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Weekly Analyses: 29/2009

Gabon: le elezioni presidenziali - America Latina: in calo le rimesse degli emigranti - Giappone: il Partito Democratico trionfa alle elezioni - Unione Europea: manca l'accordo sui flussi migratori - Iran: problemi per la formazione del Governo.

Equilibri.net (31 agosto 2009)

Gabon: le elezioni presidenziali

Si sono appena svolte le elezioni presidenziali in Gabon: il 30 agosto infatti si sono aperte le urne per eleggere il successore di Omar Bongo, il presidente morto lo scorso giugno che per 41 ha guidato il paese ininterrottamente. I candidati rimasti in corsa sono circa una dozzina: tra questi il favorito è Ali Bongo, figlio del defunto presidente e candidato del partito a capo del paese, il partito democratico gabonese (Pdg). A contrastare la sua ascesa ci sono Andrè Mba Obame, l'ex ministro degli interni e Pierre Mamboundou, storico rivale di Bongo.

Il contesto storico ed economico in cui si sono svolte queste elezioni non è dei migliori. Il Gabon è un ex colonia francese, ricca di risorse petrolifere ma non solo; massiccio è anche il livello di produzione ed esportazione del manganese, utilizzato nelle industrie dell'acciaio, così come del legname. Ma nonostante ciò, la maggior parte della popolazione vive in condizioni di estrema povertà, a dimostrazione del fatto che in questi decenni il livello di corruzione ha raggiunto livelli altissimi; e proprio su una distribuzione più equa della ricchezza hanno fatto leva i programmi elettorali dei tre candidati.Tensioni, episodi di violenza tra la popolazione e denunce di brogli hanno fatto da cornice a queste elezioni; a ciò si aggiunga che, nonostante i risultati elettorali siano attesi per il prossimo due settembre, i candidati favoriti non hanno perso tempo e dopo appena un giorno dalla chiusura delle urne si sono tutti e tre autoproclamati vincitori, senza fornire i dati ufficiali. In realtà pochi hanno dubbi sulla vittoria di Bongo: egli rappresenta infatti l'unico partito esistente nel paese, il quale, tra l'altro, ha nominato tutti i funzionari statali.

In molti speravano che queste elezioni potessero dimostrare che il paese avesse raggiunto una maggiore maturità e trasparenza: ma così non è stato. Anche se c'è da sottolineare che ben tre donne concorrevano alla presidenza, ciò che sta avvenendo in questi giorni sembra solo la dimostrare che la democrazia sia ancora, se non inesistente quantomeno poco attuata. E' improbabile quindi che queste elezioni servano a migliorare la rappresentatività del sistema politico-istituzionale; la stessa legge elettorale sembra sotto alcuni aspetti impedirlo. Per essere eletto, infatti, il nuovo presidente dovrà ottenere la maggioranza relativa dei voti, senza ulteriore ballottaggio. E' quindi alto il rischio che il vincitore diventi il rappresentante, in realtà, di una vera e propria minoranza degli elettori, il che non potrebbe che causare una maggiore instabilità politica, e non solo, del paese.

Elisa Rancati

America Latina: in calo le rimesse degli emigranti

È stato pubblicato poche settimane fa un rapporto della Banca Interamericana di Sviluppo sulla situazione delle rimesse in America Latina. Il denaro inviato dagli emigranti che si trovano nei Paesi più sviluppati (USA ed Europa, in particolare Spagna) costituisce da molti anni un’importante fonte di reddito per chi risiede negli Stati della regione, in molti casi caratterizzati da economie fragili ed ancora arretrate.

