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Weekly Analyses: 31/2009

Zimbabwe: la difficile distensione nei rapporti internazionali - Uruguay: la situazione politica a un mese dalle elezioni - Germania: fine della Grosse Koalition? - Afghanistan: nuovo messaggio da Osama bin Laden - Iran: dichiarazioni esplosive sul nucleare

Equilibri.net (14 settembre 2009)

Zimbabwe: la difficile distensione nei rapporti internazionali

Si è conclusa ieri ad Harare la delicata visita della delegazione UE guidata dal commissario europeo allo sviluppo Karel De Gucht. E' la prima visita in Zimbabwe di una delegazione europea ad alto livello dal 2002, anno dell'imposizione delle sanzioni UE in risposta alla violenta e fallimentare politica di redistribuzione delle terre attuata dallo ZANU-PF di Robert Mugabe. La delegazione, che ha incontrato sia il Presidente Mugabe sia il primo ministro Tsvangirai, ex leader del principale partito d'opposizione, il Movimento per il cambiamento democratico (MDC), aveva come obiettivo l'individuazione di un'intesa con il governo di power sharing al fine di una distensione nei rapporti bilaterali con Harare. L'esito della missione è tuttavia adombrato dalle recentissime dichiarazioni di Tsvangirai, che accusa lo ZANU-PF di continue e gravi violazioni dei diritti umani, in particolare nei confronti dei membri e sostenitori dell'MDC (da ultimo l'uccisione di un militante del Movimento a Shurugwi, il 30 agosto, da parte delle forze di polizia).

In un clima di parziale e prudente apertura della comunità internazionale, alla crisi economica e sociale fanno eco solo timidi echi di miglioramento. Il sistema economico stenta a normalizzarsi mentre le crisi alimentare, sanitaria e migratoria non accennano a invertire rotta. Nel tentativo di stabilizzare la situazione il parallelo summit UE-Sudafrica ha visto Pretoria, portavoce degli interessi nazionali e regionali, chiedere apertamente la sospensione delle sanzioni UE. Il Presidente sudafricano Zuma adempie i suoi compiti di leader regionale, ma si deve sottolineare come una eventuale sospensione delle sanzioni europee può incidere solo in parte sulla ripresa economica dell'ex granaio d'Africa. La maggior parte delle sanzioni colpisce infatti il Presidente Mugabe e il suo entourage, non toccando gli aiuti umanitari diretti alla popolazione. Più delicata è invece la questione degli aiuti europei, anch'essi congelati, che tuttavia di poco migliorerebbero la situazione in assenza di un governo in grado di gestirli e dei contestuali investimenti internazionali allontanati dalla generale sfiducia venutasi a creare a partire dagli espropri del 2002.

La situazione appare quindi estremamente fluida dipendendo da fattori incerti quali la stabilità dell'accordo di power sharing, cui è legata la rimozione delle sanzioni europee, insieme all'effettiva tutela dei diritti umani. Da parte europea è stata manifestata la volontà di creare le basi di una nuova cooperazione con Harare, cui spetta ora di gettarne le basi. Tuttavia, le recenti accuse di Tsvangirai, insieme all'altalenante posizione dello ZANU-PF, non lasciano sperare in una stabilizzazione politica nel breve periodo.

Massimo Corsini

Uruguay: la situazione politica a un mese dalle elezioni

Si svolgeranno tra un mese le elezioni presidenziali in Uruguay. Il presidente uscente, Tabaré Vázquez, esponente della coalizione di centro-sinistra del Frente Amplio, non potrà ricandidarsi secondo quanto previsto dalla costituzione. Per questo motivo, a giugno si sono tenute le primarie interne ai principali partiti contendenti (il FA appunto e il Partido Nacional, formazione di centrodestra), che hanno designato rispettivamente come candidati José Mujica e Luis Alberto Lacalle.

Entrambi i candidati sono politici di lungo corso e personaggi molto conosciuti in Uruguay. Mujica, in particolare, ha avuto un passato burrascoso in quanto negli anni ’60 aderì alla guerriglia di estrema sinistra dei Tupamaros. Vincitore delle primarie del Frente Amplio contro Danilo Astori, propone un programma che pone particolare attenzione alle politiche sociali soprattutto nei campi dell’istruzione e della lotta contro la povertà. In politica estera, la direttrice principale sembra essere la volontà di un approfondimento delle relazioni nell’area Mercosur. In particolar modo Mujica è intenzionato a ristabilire rapporti di collaborazione con la confinante Argentina (dopo che nell’ultimo anno le dispute commerciali si sono intensificate). Per raggiungere tale scopo potrebbe essere avvantaggiato dall’amicizia personale che lo lega con i coniugi Kirchner, al potere dal 2003. Inoltre, l’esponente del FA intende aumentare i rapporti commerciali con il Venezuela, approfittando degli spazi aperti in seguito alla crisi diplomatica di Caracas con la Colombia. Mujica propone di vendere al Venezuela parte dei prodotti alimentari di cui necessita per colmare il proprio deficit produttivo interno e, a tal proposito, è a favore della piena ammissione del Paese caraibico nel Mercosur.

