Analisi Login Abbonati Profilo Home   @  
 Africa   Americhe   Asia e Pacifico   Europa   Medio Oriente   Temi   Dossier   Mappe   Schede paese   Weekly 

Weekly Analysis: 39/2009

Africa: il IV Forum sino-africano e il consolidamento politico cinese; America Latina: l’evoluzione dei rapporti con gli USA; Germania: il ristretto campo delle trattative con GM; India: la visita del Dalai Lama in Arunachal Pradesh aumenta le tensioni con il vicino cinese; Iran: il pericoloso gioco di Teheran innervosisce l’Occidente.

Equilibri.net (09 novembre 2009)

Africa: il IV Forum sino-africano e il consolidamento politico cinese

La quarta edizione del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) del 8-9 novembre rappresenta il punto di arrivo di una strategia cinese che nell’ultimo decennio ha condotto Pechino a una costante penetrazione dei propri interessi politico-economici in Africa.

Il Forum del 8-9 novembre a Sharm el-Sheikh (Egitto), malgrado la mancanza di dettagli specifici sulle nuove proposte di cooperazione sino-africana, dovrebbe ripercorrere lo schema generale che ha contraddistinto il dialogo tra Pechino e le cancellerie africane e che è basato su alcuni punti cardine:
  • la non ingerenza negli affari interni dei paesi africani;
  • la cooperazione allo sviluppo non vincolata;
  • la fornitura di servizi e infrastrutture a tariffe preferenziali;
  • la concessione di prestiti a tasso agevolato o nullo ovvero in cambio di concessioni minerarie o petrolifere;
  • il rilevamento finanziario di società estrattive;
  • l’afflusso massiccio di investimenti;il sostegno diplomatico ai paesi africani nelle istituzioni internazionali.

Questo tipo di foreign engagement ha allargato la sfera di interessi di Pechino nel continente africano, ponendola in concorrenza, quando non in contrasto, con le altre nuove o storiche potenze interessate all’interscambio con l’Africa. Tuttavia il FOCAC egiziano dovrebbe segnare, oltre l’orizzonte economico-commerciale dei rapporti sino-africani, un avanzamento politico della Cina in Africa. Attraverso l’uso della leva della cooperazione allo sviluppo e delle agevolazioni concesse ai paesi africani, le autorità pechinesi non si sono solo assicurate l’accesso alle risorse naturali africane e in particolare a quelle energetiche, ma stanno raccogliendo i dividendi diplomatici e politici presso i governi africani.

Il probabile varo in Egitto di una strategia politica rafforzata verso l’Africa pone una nuova sfida ai paesi occidentali che mantengono interessi economici nel continente. Se Pechino dovesse prima inaugurare e poi implementare una tale strategia, l’Africa, già al centro di una perenne lotta tra sfere di interessi, potrebbe trasformarsi in un nuovo grande terreno di confronto tra sfere di influenza rappresentate dalle maggiori potenze mondiali.

Alessio Fabbiano

America Latina: l’evoluzione dei rapporti con gli USA

Nelle ultime settimane si sono verificati alcuni eventi che hanno visto la partecipazione, diretta o indiretta, degli Stati Uniti in situazioni di crisi attualmente in corso nella regione. Inoltre, a livello interno, è stata approvata dal Senato la nomina di Arturo Valenzuela come sottosegretario di Stato per gli Affari Emisferici.

L’intervento di Thomas Shannon (che sarà sostituito da Valenzuela e che dovrebbe essere nominato ambasciatore degli USA in Brasile) in Honduras sembrava aver risolto la profonda crisi istituzionale che dura da mesi, ottenendo un accordo tra i due contendenti, il presidente deposto Manuel Zelaya e quello de facto Roberto Micheletti. L’esclusione del primo dal governo di unità nazionale, che avrebbe dovuto entrare in carica entro giovedì scorso, ha però bloccato i negoziati e allontanato nuovamente le due parti in causa. L’intervento degli USA è stato necessario per rimuovere il veto che era posto alla nomina di Valenzuela (scelto dall’amministrazione Obama già da diversi mesi) da parte del senatore repubblicano Jon DeMint, contrario alla scelta della Casa Bianca di non riconoscere la legittimità del governo di Micheletti. La risoluzione, seppur temporanea, della crisi honduregna è servita dunque per sbloccare questa situazione interna oltre che per dare un segnale alla regione latinoamericana di un approccio più dialogante da parte della nuova amministrazione statunitense. Tale intervento sembra però non essere stato preso in grande considerazione dal Brasile, in quanto il presidente Lula ha nei giorni scorsi richiamato la presidenza Obama a mantenere quanto promesso all’inizio del mandato, ovvero un maggior interesse verso la regione e ha manifestato ulteriori perplessità in merito all’accordo militare con la Colombia. Il leader brasiliano ha riconosciuto che l’attenzione rivolta dalla Casa Bianca verso Iraq e Afghanistan e, in politica interna, verso l’approvazione della riforma sanitaria, ha distolto interesse e risorse dalle vicende emisferiche. Negli stessi giorni, il presidente del Venezuela Hugo Chávez ha invece accusato gli USA di essere i responsabili delle nuove tensioni attualmente in atto al confine con la Colombia.

