ucciso il 2 marzo scorso da parte di un gruppo ristretto di militari “rinnegati”. Si era successivamente aperta una fase di grave instabilità politica, con la minaccia di possibili scontri tra le varie fazioni, ivi incluse le Forze Armate. Gli esiti della recente tornata elettorale sembrano aver allontanato per il momento il rischio di una guerra civile, con un risultato che non lascia dubbi sulla sua legalità: il candidato sconfitto, Kumba Yala, che alle elezioni presidenziali del 2000 aveva battuto Sahna, ha infatti accettato l'esito del voto, dichiarando di voler contribuire “...alla pace, stabilità e sviluppo del mio paese.”. Anche i 150 osservatori internazionali presenti per monitorare lo svolgimento del voto hanno testimoniato sulla positiva riuscita delle elezioni.

Il nuovo presidente della Guinea Bissau si trova comunque a dover gestire una situazione delicata e complessa. Il paese è uno dei più poveri al mondo, e figura al terzultimo posto nell'indice di sviluppo umano stilato dallo UNDP. Negli ultimi anni la Guinea Bissau sta inoltre emergendo come uno dei principali centri di smistamento della cocaina proveniente dal Sudamerica e diretta verso il mercato Europeo. Il fenomeno del narcotraffico è al contempo conseguenza e causa della situazione di instabilità ed insicurezza del paese, stimolando un livello di corruzione ai vertici di governo e della pubblica amministrazione già tra i più alti del continente africano. Il rischio è che la tregua iniziata con la proclamazione del nuovo presidente non regga alla prova dei fatti, portando la Guinea Bissau sull'orlo del collasso politico-istituzionale e del fallimento economico.

Desk Africa

Honduras: ancora scontri e polarizzazione dopo un mese dal Colpo di Stato

La situazione hondurena, che nell'immediato dopo-golpe sembrava destinata ad essere rapidamente ricondotta alla normalità, a poco più di un mese dal colpo di Stato si presenta al contrario più complessa e polarizzata.

Da un lato, le Forze Armate fedeli al Presidente de facto Roberto Micheletti hanno alzato il tiro dando vita ad un'escalation di violenza che ha portato alla morte di alcuni manifestanti ed all'arresto arbitrario di oltre cento manifestanti solo in occasione dell'ultima mobilitazione nazionale. D'altro canto, la comunità internazionale sembra aver allentato la pressione contro Micheletti. Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano, ha pubblicamente etichettato come 'imprudente' la decisione di Zelaya di cercare di varcare la frontiera per rientrare in patria, e la sua scelta successiva di accamparsi al confine tra Honduras e Nicaragua in attesa di poter tornare alla guida del Paese. Barack Obama, dal canto suo, ha revocato il visto diplomatico a quattro esponenti del Governo golpista, ricevendo però tanto la disapprovazione di Micheletti, quanto di parte dei senatori repubblicani statunitensi, 17 dei quali hanno inviato una lettera aperta alla Clinton sollecitando l'Amministrazione a non difendere tous court Zelaya, reo, a loro dire, di aver violato più volte la costituzione. I Paesi latinoamericani, sicuramente i più convinti sostenitori del Capo di Stato de iure, hanno dal canto loro pochi mezzi per spalleggiarlo, essendo l'economia hondurena, unica leva sulla quale agire per scardinare Micheletti, ancora principalmente legata agli Stati Uniti.

Di fronte all'acuirsi della repressione interna, al blando ruolo che la comunità internazionale può o vuole giocare nella vicenda, ed all'inasprimento delle posizioni dello stesso Zelaya, che ha iniziato a incitare i quadri intermedi dell'Esercito a disertare e a seguire i suoi ordini, in quanto legittimo comandante in capo, la situazione sembra destinata a peggiorare. Gli accordi di San Josè, proposti da Oscar Arias, se tutelano i militari, concedendo loro un'uscita negoziata, non soddisfano il Capo di Stato in esilio, il quale vedrebbe limitati i suoi progetti di riforma costituzionale e pare difficile che queste due istanze, diametralmente opposte, possano trovare una rapida conciliazione.Senza il necessario apporto ed il deciso sostegno della comunità internazionale, è difficile prevedere una soluzione a breve termine del golpe iniziato il 28 giugno; il rischio maggiore, ad oggi, è che il Governo golpista riesca a solidificarsi e a normalizzare la situazione interna con l'uso della forza, creando un precedente per i paesi dell'area.

