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Weekly Analyses: 28/2009

Zimbabwe: verso una stabilizzazione della crisi - Honduras: la rottura delle relazioni diplomatiche con l'Argentina - Afghanistan: situazione interna delicata dopo le elezioni - Russia-Bielorussia: nuovo accordo o rottura? - Israele: Peres ottiene da Mosca la cancellazione della vendita del sistema S-300 all'Iran.

Equilibri.net (25 agosto 2009)

Zimbabwe: verso una stabilizzazione della crisi


Nonostante siano ormai trascorsi sei mesi dalla nascita del governo di unità nazionale tra lo ZANU-PF del Presidente Robert Mugabe e il Movimento per il cambiamento democratico (MDC) del primo ministro Morgan Tsvangirai, il superamento della crisi dello Zimbabwe appare oggi a un punto morto. La situazione non è migliorata ed è tuttora caratterizzata da una profonda crisi economica e sociale, continuando a rappresentare un fattore di elevata instabilità per l’intera regione. Lo UN Development Programme ha recentemente sottolineato come in particolare la crisi umanitaria rimanga allarmante, considerando l’incapacità del debole governo di Harare nel fronteggiare situazioni gravi come la sempre più dilagante epidemia di colera (oltre 98.000 casi tra l‘agosto del 2008 e luglio 2009, con circa 4.000 decessi) e la crisi alimentare che colpisce quasi la metà della popolazione; la situazione economica è invece caratterizzata da insostenibili tassi di inflazione e dalla pressoché totale assenza dei fattori di produzione (in primis liquidità, infrastrutture e capitale umano).

Se il governo di unità nazionale ha intaccato solo in parte l’ancora attuale potere dello ZANU-PF di Mugabe, costantemente appoggiato dalle forze armate e di polizia, come dimostra l’ennesimo arresto di dieci deputati dell’MDC la scorsa settimana, si devono riconoscere i primi timidi passi compiuti dalla comunità internazionale a favore dello Zimbabwe. Non si deve infatti leggere in negativo la circostanza che dei 718 milioni di USD chiesti dalle Nazioni Unite a giugno ne siano stati finanziati poco più della metà. Si deve invece sottolineare come sia difficile dimenticare la pluriennale diffidenza creatasi intorno al regime Mugabe e alle sue politiche di demonizzazione degli Stati occidentali, in particolare nei confronti del Regno Unito.

E’ difficile di conseguenza immaginare nel breve periodo la soluzione di una profonda e mutevole crisi economica, politica e sociale, prospettandosi invece una possibile risoluzione nel medio periodo, anche grazie al sicuramente più incisivo intervento regionale (SADC), alla graduale distensione dei rapporti con la comunità internazionale e all’inevitabile cambio delle leadership politiche, soprattutto tra le fila dello ZANU-PF.

Massimo Corsini

Honduras: la rottura delle relazioni diplomatiche con l'Argentina

Roberto Micheletti, Presidente 'de facto' dell'Honduras ha dato un ultimatum di tre giorni ai diplomatici argentini, scaduto il quale saranno espulsi dal Paese. La decisione arriva in risposta all'allontanamento, da parte del Governo di Buenos Aires, di Eleonora Ortez Williams, ambasciatrice hondurena che non ha preso le distanze dall'Esecutivo golpista.

La linea tenuta da Micheletti, che precedentemente aveva ritirato sua sponte il Paese dall'OAS (Organizzazione degli Stati Americani), anticipando la prossima espulsione, è orientata a dare un'immagine di forza del suo Governo che si contrapponga alla definizione iniziale di 'golpe da operetta' col quale la sua nomina era stata etichettata da più parti.Sempre su questa linea, Micheletti ha affermato che l'Honduras ha scorte sufficienti per superare un embargo alimentare e che 'nessuno può venire a dirci cosa fare'. Infine, la ritorsione contro l'Argentina, che si estenderà probabilmente agli Stati che seguiranno l'esempio della Casa Rosada. Parallelamente, egli cerca di legittimare il proprio incarico sostenendo di essere stato scelto seguendo la prassi costituzionale e promettendo nuove elezioni per il mese di novembre. In tal modo, da una parte continua a prendere tempo, trascinando i negoziati internazionali e cercando di istituzionalizzare in questo modo il suo Governo sul medio periodo, dall'altro lato, le prese di posizione forti cercano di celare le reali difficoltà in cui l'Esecutivo stesso si trova: tagliata buona parte dei fondi statunitensi, interrotte o mai iniziate le relazioni diplomatiche coi Paesi dell'area (compattamente schierati con il legittimo Presidente Manuel Zelaya), e con un'opposizione civile che non ha mai smesso di manifestare (al corteo dell'11 agosto si stima abbiano partecipato decine di migliaia di persone), Micheletti ha pochissimo margine di manovra sul lungo periodo.

