Analisi Login Abbonati Profilo Home   @  
 Africa   Americhe   Asia e Pacifico   Europa   Medio Oriente   Temi   Dossier   Mappe   Schede paese   Weekly 

Maghreb: i rapporti economici con l'Italia

Il Maghreb rappresenta storicamente una regione chiave per gli interessi economici italiani: i Paesi della regione (Libia, Tunisia, Algeria e Marocco) stanno sperimentando una crescita particolarmente sostenuta e offrono numerose opportunità per le aziende italiane, sia dal punto di vista dell’import/export, sia per quanto riguarda gli investimenti diretti o la delocalizzazione. Un discorso a parte merita il settore energetico, comparto chiave in cui le società italiane giocano un ruolo di primo piano, e su cui anche la diplomazia di Roma si è impegnata particolarmente.

Lorenzo Piras

Equilibri.net (25 gennaio 2010)

La stato delle economie maghrebine

La situazione economica dei Paesi del Maghreb si presenta a prima vista come fondamentalmente disomogenea. La regione nel suo complesso è caratterizzata da tendenze contrastanti: a fronte, infatti, di una crescita particolarmente sostenuta dei vari PIL nazionali, attestata tra il 4% ed il 6% annui a seconda dei casi, persistono alcuni dati particolarmente negativi, come l’alto tasso di disoccupazione, specialmente quella giovanile nelle aree urbane, l’arretratezza di un sistema economico poco differenziato, basato su agricoltura ed idrocarburi, o l’esistenza di profonde divisioni sociali, come quelle tra le aree rurali e quelle urbane o tra il fronte secolare e quello religioso. Non si può inoltre ignorare che le precarie condizioni politiche ed i tanti problemi interni dei vari Stati dell’area, non ultimo quello della violenza organizzata e del terrorismo di matrice qaedista, hanno effetti deleteri sull’andamento dell’economia, sia a livello interno che nelle relazioni con altri Paesi. Altro aspetto negativo all’interno del quadro economico maghrebino è la mancanza di integrazione a livello regionale; a dispetto della creazione dell’Unione del Maghreb Arabo (UMA), che dovrebbe favorire la cooperazione intergovernativa, tanto economica quanto politica, i Paesi dell’area non hanno ancora avviato, nella pratica, alcun percorso di avvicinamento ed associazione. Le difficoltà in quest’ambito sono esasperate dalle severe misure di sicurezza attuate dai singoli Stati per fronteggiare la minaccia terroristica, misure che hanno di fatto contribuito a complicare ulteriormente il movimento di uomini, merci e capitali all’interno della regione.

A fronte della mancanza di una fattiva cooperazione regionale, e quasi a sottolineare la mancanza di uniformità dell’area, i Paesi maghrebini hanno, seppur singolarmente, da tempo allacciato relazioni economiche di notevole entità con gli Stati Uniti, alcuni Stati europei tra i quali spiccano Francia, Italia e Spagna, oltre all’Unione Europea nel suo complesso, attraverso la Politica Europea di Vicinato (PEV) e il progetto dell’Unione per il Mediterraneo, evoluzione del Partenariato Euro-Mediterraneo. Nonostante la persistenza di tendenze contrastanti ed oggettive difficoltà, il Maghreb resta uno degli sbocchi principali per le iniziative economiche italiane, provenienti tanto dal settore pubblico quanto da quello privato. Le principali aree di interazione tra Roma e la regione nordafricana sono l’import/export, gli investimenti diretti e l’approvvigionamento energetico; altri settori di minore impatto, ma che comunque meritano un’analisi, sono quello delle telecomunicazioni e quello delle rimesse degli immigrati maghrebini residenti in Italia.