Lucia Conti

Cina: il Dialogo Strategico ed Economico con gli Stati Uniti

A Washington lo scorso 27 e 28 luglio, si è tenuto l'ultimo Dialogo Strategico ed Economico tra Cina e Stati Uniti. L'incontro si è aperto con l'intervento di Barack Obama che ha messo in evidenza l'importanza di una sempre più stretta collaborazione e cooperazione tra i due paesi. Rispetto ai precedenti incontri, questa volta sono state prese in considerazione tematiche più ampie e diversificate, passando da temi esclusivamente economici a temi riguardanti l'inquinamento, la diplomazia e l'economia internazionale.

Uno dei principali argomenti di discussione è stato il cambiamento climatico. Da sempre le posizioni dei due paesi sono diverse: anche durante quest'ultimo incontro, purtroppo, non si è riusciti ad arrivare a un punto di accordo; i due paesi tuttavia hanno firmato un memorandum per avviare maggiori discussioni bilaterali a questo riguardo.

Un altro importante punto toccato è stata la questione della Corea del Nord: quest'ultima, infatti, nell'ultimo periodo ha attuato diversi test missilistici di cui uno nucleare. Gli Usa, allarmati dalla situazione, hanno tentato di convincere la Cina, un tempo stretto alleato della Corea, a esercitare una maggiore influenza e pressione sul governo nordcoreano. La risposta della Cina non è stata quella che gli Usa si aspettavano poiché questa sostiene che una maggiore pressione sulla Corea potrebbe esacerbare il conflitto e i contrasti.

Il tema economico più importante discusso è stato quello di riequilibrare la crescita del GDP cinese rendendola meno dipendente dalle esportazioni e dagli investimenti: in questo modo le importazioni cinesi potrebbero aumentare aiutando, di conseguenza, gli USA ed altre economie a uscire dalla recessione. Se da una parte la Cina ha accettato di adottare alcune misure, tra le quali la creazione di un sistema di sicurezza sociale, che potranno migliorare la situazione anche se in tempi medio-lunghi, dall'altra si è rifiutata di attuare un veloce apprezzamento del renminbi che avrebbe avuto invece effetti più immediati.L'ultimo Dialogo Strategico ed Economico si può dire si sia distinto dai precedenti proprio per il fatto che si è discusso molto meno per quanto riguarda una rivalutazione del renminbi. Gli Usa infatti hanno sempre criticato e indicato la sottovalutazione della moneta cinese come la causa degli sbilanci globali e soprattutto del deficit di bilancio commerciale americano: la loro posizione probabilmente non è cambiata, ma è sintomo di una momentanea mancanza di influenza dell'economia americana, che sta cercando di uscire dalla crisi, sull'economia cinese.In ogni caso l'incontro sembra sia stato molto positivo nonostante non abbia portato alla decisione di misure concrete. In generale sembra che ora entrambi i paesi siano disposti a una sempre maggiore cooperazione, forse anche perché si sono ormai resi conto di essere strettamente dipendenti l'uno dall'altro.