Da una parte va considerato il comportamento dell’amministrazione Obama, che attraverso la vicenda honduregna ha voluto dare un segnale alla regione oltre che rispondere a un’esigenza di politica interna. Dall’altra, invece, le affermazioni di Lula e Chávez vanno interpretate come una reazione all’intervento in Honduras. Il Brasile, nonostante si fosse esposto ospitando Zelaya nella propria ambasciata a Tegucigalpa, non è riuscito a condurre in porto la mediazione con Micheletti; Lula ha affermato che si impegnerà per trovare un accordo tra Colombia e Venezuela, cercando dunque un nuovo scenario dove imporre la propria leadership politica a livello regionale. Chávez, invece, è uscito sconfitto dalla crisi in Honduras non essendo riuscito a controllare la questione e prosegue con la consueta strategia di innalzamento della tensione tramite l’uso della retorica.

Davide Tentori

India: la visita del Dalai Lama in Arunachal Pradesh aumenta le tensioni con il vicino cinese

Domenica 8 novembre il Dalai Lama ha iniziato una visita presso il distretto di Tawang, nella regione dell'Arunachal Pradesh, zona di confine contesa tra l'India e la Cina. Nel distretto si trova uno dei monasteri buddhisti più importanti al mondo, nonché il secondo più vecchio dopo il monastero di Lhasa.

La visita è stata condannata da Pechino come tentativo del leader religioso di intromettersi negli affari sino-indiani. Il Dalai Lama ha invece ribadito che la visita ha scopi puramente religiosi e non politici, essendo previsti incontri di preghiera e sessioni di insegnamento dei principi buddhisti. Il governo cinese ha comunque chiesto alla propria controparte indiana di annullare la visita, data l'importanza della questione territoriale che coinvolge, in particolare, il distretto di Tawang, rivendicato come parte del territorio tibetano – e quindi cinese. Il governo di Nuova Delhi ha, però, risposto in maniera negativa affermando che il Dalai Lama è considerato un ospite gradito e lo ritiene libero di visitare qualsiasi parte del territorio indiano. Per non acuire ulteriormente la tensione, il Ministero degli Esteri indiano ha, però, rifiutato i visti ai giornalisti stranieri che volevano seguire da vicino la visita del capo spirituale buddista.

Le relazioni tra India e Cina erano già sotto pressione da alcuni mesi a causa di controversie in merito ad alcune questioni, tra cui diverse dispute confinarie, oltre che per l'Arunachal Pradesh anche per l'Aksai Chin, una parte del Kashmir rivendicato dalla Cina, e divergenze relative a questioni commerciali e alla legislazione indiana sui visti, che - a detta del governo di Pechino - discriminerebbe i lavoratori cinesi. Inoltre, la Cina ha tentato di bloccare un prestito dell'Asian Development Bank a favore dell'India in cui erano previsti finanziamenti per alcuni progetti nella regione dell'Arunachal Pradesh. Infine, da diversi mesi si registrano sconfinamenti da parte di soldati cinesi proprio nei territori contesi. La visita del Dalai Lama mette ancor più in pericolo i rapporti tra i due giganti asiatici.

Cristina Passeri

Germania: il ristretto campo delle trattative con GM

A seguito della decisione del colosso statunitense GM di non vendere più Opel, e di tenersi il mercato di 15 milioni di auto vendute all'anno, seguiranno intensi incontri al vertice tra GM, Opel e Governo tedesco in attesa della presentazione di un piano di risanamento da parte di GM. Oggi il capo di GM Fritz Henderson si è recato a Ruesselsheim per l'incontro con Klaus Franz, capo del consiglio di gestione dell'Opel. Mercoledì toccherà invece al responsabile per le trattative GM John Smith e al segretario del ministero dell'economia Jochen Homann.