L’interscambio Italia-Maghreb: dati e caratteristiche

Storicamente l’Italia è uno dei partner economici principali per gli Stati maghrebini, secondo solo alla Francia. La politica di buon vicinato con l’altra sponda del Mediterraneo, portata avanti dalla diplomazia di Roma anche negli anni della Guerra Fredda, ha portato alla nascita di stabili legami economici, soprattutto in campo energetico (basti pensare al ruolo giocato dall’ENI di Enrico Mattei negli anni Cinquanta e Sessanta) ma anche per quanto riguarda le piccole e medie imprese, che rappresentavano e rappresentano il grosso del panorama industriale italiano anche nei rapporti internazionali. Attualmente il Maghreb, secondo le stime di Confindustria, rappresenta l’11% dell’export italiano, e, stando ai dati del Ministero per gli Affari Esteri (MAE), l’interscambio con la regione africana per il 2008 ha raggiunto quota 39 miliardi di euro. Queste cifre prendono in considerazione l’area maghrebina nel suo complesso, ma è utile anche analizzare i dati Paese per Paese, in modo da approfondire le dinamiche della penetrazione economica italiana nell’area tenendo conto di tutte le variabili e delle peculiarità di ogni Paese.

LIBIA: Secondo i dati del MAE, relativi al 2008, l’interscambio commerciale tra Roma e Tripoli ha raggiunto i 20 miliardi di euro, la cifra più alta tra tutti i Paesi del Maghreb; L’entità di questa cifra è riconducibile in gran parte all’import nel settore degli idrocarburi, che genera un flusso di quasi 15 miliardi di euro all’anno. L’import è dunque dominato, al 98%, dagli idrocarburi e dai prodotto petroliferi grezzi, mentre l’export italiano si concentra soprattutto sui prodotti petroliferi raffinati e su macchinari e tecnologie industriali. Il caso libico ad ogni modo è particolare, dato che sono stati soprattutto i recenti sviluppi diplomatici ad accrescere ed agevolare la presenza economica italiana nel Paese, e sarà preso in esame più dettagliatamente in seguito.

TUNISIA: Stando ancora alle stime del MAE per il 2008, l’interscambio commerciale tra l’Italia e la Tunisia si assesta poco oltre i 5 miliardi di euro. Per Tunisi, l’Italia è il secondo partner commerciale in assoluto, ed infatti il Paese è il secondo mercato più importante del Mediterraneo (dopo la Turchia) per i prodotti italiani; l’import verso l’Italia è fatto soprattutto di prodotti tessili, oli e grassi vegetali ed animali, e prodotti calzaturieri, mentre l’export italiano è diviso principalmente tra macchinari agricoli ed industriali, prodotti petroliferi raffinati e tessuti. In Tunisia gioca un ruolo importante il cosiddetto traffico di perfezionamento, vale a dire l’export temporaneo di prodotti italiani semilavorati perché proseguano o completino la lavorazione in impianti fuori dal territorio nazionale; allo stesso modo, il Paese è una delle destinazioni favorite per quanto riguarda la delocalizzazione, ossia lo spostamento di stabilimenti industriali facenti capo a imprese italiane al di fuori dei confini nazionali, spostamento dovuto principalmente all’abbattimento dei costi di gestione e del personale che in questo modo si ottiene. Attualmente le imprese italiane presenti stabilmente in suolo tunisino sono circa 680. Paese povero di idrocarburi, la Tunisia interessa però le imprese italiane che si occupano di elettricità ed energie alternative: un progetto congiunto italo-tunisino da 2 miliardi di euro, che prevede la posa di un elettrodotto sottomarino dalla capacità di circa 1000 MW e la costruzione di una centrale elettrica nel Paese nordafricano, è in fase di avviamento. Importante per la Tunisia è anche l’indotto generato dalla massiccia presenza di turisti italiani, secondi solo a francesi e tedeschi per numero di presenze.

ALGERIA: L’Algeria è un partner economico di primissimo piano per l’Italia. L’interscambio commerciale 2008 ha superato la notevole cifra di 11 miliardi di euro, con 150 società italiane impegnate su suolo algerino in settori che vanno dall’impiantistica industriale all’agroalimentare, passando per il settore idrico, quello energetico, e quello delle infrastrutture. L’Algeria è il primo fornitore di gas naturale dell’Italia, e difatti la quasi totalità dell’import proveniente da Algeri è composta da idrocarburi; la punta di diamante della presenza economica italiana nel Paese maghrebino è dunque costituita dalle grandi imprese coinvolte nell’estrazione, nella preparazione e nel trasporto di idrocarburi, in primis ENI, ENEL ed EDISON.