I dati che emergono dal rapporto rivelano un calo nelle rimesse degli emigranti per il 2009. I Paesi latini e caraibici dovrebbero ricevere, secondo le stime della BIS, un ammontare di 62 miliardi di dollari in riserve, con un calo dell’11% rispetto allo scorso anno. In particolare, gli Stati più colpiti saranno quelli che ricevono la maggior quantità di questi flussi in termini assoluti e quelli che sono più economicamente arretrati. Per quanto riguarda la prima categoria il più colpito sarà il Messico, che è il principale recettore di rimesse per l’elevato numero di emigrati negli Stati Uniti: la crisi occupazionale che sta colpendo gli USA diminuirà sensibilmente il denaro in arrivo per i residenti in Messico, che da soli rappresentano un terzo dei flussi totali. Per quanto riguarda invece la seconda categoria, i più colpiti saranno i piccoli Paesi caraibici e alcuni dell’America Centrale particolarmente deboli, come l’Honduras, dove si stima che il calo delle rimesse andrà a influire per lo 0,7% del PIL nazionale. Non solo gli USA, ma anche la Spagna sarà un’ “esportatore” della crisi economica: i dati elaborati dal think-tank “Remesas.org” rivelano che il calo del denaro inviato dagli emigrati latinoamericani colpirà prevalentemente Ecuador, Bolivia e Repubblica Dominicana. Paesi più ricchi e sviluppati come Brasile e Argentina (più in generale tutti quelli del Cono Sur) risentiranno invece in maniera decisamente inferiore del calo di tali entrate.

I dati emersi sottolineano ancora una volta che, in generale, l’America Latina sta soffrendo della crisi economica globale più “di riflesso” che per responsabilità proprie: esaminando le rimesse degli emigranti, questo è tanto più vero quanto più si prendono in considerazione gli Stati più economicamente arretrati nella regione. I Paesi più ricchi, che però sono anche quelli più integrati a livello mondiale, hanno risentito della crisi per altre ragioni, ma sempre (per lo più) indirette: su tutte il calo della domanda internazionale di beni di consumo.

Davide Tentori

Giappone: il Partito Democratico trionfa alle elezioni

Il 30 agosto si sono tenute le elezioni in Giappone per il rinnovo della Camera dei Deputati: dopo quasi 54 anni di dominio incontrastato il partito liberal-democratico sembra sia riuscito a ottenere solo 119 seggi su 480. Il più importante partito d'opposizione, il Partito Democratico, sembra averne ottenuti circa 300, ai quali probabilmente si aggiungeranno 7 seggi del Partito Socialdemocratico e 3 del Nuovo Partito del Popolo che dovrebbero costituire con il PD unaa nuova alleanza di governo.Il Partito Democratio, quindi, governerà con una maggioranza abbastanza ampia da renderlo probabilmente sufficientemente stabile. Il primo ministro in carica Taro Aso ha già presentato le dimissioni; il nuovo esecutivo sarà così guidato da Yukio Hatoyama, leader del PD. Il governo uscente paga la crisi economica, la disoccupazione che lo scorso luglio ha raggiunto il record storico negativo, e le diverse gaffe di cui si sono resi protagonisti i suoi ministri. Il programma della campagna elettorale del PD prevede un serie di importanti aiuti alle famiglie, ai precari e alle piccole e medie imprese, con l'obbiettivo di superare la crisi e far ripartire la domanda interna. Per ciò che riguarda la politica estera invece il programma prevede rapporti più distesi con la Cina e un ruolo maggiore in Asia orientale, anche sarà confermata la centralità dell'alleanza con gli Stati Uniti.Questa svolta sembra essere la prova che i giapponesi sono finalmente pronti a staccarsi dal partito che li ha governati per mezzo secolo ed hanno la voglia ed il coraggio di voltare pagina. Ma la politica giapponese è caratterizzata dalle dinastie: molti degli attuali ministri sono i figli e i nipoti di vecchi ministri e per attuare veramente un cambiamento radicale bisognerebbe sradicare probabilmente l'intera classe politica. Lo stesso Hatoyama, fino a 16 anni fa era un membro dei conservatori; fu proprio lui a decidere di creare il partito democratico per contrastare i suoi ex colleghi. Il PD, quindi, in realtà non si differenzia molto da quello che da due giorni è diventato il partito d'opposizione. Le linee guida perciò, probabilmente resteranno le stesse e se ci saranno dei cambiamenti, saranno di portata limitata.

