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Weekly Analysis: 40/2009

Somalia: il piano di formazione militare dell’UE; Colombia e Venezuela: sale la tensione tra i due Paesi; Cina: la visita del presidente Obama e le questioni in gioco; Kosovo: nel giorno delle elezioni municipali i serbi scelgono l'astensione; Israele: le accuse di collaborazione con la Siria nel caso Mughniyyeh minacciano la sicurezza.

Equilibri.net (16 novembre 2009)

Somalia: il piano di formazione militare dell’UE

Il governo di Mogadiscio potrebbe rafforzare l’organico militare e costituire un primo nucleo di uomini addestrati secondo un programma professionale grazie ad un piano ad hoc da parte dell’Unione Europea (UE).

Il piano è destinato a 1.000-2.000 soldati somali, che dovrebbero essere addestrati da 200 trainers europei presso una base in Uganda così da evitare possibili attacchi armati in territorio somalo. Questo disegno, che dovrebbe a breve ricevere l’approvazione degli organi decisori dell’UE, rappresenta un cambio parziale nell’approccio di Bruxelles verso la crisi somala. Sinora i 27 membri dell’organizzazione europea (eccetto la Francia che insieme a Uganda e Gibuti ha già avviato un proprio programma di formazione militare per la Somalia) hanno attribuito un indirizzo quasi esclusivamente politico alla questione somala, salvo l’azione militare in mare contro la pirateria nel Golfo di Aden, comunque slegata da accordi di difesa con le autorità di Mogadiscio. L’UE ha dato il suo pieno appoggio diplomatico al governo di transizione di Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, senza tuttavia integrarlo con uno schema di proiezione militare sul terreno. Il piano di addestratamento contiene, pertanto, anzitutto un risvolto militare del sostegno europeo sinora accordato a Sheikh Ahmed, giacché impegna una missione di soldati europei anche se soltanto in modo indiretto e fuori dal territorio somalo. In secondo luogo esso recepisce, seppure ad un livello solo iniziale, la “strategia afghana” di addestrare forze somale per la sicurezza nazionale con l’obiettivo di sconfiggere nel lungo periodo i gruppi insorti, generalmente deboli sotto l’aspetto della preparazione militare.

La missione dell’UE include un significato extramilitare definito da un attivismo più mirato verso l’instabilità in Somalia nel quadro degli sforzi internazionali, sinora concentrati nel contenimento della pirateria, volti a stabilizzare un paese che ospiterebbe formazioni armate collegate col terrorismo internazionale. Il piano potrebbe costituire il primo passo di un maggiore impegno militare, anche solo indiretto, dell’UE in Somalia e, in base alle necessità e agli obiettivi acquisiti, potrebbe essere riproposto o prolungato.

Alessio Fabbiano

Colombia e Venezuela: sale la tensione tra i due Paesi

Durante la scorsa settimana si è verificato un innalzamento della temperatura nelle relazioni bilaterali tra Colombia e Venezuela. Il presidente di quest'ultimo, Hugo Chávez, nel corso della sua consueta trasmissione televisiva sul canale di Stato, ha rivolto affermazioni di aperta ostilità nei confronti del Paese confinante, arrivando persino a sostenere la possibilità di un conflitto armato ed invitando le proprie Forze Armate a tenersi pronte per ogni evenienza.

Le dichiarazioni di Chávez sono l'ultima tappa di un'escalation della tensione nei rapporti tra i due Stati, processo che dura almeno da un paio d'anni. Lo scontro, che trae le proprie origini da dispute territoriali legate al reciproco confine, si è particolarmente inasprito nel corso di quest'anno a causa dell'accordo militare tra Usa e Colombia per la concessione di sette basi militari ed era culminato con la decisione da parte di Caracas di interrompere le relazioni commerciali nel mese di giugno. Nelle scorse settimane, invece, in territorio venezuelano sono stati ritrovati i cadaveri di undici persone, di cui nove di nazionalità colombiana: ufficialmente si trattava di venditori ambulanti, ma le autorità della repubblica “bolivariana” hanno invece sostenuto che erano paramilitari colombiani infiltratisi illegalmente in Venezuela. Il fatto, dai contorni ancora oscuri, ha fornito il pretesto a Chávez per compiere un'altra mossa in questo conflitto, finora soltanto diplomatico. Il presidente colombiano Álvaro Uribe, tuttavia, non ha raccolto per il momento la “sfida” del suo omologo e le autorità colombiane hanno risposto con una nota ufficiale nella quale si afferma che da Bogotá non è mai giunto, né mai giungerà, alcun atto ostile nei confronti di Stati limitrofi. Il Governo colombiano ha rivolto anche un appello all'ONU affinché intervenga nei confronti delle minacce di Chávez. Il Brasile si è proposto come mediatore tra i due attori lanciando l'idea di una commissione di vigilanza frontaliera, mentre gli Stati Uniti si sono limitati, di concerto con l'Organizzazione degli Stati Americani, a chiedere di risolvere pacificamente le reciproche controversie.