Il ritorno di Mel Zelaya, che, per il Governo in carica potrà tornare in patria solo per farsi processare, dipenderà dalle pressioni della Comunità internazionale. Gli accordi per una soluzione concordata della crisi sono condivisi in gran parte da entrambe le fazioni, e l'unica divergenza da comporre è proprio la sorte dell'ex-Presidente. Se Micheletti proseguirà ancora alternando temporeggiamento e atti diplomatici di forza non è escluso che, per mettere la parola fine alla crisi hondurena, alcuni sostenitori di Zelaya (come Stati Uniti ed Unione Europea) optino per appoggiare una soluzione di compromesso (come nuove elezioni monitorate) piuttosto che perseverare nel chiedere il ripristino del Capo di Stato eletto dal popolo e l'indizione del referendum interrotto dal golpe.

Lucia Conti

Afghanistan: situazione interna delicata dopo le elezioni

Giovedì 20 agosto 2009, milioni di cittadini afghani si sono recati alle urne per scegliere il loro nuovo presidente e i consigli provinciali. I due principali candidati sono il presidente uscente Hamid Karzai, favorito, e il suo ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah. Mentre si susseguono le accuse di brogli, e mentre i due rivali si autoproclamano vincitori, si attendono con trepidazione i risultati ufficiali la cui uscita è prevista non prima di settembre.

Non si può dire che le elezioni appena tenutesi in Afghanistan si siano svolte nella più totale tranquillità: 26 sono i morti provocati dagli attentati talebani sparsi per il paese, nel tentativo di intimorire la popolazione che voleva recarsi a votare; migliaia sono stati i poliziotti e i soldati che hanno tentato di rendere la situazione più sicura. Ma la situazione è rimasta tesa anche al termine delle elezioni: il giorno dopo la chiusura dei seggi infatti, entrambi i candidati hanno dichiarato di aver vinto la sfida al primo turno, smentiti però subito, dalla commissione elettorale. Abdullah ha poi accusato il suo rivale di massicci brogli, ottenuti gonfiando le percentuali di partecipazione al voto in alcune zone del paese, soprattutto del sud; a ciò si aggiunga che gli stessi Stati Uniti sembra abbiano preso le distanze dall'uscente presidente afghano Karzai, sia per i pochi risultati del suo precedente governo sia per i diversi accordi che ha stretto con ex e attuali criminali.

Nonostante tutto, se si tiene conto dei vari attentati attuati per seminare il panico, sembra che l'affluenza alle urne dei cittadini afghani sia stata buona, attestandosi intorno al 40-50%. Secondo il presidente americano Barack Obama infatti si tratta della prima votazione veramente libera nel paese da oltre trent'anni. Se la situazione riuscirà a restare sotto controllo si può dire che un piccolo passo avanti sia stato fatto da questo complesso paese verso una situazione politica forse più democratica. Ma dopo i recenti e pesanti scontri interni iraniani, avvenuti al termine delle loro elezioni presidenziali, che hanno profondamente scosso l'opinione pubblica, il timore della comunità internazionale è che si possa ricreare un clima simile in Afghanistan, con violenti scontri tra i sostenitori dell'uno e dell'altro candidato. La situazione rimane quindi molto delicata.

Elisa Rancati

Russia-Bielorussia: nuovo accordo o rottura?