MAROCCO: Tra i Paesi del Maghreb, il Marocco è quello che, in proporzione, incide di meno sulla bilancia commerciale: l’interscambio con l’Italia, per il 2008, si ferma a poco più di 2 miliardi di euro, il che è in parte dovuto alla scarsità di risorse energetiche in confronto ai Paesi vicini. L’import/export si basa, rispettivamente, su prodotti d’abbigliamento, ittici e chimici da una parte, e su macchinari industriali e materiale tessile dall’altra. Come accade anche in Tunisia, benché in misura minore, il traffico di perfezionamento ed il turismo sono voci importanti nella bilancia commerciale tra Roma e Rabat.

In coda al dossier sono riprodotte alcune tabelle provenienti dall’annuario ISTAT per il 2008, che fanno riferimento ad alcuni dati ed andamenti generali per tutta l’area nordafricana (incluso l’Egitto). Le cifre della tabella A confermano i dati generali esposti in precedenza: se l’export italiano è basato principalmente su macchinari, componenti meccanici e prodotti petroliferi raffinati, dal Nord Africa partono soprattutto petrolio greggio e gas naturale, per un valore che nel 2008 si avvicina ai 24 miliardi di euro. Altro dato interessante è il trend: il volume tanto delle esportazioni quanto delle importazioni è infatti aumentato costantemente negli ultimi anni. Anche i dati presentati dalla tabella B confermano i medesimi dati generali: assoluta preminenza degli idrocarburi nell’import, dei macchinari per quanto riguarda l’export, e trend positivo con una variazione, tra il 2007 e il 2008, intorno al 32% per quanto riguarda le esportazioni e vicina al 25% per le importazioni. Il nuovo dato, particolarmente significativo, riguarda invece i saldi. Le cifre dimostrano come la bilancia commerciale tra Italia e Nord Africa sia sempre in negativo per Roma; detto in altre parole, l’Italia importa dalla regione più di quanto riesca ad esportarvi. Il saldo perennemente negativo è principalmente dovuto agli ingenti quantitativi di idrocarburi importati, che incidono pesantemente sula bilancia commerciale, ma anche al fatto che nonostante la crescita sostenuta il Maghreb non è ancora in grado di ricevere le merci italiane in quantità tale da pareggiare il saldo.

L’importanza del comparto energetico

Come accennato in precedenza, il settore che incide maggiormente nei rapporti economici (ma anche politici) tra l’Italia ed i Paesi del Maghreb è quello energetico. L’Italia, quarto importatore mondiale di gas naturale, ricava il 33% del suo fabbisogno dalle riserve algerine e libiche (dati ENI), e la presenza di aziende italiane operanti nel settore è particolarmente forte. I legami energetici con l’Algeria sono pluridecennali: il primo gasdotto, il Transmed, fu costruito tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ed è gestito dall’ENI e dalla Sonatrach, la compagnia petrolifera statale algerina. Il gasdotto, che partendo dal deserto algerino passa per la Tunisia e la Sicilia per poi arrivare in val Padana, arriverà ad una capacità di oltre 30 miliardi di metri cubi all’anno in seguito ad una serie di espansioni che termineranno nel 2012. Si è invece appena conclusa la fase di progettazione per il gasdotto GALSI, che dovrebbe collegare l’Algeria all’Italia continentale tagliando per la Sardegna, con un tracciato di più di 800 kilometri (di cui due terzi in mare) ed una capacità di 8 miliardi di metri cubi annui. GALSI è partecipato, oltre che dalla Sonatrach, da una cordata di grandi imprese italiane (ENEL, Edison, HERA, SNAM Rete Gas) e dalla SFIRS, la finanziaria della Regione Sardegna. Le aziende italiane sono molto presenti in Algeria anche per quanto riguarda le infrastrutture: la Saipem S.p.A., facente parte del gruppo ENI, ha ottenuto qualche mese fa un contratto da quasi 900 milioni di euro, mentre la Maire Tecnimont S.p.A., attraverso una controllata francese, ha ottenuto ben cinque contratti per la fornitura di servizi di ingegneria di base per i gasdotti della Sonatrach, per un valore complessivo di 44 milioni di euro.