Un conflitto militare tra Colombia e Venezuela è altamente improbabile, anche se negli ultimi mesi Caracas ha modernizzato le proprie Forze Armate con acquisti dalla Russia nel campo dell'aviazione e della missilistica. L'intento di Chávez è verosimilmente quello di accrescere la tensione per catalizzare l'attenzione della popolazione sulla questione, in quanto nel 2010 si svolgeranno in Venezuela le elezioni legislative e i sondaggi danno in calo il consenso nei suoi confronti per i problemi legati all'economia e alla criminalità. A livello regionale, il Brasile cerca di porsi come arbitro della questione per due ragioni: innanzitutto un eventuale conflitto lo coinvolgerebbe inevitabilmente in quanto confina con entrami i Paesi, inoltre Lula vuole ottenere la leadership politica in America Latina dopo il parziale insuccesso nella questione honduregna. Le prospettive per l'integrazione regionale permangono comunque negative, perché la frattura tra gli Stati in orbita del Venezuela e gli altri potrebbe allargarsi sempre di più e bloccare nuovamente l'ingresso di Caracas nel Mercosur.

Davide Tentori

Cina: la visita del presidente Obama e le questioni in gioco

Il 12 novembre è iniziato il tanto atteso viaggio del presidente degli Stati Uniti in Asia. La prima tappa è stata Tokyo, dove Obama ha incontrato il primo ministro giapponese Hatoyama, con cui ha riaffermato l'importanza dell'alleanza tra Stati Uniti e Giappone, rimarcato la necessità di un rinnovo della stessa sulla base dell'eguaglianza tra i due alleati e proposto un gruppo di lavoro per decidere lo spostamento della base navale americana di Futenma sull'isola di Okinawa, questione che pone le relazioni tra i due paesi sotto pressione. Nella capitale giapponese, Obama ha anche rilasciato le prime dichiarazioni sulla futura politica statunitense verso il continente, affermando che gli Stati Uniti non hanno intenzione di contenere la potenza cinese, ma vogliono ingaggiare con il governo di Pechino una politica di collaborazione sulle problematiche globali più rilevanti, che nessuna potenza è in grado di risolvere da sola. Il presidente americano ha ribadito l'importanza dei principi su cui si fondano gli Stati Uniti, in particolare libertà di espressione e religiosa, che devono essere principi fondamentali di tutti gli stati nel mondo.
Dopo aver lasciato il Giappone e aver partecipato all'incontro dei paesi dell'ASEAN a Singapore, dove per la prima volta un presidente americano ha incontrato tutti insieme i rappresentanti dei dieci paesi che partecipano all'organizzazione, Obama si è recato a Shanghai, prima tappa del viaggio in Cina, dove ha parlato a una conferenza organizzata presso il Museo della Scienza e della Tecnologia, a cui hanno partecipato centinaia di studenti cinesi. Rispondendo alle domande postegli, Obama ha affrontato diversi argomenti scottanti, tra cui la libertà di espressione e la censura di internet, richiamando l'importanza della libertà di informazione, che non può che migliorare l'operato del governo. Dopo l'incontro con gli studenti, Obama ha anche incontrato Yu Zhengsheng, segretario del comitato municipale di Shanghai del Partito Comunista Cinese, a cui ha ribadito le dichiarazioni fatte all'inizio del suo viaggio asiatico a Tokyo, in cui affermava che la Cina non deve essere vista come una potenza rivale, ma come un partner con cui condividere la responsabilità per la soluzione di importanti tematiche internazionali.

Nel pomeriggio di lunedì 16 novembre ha lasciato Shanghai per volare verso la capitale, dove è previsto un incontro con il presidente Hu Jintao. Le principali tematiche globali che verranno affrontate dal presidente americano riguarderanno nuove sanzioni previste per l'Iran, la situazione della Corea del Nord e i cambiamenti climatici, in vista del vertice di Copenaghen. Obama ha affermato, inoltre, che tratterà la questione dei diritti umani nel colloquio privato con il presidente cinese Hu Jintao.

Cristina Passeri

Kosovo: nel giorno delle elezioni municipali i serbi scelgono l'astensione

Le seconde elezioni municipali tenutesi ieri in Kosovo dalla data d'indipendenza dichiarata unilateralmente dall'Assemblea il 17 febbraio 2008, hanno segnato un'affluenza che si attesterà intorno al 50% (era al 45,36% alle 18 con i seggi in chiusura alle ore 19). Il dato si pone in netto miglioramento rispetto alle elezioni municipali del 2007 quando al termine del secondo turno l'affluenza finale è stata del 31%.