Lacalle è stato già Presidente dell’Uruguay dal 1990 al 1995. Il suo programma elettorale è più improntato all’implementazione in campo economico di norme liberiste, nell’ambito però di regole ben definite per investitori e lavoratori. In ambito sociale, come risposta all’escalation di criminalità che si è registrata nel Paese, ha proposte maggiormente repressive come l’abbassamento a 16 anni di età per la responsabilità penale. In campo internazionale, è anch’egli a favore di una ripresa dei negoziati nel Mercosur, ma è anche alla ricerca di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti.

Attualmente i sondaggi danno in vantaggio Mujica, che potrebbe anche godere del sostegno della folta comunità uruguaiana che vive in Argentina, soprattutto nella zona di Buenos Aires. In caso di vittoria, tuttavia, non è detto che i progetti regionali del leader del FA si possano realizzare. I Kirchner, infatti, sono avversati dalla maggior parte dei gruppi di interesse argentini e il loro futuro politico è incerto. Problematiche anche le relazioni commerciali col Venezuela: le necessità alimentari di Caracas potrebbero ridare impulso alla domanda, depressa quest’anno per effetto della crisi economica globale, ma va considerato che l’export dell’Uruguay si è ridotto anche per le condizioni climatiche avverse.

Davide Tentori

Germania: fine della Grosse Koalition?

Cresce l’attesa in Germania per il prossimo 27 settembre giorno in cui si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento federale tedesco, il Bundestag. L’elemento di novità che sembra emergere è che l’inizio della XVII legislatura potrebbe sancire la fine del governo delle larghe intese, la Grosse Koalition. Infatti, l’alleanza tra i cristiano democratici della Cdu dell’attuale Presidente Angela Merkel e i socialdemocratici del Spd, attualmente guidati dal Ministro degli esteri in carica Frank-Walter Steinmeier, sembra essersi definitivamente compromessa.

La manifestazione più evidente l’hanno potuta avvertire gli oltre 20 milioni di tedeschi che ieri hanno seguito il dibattito durato oltre 90 minuti nei quali i due candidati non hanno lesinato ad un serrato confronto su diversi temi di politica estera, economica, energetica ed interna. Secondo diversi analisti il candidato socialdemocratico è apparso più dinamico e propositivo del rivale andando ad esempio al di là della semplice promessa del generico ritiro entro il 2013 proposto dalla Merkel, articolando un piano che dovrebbe prevedere come punto di partenza iniziale il ritiro di 500 soldati attualmente dislocati nella base di Faizabad entro il 2011.

Sebbene la Cdu sia ancora in testa nei sondaggi accreditata di una forbice che varia tra l’11 al 14% , il partito beneficerà probabilmente di nuovi voti provenienti dai delusi del FDP, il Partito Liberal Democratico di Westerwelle. Il vincitore delle elezioni sarà quello che saprà offrire ai cittadini tedeschi concrete risposte su come uscire dalla crisi economica. A questo proposito la Sig.ra Merkel ha segnato un punto in proprio favore dettando la propria ricetta nei riguardi della vicenda di Opel che dopo la vendita del 55% delle quote passate da General Motors al colosso canadese Magna, rimane tema sensibile per l’opinione pubblica. La Merkel ha sostanzialmente sollecitato le istituzioni europee ed in particolar modo la Commissione a non frapporre ostacoli al piano di aiuti previsto dal governo per un ammontare complessivo di 4,5 miliardi di euro e che pertanto andranno presumibilmente a vantaggio esclusivo degli stabilimenti localizzati in Germania, su questo punto il candidato socialdemocratico si è limitato ad una generica critica sull’operato del governo sottolineando implicitamente i rischi che un’alleanza tra Spd e Fdp comporterebbero: “se non ci fosse stato l’Spd – ha tuonato il candidato- Opel sarebbe morta e stecchita”.

Gabriele Parachini

Afghanistan: nuovo messaggio da Osama bin Laden

Osama bin Laden è tornato a farsi sentire a pochi giorni dall'ottavo anniversario dell'attacco alle torri gemelle. Nel nuovo messaggio audio, intitolato “messaggio al popolo americano”, il leader di Al-Qaeda, sostiene che l'attuale presidente americano Barack Obama non sarebbe in grado di fermare la guerra in Iraq e in Afghanistan. A dimostrazione della sua debolezza la conferma del mandato di diverse persone, tra cui il segretario alla Difesa Robert Gates, appartenenti all'amministrazione Bush.

In particolare bin Laden sembra affermare che le due guerre sarebbero guidate, non tanto dai militanti islamici, ma dalla lobby israeliana situata all'interno della Casa Bianca, la quale metterebbe sotto pressione la politica del presidente americano. Israele è inoltre colpevole, di occupare i territori arabi, perciò l'amicizia e l'appoggio degli Stati Uniti al governo israeliano sarebbe, tra l'altro, una delle motivazioni che avrebbero causato gli attacchi dell'11 settembre 2001. Il capo di Al-Qaeda invita quindi gli americani a liberarsi sia dei neoconservatori, sia, appunto, della lobby israeliana.