Elisa Rancati

Unione Europea: manca l'accordo sui flussi migratori

I recenti casi nel Mediterraneo di “respingimenti” di barconi con migranti a bordo pongono sotto i riflettori il problema-immigrazione in Europa. Negli ultimi anni i membri dell'UE hanno spesso dichiarato di voler adottare norme più rigide sull'immigrazione proveniente dai paesi africani e asiatici. Ciò è dovuto soprattutto ai delicati equilibri sociali degli agglomerati urbani europei e alle implicazioni elettorali del mutamento etno-culturale nel tessuto sociale europeo. D'altra parte, tuttavia, il mercato del lavoro europeo continua a domandare forza lavoro giovane e a basso costo, che la demografia europea attuale non può garantire. La contraddizione fra tentativo di arginare gli arrivi e necessità di giovani lavoratori si riflette anche sulle percezioni e le strategie degli Stati europei. Non c'è accordo su come affrontare la questione in senso unitario. E all'orizzonte non si vedono molte possibilità che tale accordo unanime sia trovato in breve tempo.
Gli ultimi dati parlano di arrivi dal Mediterraneo dimezzati rispetto alla prima metà del 2008. Se i dati sono esatti ciò significa che l'approccio più rigido, basato sul controllo più rigoroso del traffico marittimo, sta dando i suoi frutti. Al contempo, tuttavia, permanendo sia la domanda di lavoratori, sia soprattutto le condizioni socio-economiche disagiate in molti paesi africani e asiatici, la criminalità organizzata continua a ingegnarsi per far approdare in Europa un gran numero di migranti. E, dati i controlli più rigidi, lo fa scegliendo mezzi di fortuna e rotte più ardue, con peggioramento delle condizioni di viaggio per i migranti. Il risultato di questo nuovo contesto è che i diritti umani dei migranti appaiono sempre meno tutelati. L'Unione Europea, che fa dei diritti umani la bandiera della propria diplomazia, è chiamata al difficile compito di armonizzare tale obiettivo con quello della sicurezza e della stabilità socio-economica.

Desk Europa

Iran: problemi per la formazione del Governo

I mesi trascorsi dalle elezioni del 13 giugno non hanno spento il dissenso e le problematiche che ne sono seguite. Dei 4000 arresti effettuati a seguito delle rivolte post elettorali che denunciavano brogli ancora oltre un centinaio di persone sono in attesa di giudizio. La repressione del regime contro gli oppositori continua e la Guida Suprema Khamenei ha dichiarato più volte di voler perseguire i rivoltosi appoggiando il Presidente Ahmadinejad nella sua scelta di reprimere l'opposizione politica ed il dissenso di piazza.

Contemporaneamente non è ancora stata confermata dal Parlamento la lista dei 21 ministri che faranno parte del Governo. Da settimane, infatti, persiste un braccio di ferro tra Presidente e Parlamento proprio in relazione alla lista dei Ministri. Un fatto nuovo che dovrebbe andare incontro alle richieste dell'elettorato giovanile è stato quello di rimpiazzare i due terzi del vecchio Governo (14 nuovi nomi) e con l'introduzione di tre Ministri donne (Educazione, Salute e Welfare) avrebbe dovuto incontrare anche le richieste dell'elettorato femminile. Quest'ultimo ha giocato un ruolo importante durante le ultime elezioni attraverso un crescente numero di personaggi femminili che hanno partecipato attivamente alla campagna elettorale ed alle proteste che ne sono seguite.

L'opposizione progressista in Parlamento tuttavia contesta e si oppone alla nomina del nuovo Governo poiché considera una parte la maggior parte dei Ministri con un profilo molto al di sotto di quello richiesto. Il timore del Parlamento è che il Presidente si voglia circondare di Ministri con scarsa competenza e fragile personalità in modo da poter controllare meglio alcuni dicasteri. E' importante ricordare che negli anni scorsi lo scontro sulla nomina del Ministro del Petrolio in occasione di un rimpasto di Governo durò mesi per trovare un accordo dopo numerosi compromessi. Il rischio maggiore per l'Iran è accrescere la paralisi amministrativa in un quadro già abbastanza complesso sotto il profilo burocratico che potrebbe appesantire ancor più sia il quadro interno sia le fratture politiche e sociali sempre molto attive nel paese.

Desk Medio Oriente
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