Nelle elezioni di ieri, che chiamavano al voto oltre 1 milione e mezzo di residenti, appartenenti alle 8 etnie principali dell'entità kosovara, per eleggere 36 sindaci e i rispettivi consigli comunali, le partite più importanti riguardavano l'elezione del sindaco di Pristina e l'elezione in alcune municipalità situate a nord del paese come Gracanica e Leposavic dove l'incognita maggiore rimaneva l'atteggiamento dei serbi, etnia di maggioranza, nei confronti del processo elettorale. A Pristina, si fronteggiavano due candidati supportati dai due partiti di governo, da una parte Isa Moustafa, attuale sindaco del LDK, la Democratic League of Kosovo, il partito del Presidente Fatmir Sejdiu, dall'altra Astrit Salihu semi-sconosciuto candidato del PDK, partito del Primo Ministro Hashim Tahci. Nel nord del paese invece, malgrado gli appelli di diverse personalità del mondo culturale serbo sembra che l'affluenza supererà di poco il 25% che potrebbe comunque essere sufficiente per garantire l'elezione a Gracanica del candidato serbo Momcilo Trajkovic.

L'obiettivo primario rimaneva comunque quello di fornire alla comunità internazionale una prova tangibile circa la capacità di organizzare elezioni in modo autonomo da parte delle autorità kosovare soprattutto dopo l'implementazione del Piano Ahtisaari, che nel quadro di un processo di decentramento imposto alla maggioranza albanese, dovrebbe permettere l'elezione in 10 municipalità del Kosovo di sindaci di etnia serba.

Gabriele Parachini

Israele: le accuse di collaborazione con la Siria nel caso Mughniyyeh minacciano la sicurezza

Secondo quanto riportato dal quotidiano del Kuwait Alrai, vi sarebbe stata una collaborazione tra la Siria e il Mossad, i Servizi Segreti israeliani, in occasione dell’uccisione di Imad Mughniyyeh, esponente di spicco di Hezbollah e del suo ramo militare, avvenuta nel febbraio del 2008 nella capitale siriana Damasco. Secondo tale fonte un generale siriano responsabile dei controlli di frontiera, Hassan Makhlouf, avrebbe permesso ad agenti del Mossad di penetrare in territorio siriano, lasciando il confine non sorvegliato. Makhlouf sarebbe stato corrotto dalla malavita organizzata (trafficanti di droga, armi e persone…) ad agire in tal modo e, in un secondo tempo, Israele, scoperto il fatto, sarebbe riuscito a sfruttarlo per far penetrare propri agenti in Siria.

Makhlouf avrebbe anche informato gli Israeliani circa gli spostamenti dello stesso Mughniyyeh tra la Siria ed il Libano, facilitando così il compito del Mossad. Nonostante Israele continui a smentire qualsiasi tipo di responsabilità per l’attentato contro Mughniyyeh, la notizia, d’altro canto, metterebbe allo scoperto le politiche ambivalenti di Damasco negli ultimi due anni, allo scopo di tornare ad essere una media potenza regionale, in grado di aver credito nei confronti del mondo occidentale (quindi, in parte, anche di Israele, con cui la Siria ancora sta tentando di arrivare ad un accordo di pace). La vicenda potrebbe legarsi anche alla questione del sospetto sito nucleare segreto della Siria di al-Kibar, bombardato dai caccia israeliani nel settembre 2007.

Damasco starebbe operando in Medio Oriente con una strategia funzionale a rientrare a pieno titolo nella Comunità Internazionale e, quindi, uscire dall’isolamento, tenendo dall’altro lato un atteggiamento comunque cauto nei confronti dell’Occidente e di Israele, per evitare di rompere i fili che la legano a realtà come l’Iran e attori come Hezbollah e Hamas, i rapporti con i quali restano comunque importantissimi per la Siria. Se da un lato l’attentato del settembre 2008 in un quartiere sciita di Damasco (che provocò decine di vittime e fu il primo di questa portata in Siria dopo quasi venti anni) ha messo in luce quanto possa esser rischioso per la stessa Siria collaborare con dei competitori, come Israele e gli altri attori arabi, delle ripercussioni potrebbero esservi per lo stesso Israele. Il sospetto del coinvolgimento diretto israeliano nella morte di Mughniyyeh porta infatti il rischio attentati, come rappresaglia, ad alzarsi nel breve-medio termine.

Stefano Torelli
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