L’inizio della settimana vedrà il presidente bielorusso Aleksander Lukashenka in visita a Sochi, sul Mar Nero, residenza estiva del presidente russo, Dmitri Medvedev. Il 26 agosto inoltre la CSTO dovrebbe tenere un’esercitazione militare inizialmente prevista per il 19. Alcune voci hanno riferito che il ritardo è stato causato proprio dai bielorussi, per ragioni non specificate. Di sicuro c’è il fatto che nell’ultimo anno le relazioni fra Minsk e Mosca si sono fatte più complesse. Lukashenka è considerato dagli occidentali come un dittatore, ma al tempo stesso l’asse euro-atlantico vuole propiziare l’avvicinamento bielorusso all’UE. Mosca invece considera il Paese alla stregua di una provincia occidentale, utile come base militare. Il 20% delle forniture di gas russo all’Europa passa inoltre dal territorio bielorusso, conferendogli un ruolo cruciale per la sicurezza energetica tedesca.

Il problema di Lukashenka è il seguente: se dovesse allontanarsi da Mosca, il Paese diventerebbe molto dipendente dall’UE: quest’ultima però mira a un cambiamento di regime a Minsk, prospettiva ovviamente aborrita dal presidente bielorusso. Se invece dovesse riavvicinarsi a Mosca, potrebbe mantenere più saldamente il proprio potere, ma al tempo stesso dovrebbe sottostare alle condizioni di Mosca sugli scambi commerciali e il mercato energetico. Mosca sa benissimo che Lukashenko vorrebbe ricattare il Cremlino prospettando la fine dell’influenza russa, ma che non può farlo, perché l’abbraccio dell’occidente darebbe all’opposizione la forza per liberarsi di lui dopo 15 anni di dominio incontrastato. Ci si può quindi aspettare che Mosca rimanga ferma sulle proprie posizioni, trattando Minsk come una pedina del proprio Estero Vicino. Resta da vedere se l’occidente saprà inserirsi in questo rapporto ormai teso al di là dell’amicizia ufficiale, per tentare di favorire una “rivoluzione colorata”. Di sicuro, la Germania è molto meno propensa di Polonia e Stati Uniti a irritare Mosca, fatto che indebolisce la coesione euro-atlantica in materia.

Desk Europa

Israele: Peres ottiene da Mosca la cancellazione della vendita del sistema S-300 all'Iran

Durante la recente visita ufficiale di Peres in Russia Israele ha ottenuto un importante segnale di riavvicinamento nelle relazioni tra Gerusalemme e Mosca. Il Presidente Dmitrij Medvedev ha infatti dichiarato di essere favorevole alla revisione della commessa promessa all'Iran del sistema antimissile S-300. Il Presidente russo si è inoltre espresso favorevolmente per una ripresa delle relazioni strategiche tra i due paesi convinto che un Iran nucleare possa portare in breve ad un escalation nucleare in Medio Oriente.

La strategia russa di rivedere la propria politica industriale di vendita di sistemi d'arma anti missile in Medio Oriente lascia intravedere nuovi ed importanti rapporti con Israele. Il sistema S-300 è considerato uno dei migliori sistemi anti missile oggi esistenti con numerose versioni e specializzazioni. In linea generale si tratta di un sistema capace di tracciare sul radar un centinaio di vettori e di colpirne simultaneamente fino a 12 con una capacità di reazione di 5 minuti e senza bisogno di particolari processi di manutenzione negli anni. Tutte caratteristiche fondamentali in un'area, il Medio Oriente, dove solo Israele e Turchia possiedono sistemi d'arma sofisticati.

La notizia è indubbiamente positiva per Gerusalemme sebbene non sia ancora chiaro se anche la Siria abbia ottenuto il sistema S-300 dai Russi e se la Croazia abbia venduto tale sistema allo stesso Iran. La politica di Mosca in Medio Oriente è spesso contraddistinta da tentativi strategici di riconquista di alcuni paesi chiave quali la Siria come naturale alleato e base per la flotta del Mar Nero e l'Iran come attore tra i più rilevanti dell'area non schierato con gli Stati Uniti.

Sarà quindi altamente improbabile che Mosca possa abbandonare posizioni strategiche significative riconquistate faticosamente dopo il collasso dell'URSS a fronte di recuperati rapporti con Israele.

Desk Medio Oriente
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