Elisa Rancati

Ucraina: il sostegno europeo per garantire le riserve di gas

Le Banche Europee e la Banca mondiale si sono pronunciate per una disponibilità di credito complessivo pari a 1,7 miliardi di dollari da destinare al settore energetico ucraino. La decisione giunge sabato, quasi contemporaneamente alla concessione della terza tranche di credito da parte del FMI. A sbloccare il flusso dei finanziamenti è principalmente l’accordo raggiunto dal Governo ucraino di portare il prezzo interno del gas a prezzo di mercato. In una lettera alla Commissione Europea, il PM Julia Timoschenko si è impegnata a rispettare le condizioni ed i tempi definiti con la Commissione Europea per una riforma della compagnia statale Naftogas, che mira ad aumentare la trasparenza, ridurre gli sprechi ed evitare il sostegno del prezzo del gas nel mercato interno, al fine di aumentare la capacità e la credibilità di pagamento di Naftogas di fronte Gazprom.La riforma di Naftogas è una risposta strutturale per prevenire il riaccendersi di una crisi energetica in Europa, che nel 2010 potrebbe procedere parallelamente alle elezioni presidenziali ucraine del 27 gennaio, un potenziale fattore catalizzatore della crisi. Il finanziamento in sé mira principalmente a sostenere la capacità di riserva e fornitura dell’Ucraina, Paese transito del 20% delle risorse di gas importate dall’Europa.Fino ad ora, l’Ucraina ha accumulato 21 miliardi di metri cubi di gas, non sufficienti per il soddisfacimento dei picchi di domanda ucraini ed europei durante l’inverno. Inoltre, nell’accordo di fornitura decennale firmato lo scorso gennaio con la Russia, l’Ucraina si è impegnata nella clausola take-or-pay, un obbligo di pagamento almeno dell’80% della fornitura concordata.La contrazione della domanda interna di gas nell’ultimo anno ha ridotto le capacità, ma anche l’interesse ad accumulare riserve in Ucraina. La scarsa capacità di pagamento ucraina ha messo in allarme la Russia, che già in difficoltà per i danni subiti dalla crisi finanziaria, si è dimostrata favorevole ad un intervento UE per assicurare i pagamenti già a conclusione del summit russo-europeo di maggio.In principio, il Governo Timoschenko ha chiesto circa 5 miliardi di dollari per il raggiungimento di livelli sufficienti di riserva e garanzie di fornitura, cifra ritenuta necessaria anche da Mosca. Il team di esperti, inviato dalla Commissione Europea, al quale Kyiv ha concesso di ispezionare lo stato delle riserve ucraino, ha stimato la necessità della metà della cifra richiesta, maggiore ma simile a quella stanziata dagli istituti finanziari europei.Alla base del finanziamento, sta un percettibile cambiamento nel pensare la sicurezza energetica da parte dell’Unione Europea. Ai pilastri di compatibilità ambientale, concorrenzialità e sicurezza energetica si aggiunge progressivamente quello della solidarietà energetica, intesa anche come condivisione delle responsabilità e dei costi e valutazione degli interessi dei Paesi fornitori e Paesi transito. Lo sforzo in tal senso è stato principalmente effettuato dalla diplomazia tedesca e polacca, che ad aprile è stata fautrice di un’iniziativa di cooperazione tra Ue e Ucraina per riformare il sistema del transito ucraino. Steinmeier e Sikorski, in visita a giugno a Kyiv hanno invitato la classe politica ucraina a mostrarsi unita di fronte le problematiche energetiche.

Vera Ragone

Israele: il Ministro degli Esteri Lieberman accusato di corruzione

Avigdor Lieberman, leader del partito Yisrael Beiteinu di tendenza anti araba e con un profondo radicamento all'interno della comunità russa, è stato accusato, anche se non ancora formalmente, di corruzione. L'evento, in Israele come anche in Europa, non costituisce un mero caso giudiziario ma ha importanti ricadute di carattere politico. Le dichiarazioni di Lieberman hanno fatto intendere che si dimetterà qualora le accuse conto di lui verranno ufficializzate. Ciò comporterebbe per il Primo Ministro Netanyahu dover prendere delle decisioni di carattere strategico all'interno di una coalizione governativa apertamente anti araba, scarsamente appoggiata in ambito internazionale e questione ancora più rilevante estremamente debole sul piano interno. La gran parte dei partiti della coalizione, eccetto il Likud di Netanyahu, sono tutti sotto una forte pressione da parte delle leadership interne.

Nei mesi scorsi vi erano già stati importanti dissapori all'interno del Labour di Barak che si trova attualmente con un partito in continua crisi e sull'orlo della scissione dopo il pessimo risultato elettorale dello scorso febbraio. Molti membri del partito, infatti, sono ultimamente trovati a votare contro importanti riforme di carattere economico, strumenti essenziali per far uscire dalla crisi economica il paese.

Un rischio di frammentazione lo corre anche il partito Shas, colonna portante del Governo Netanyahu. Il suo storico leader, Aryeh Deri, uscito di scena a causa di un coinvolgimento in situazioni di corruzione e distrazione di denaro dopo le elezioni che nel 1999 diedero al partito il massimo successo di 17 deputati, è in procinto di ripresentarsi come protagonista della politica nazionale. Il suo partito adesso si trova nelle mani di Eli Yishai il quale difficilmente dopo dieci anni di leadership lascerà il posto al suo collega di partito. In uno scenario possibile Aryeh Deri potrebbe mettersi alla guida di un movimento di carattere sociale, ricevere un incarico da Netanyahu, ma soprattutto minare alla base lo stesso Shas e spaccare il partito in due fazioni.

In un simile contesto la stabilità del Governo Netanyahu viene messa in gioco e paradossalmente il partito Kadima che, non accettando le proposte di coalizione del Likud, avrebbe dovuto sciogliersi è oggi il partito più stabile del panorama politico israeliano pur essendo all'opposizione.

Desk Medio Oriente
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