Il principale motivo che ha spinto GM a cambiare rotta e tenersi Opel è il miglioramento della sua posizione di mercato dopo gli ultimi mesi e l'uscita dalla amministrazione controllata.Inoltre, l'Opel ha giovato degli incentivi alla rottamazione concessi dal Governo tedesco nei sei mesi di trattativa per la vendita a Magna-Sberbank, un beneficio a costo zero per GM.La scelta è tuttavia anche il risultato di un accorto calcolo del rischio. La decisione GM è giunta dopo che le trattative tra il consorzio Magna-Sberbank e le controparti politiche e sindacali si sono pronunciate d'accordo su due punti cruciali. La concessione a Magna-Sberbank di 4,5 miliardi di euro per risanare Opel e l'accettazione da parte dei sindacati tedeschi di misure di risparmio fino a 265 milioni all'anno. Quest'ultimo accordo è stato annunciato un giorno prima della dichiarazione di GM di non vendere Opel. I due accordi segnano il perimetro di un ampio spazio di manovra per la presentazione del piano di risanamento GM.Nelle trattative precedenti per la vendita Opel, il governo tedesco ha da subito favorito l'acquisizione da parte del consorzio Magna-Sberbank. Quest'ultima ha poi presentato un piano di risanamento per l'Opel che prevedeva la chiusura di stabilimenti Opel in Gran Bretagna e Spagna, risparmiando quelli tedeschi di Ruesselsheim, Bochum, Eisenach e Kaiserlantern.Le concessioni fatte a Magna-Sberbank, tuttavia, restringono ora la possibilità di manovra del Governo tedesco. Attraverso la trasformazione del salvataggio Opel in obiettivo politico della campagna elettorale, la Germania si è posta in una posizione ricattabile, soprattutto perché ha riconosciuto ufficialmente di fronte la Commissione Europea che i 4,5 miliardi rappresentassero una somma necessaria da destinare al risanamento Opel, indipendentemente dall'acquisizione di Magna-Sberbank.

Attualmente, GM ritiene che per risanare Opel siano necessari 3 miliardi di euro, che richiede sotto la forma di garanzie dei prestiti ai Governi Europei. La mossa GM riapre la questione di quali stabilimenti saranno chiusi o significativamente ridimensionati in Europa. Nonostante, i primi pronunciamenti del nuovo ministro dell'economia Bruederle (FDP) e del primo ministro del Nord-Reno Westfalia Ruettgers (CDU), che hanno escluso l'elargizione di aiuti statali a GM è molto probabile che i due ritornino sulle loro posizioni, anche perché sotto lo scacco delle elezioni di maggio nel Nord-Reno Westfalia, al cui governo è una coalizione giallo-nera.

Vera Ragone

Iran: il pericoloso gioco di Teheran innervosisce l’Occidente. Israele prepara la reazione

Teheran continua a temporeggiare sulla questione nucleare, dopo le ripetute smentite circa l’accettazione o meno (o, ancora, solo a certe condizioni) del piano proposto la settimana scirsa dalla Russia, circa l’arricchimento del proprio uranio presso le centrali russe. L’Iran sembra scherzare con il fuoco e lo fa con la sicurezza che, almeno per il momento, dall’altra parte del tavolo della trattativa non vi sia nessuno con la volontà di sbattere i pugni sul tavolo. Nessuno che voglia, o possa, mandare all’aria il negoziato intraprendendo definitivamente la strada della contrapposizione armata.

L’obiettivo iraniano pare chiaro: guadagnare tempo approfittando delle divisioni all’interno del 5+1 e, soprattutto, della debolezza della potenza imperiale americana, in fase calante ed impegnata sul doppio sforzo rappresentato dall’opportunità di uno sganciamento soft dal teatro iracheno e dalla necessità parallela di stabilizzare il teatro afghano. Due operazioni che evidentemente non lasciano spazio ad un ulteriore impegno militare in Iran. Oltretutto il generale McChrystal chiede truppe (forse 40.000 uomini in più) e fatica ad ottenerle, anche perché il Presidente statunitense Obama è attualmente più impegnato sul fronte interno, altrettanto caldo, della riforma sanitaria.

Mentre l’Occidente cerca di trovare una linea comune con Russia e Cina, Teheran procede a ritmo serrato nello sviluppo del suo programma nucleare: la scoperta dell’impianto di Qom (notizia risalente a circa un mese fa) e l’ammissione dell’Aiea secondo cui l'Iran avrebbe acquisito informazioni sufficienti per progettare e produrre un ordigno nucleare a implosione, ne sono la riprova. In tale quadro, sono arrivate le accuse mosse dai servizi israeliani circa il rifornimento di armi (per circa 500 tonnellate) agli alleati iraniani sulle sponde orientali del Mediterraneo, Hamas ed Hezbollah, tramite un carico stipato nel mercantile tedesco Francop. E’ probabile che Teheran, se le accuse fossero confermate, stia agendo in tale modo nell’ottica di garantirsi un potenziale secondo fronte alle spalle di quello che ritiene essere il suo più probabile avversario in una disputa militare sul breve periodo, vale a dire proprio lo Stato di Israele.

Massimiliano Frenza Maxia
I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320

Layout design by inGraphix.
Progettazione e Realizzazione a cura di Fabio Duchi.