Questo messaggio arriva in un momento sicuramente già molto delicato per l'Afghanistan: proprio nei prossimi giorni infatti dovrebbero essere annunciati i risultati definitivi delle elezioni presidenziali tenutesi il 20 agosto. Al momento sembra che il vincitore sia il presidente uscente Karzai, con circa il 54% dei voti. Tenendo conto che non mancano molte schede da scrutinare sarà difficile uno sconvolgimento dei risultati; non ci sarebbe quindi bisogno del ballottaggio. Tuttavia a causa dei molti reclami per irregolarità, i risultati definitivi previsti per il 17 settembre sembra slitteranno di qualche giorno.

Le parole di bin Laden fanno intuire che la guerra tra soldati americani e talibani potrebbe durare ancora a lungo. I terroristi sembra non siano ancora pronti ad arrendersi e, anzi, ogni giorno sembra abbiano sempre più motivazioni per combattere: risale a qualche giorno fa l'attacco terroristico avvenuto a Kunduz, dove sette poliziotti sono rimasti uccisi. A peggiorare la situazione l'attacco aereo contro un gruppo di talebani compiuto settimana scorsa dalla NATO, sempre a Kunduz, che ha purtroppo provocato anche la morte di decine di civili. L'avvenimento non può che aver allontanato ancora di più i civili dalla causa della guerra; sempre più estranei nei confronti delle due fazioni che combattono. Il tutto avviene, tra l'altro, in un paese dove il presidente, che tra poco probabilmente sarà rieletto, esce già da un mandato quinquennale durante il quale non è riuscito a portare dei miglioramenti sensibili. La situazione si fa quindi ancora più instabile e non è da escludere la possibilità di disordini popolari.

Elisa Rancati

Iran: Dichiarazioni esplosive sul nucleare

In occasione dell'accoglienza del nuovo ambasciatore britannico a Teheran, il Presidente Ahmadinejad ha dichiarato fermamente che l'Iran non è disposto in alcun modo a trattare con alcuno stato estero sulla questione nucleare, definendolo un diritto nazionale incontestabile e quindi al di sopra da ogni interferenza da parte di Paesi terzi. L’annuncio sembra mettere il punto ad una questione che si trascina ormai da mesi, e che per ora pare senza via d’uscita.

Si tratta quindi un duro stop ad uno dei capitoli più controversi dell'attualità mediorientale, che da diversi mesi vede un braccio di ferro in corso tra le autorità iraniane e la comunità internazionale, Stati Uniti in prima linea, volto ad interrompere il programma di sviluppo nucleare iraniano per il timore delle sue ricadute in ambito militare. Lo spin-off generato dalla tecnologia nucleare civile potrebbe infatti portare rapidamente l’Iran al possesso della bomba atomica; l’idea, unita alle ripetute dichiarazioni del suo Presidente intenzionato nel voler “cancellare il vicino Israele dalle carte geografiche”, è chiaramente inaccettabile per gli Stati Uniti, tradizionali alleati dello stato ebraico, e preoccupati per la situazione di instabilità nella regione.

La politica degli Usa è stata in un primo tempo rivolta al contenimento dell’Iran, per cercare di dissuaderlo dal proseguire nel suo programma nucleare; sanzioni economiche di scarsa efficacia sono state approvate nel 2007 da parte dell’Onu, le quali hanno avuto solamente l’effetto di aver rinforzato la coesione interna iraniana verso le scelte energetiche del proprio governo, e contro gli occidentali accusati di voler “sottrarre i benefici dell’uranio agli iraniani”. A ciò sono seguite anche minacce di rappresaglie militari da parte americana ed israeliana, senza tuttavia alcuna flessione da parte dell’Iran. Recentemente la situazione si è parzialmente distesa grazie al cambio di amministrazione alla Casa Bianca, sebbene il programma nucleare iraniano proceda in maniera inesorabile.

Colloqui su un possibile accordo riguardante la questione nucleare sono ancora in corso tra l’Iran e il gruppo dei 5+1 (UK, Usa, Cina, Russia, Francia, con l’aggiunta della Germania); la prossima riunione è prevista per il 1° ottobre, anche se Ahmadinejad, con le sue recenti dichiarazioni, pregiudica la possibilità di una riuscita positiva del vertice. Secondo il Presidente iraniano, infatti, si potrà discutere solo di problemi globali, ma non del diritto intangibile dell’Iran sul possesso tecnologia nucleare. Lo scenario è fonte di inquietudine per la maggioranza dei Paesi presenti nell’area, ma anche oltre oceano, convinti che un Iran nucleare rappresenterebbe una grave minaccia per la sicurezza mondiale.

Paolo Colombo
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