Per quanto riguarda la Libia, il legame è ancora più stretto: l’ENI infatti controlla il 50% del Western Libyan Gas Project, in compartecipazione con la compagnia statale libica, la National Oil Corporation (NOC); si tratterà del primo progetto finalizzato all’esportazione del gas libico in Europa, che a pieno regime potrà ricevere 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’ ENI è il primo produttore straniero in Libia, posizione rafforzata recentemente, anche grazie alle strette relazioni tra il governo di Roma e quello di Tripoli: l’azienda italiana ha infatti sottoscritto sei contratti del tipo exploration and production sharing, validi per 25 anni a partire dal 2008, ottenendo così un monopolio de facto sullo sfruttamento delle riserve energetiche libiche. In virtù tanto della posizione geografica, quanto dei rapporti diplomatici storicamente buoni con i Paesi del Maghreb, l’Italia punta a diventare il principale (se non unico) hub attraverso cui le risorse energetiche nordafricane potranno poi raggiungere l’Europa centrale; quest’idea trova la sua collocazione anche all’interno della strategia mirata a diminuire la dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo, aprendo nuovi canali di approvvigionamento che garantiscano al continente l’ingente quantitativo di energie di cui necessita, evitando allo stesso tempo di chiamare in causa, politicamente ed economicamente, Mosca.

Strategie economiche a confronto: PMI o grandi accordi strategici?

La penetrazione economica italiana in Maghreb si sviluppa principalmente seguendo due diverse direttive: da una parte ci sono le piccole e medie imprese (PMI), colonna portante dell’industria italiana, la cui storica presenza capillare in tutta l’Africa settentrionale è un tassello fondamentale dell’interscambio in termini di import/export ed investimenti diretti esteri (IDE). Parallelamente, esiste una rete di importanti accordi, negoziati e conclusi tanto a livello intergovernativo quanto a livello di singole grandi industrie, che portano a contratti miliardari e sono strettamente dipendenti dalle strategie politiche dei singoli Paesi. La presenza capillare e costante delle PMI in Maghreb è vitale per l’Italia: la regione nordafricana è infatti particolarmente conveniente per questo genere di investimenti, dato che fornisce una notevole quantità di manodopera a basso costo ed offre ottime opportunità di delocalizzazione, oltre ad essere un contesto ideale per il traffico di perfezionamento. D’altro canto, altrettanto vitale risulta essere la stipula di accordi che coinvolgono le grandi imprese italiane: a parte qualche eccezione (la Benetton per esempio ha da poco investito 20 milioni di euro per la costruzione di un importante stabilimento in Tunisia) questo genere di interazione interessa soprattutto aziende del settore energetico o delle infrastrutture, basti pensare ai contratti milionari di ENI, Edison e Tecnimont.

Le due strategie di penetrazione economica risultano essere, in fin dei conti, complementari: tanto le PMI quanto le grandi aziende dell’energia presenti nel Maghreb, infatti, beneficiano della relazione particolare tra Roma ed i vari governi dell’area. Tale vicinanza politico/diplomatica, a sua volta, è in gran parte basata sulla persistenza di alcuni accordi economici particolarmente vantaggiosi (come quelli riguardanti gli approvvigionamenti energetici) e sulla mutua convenienza derivante dalla solida presenza imprenditoriale italiana nella regione (per esempio attraverso la delocalizzazione e gli investimenti diretti delle PMI); si viene a creare dunque una sorta di circolo virtuoso che interessa i rapporti politici, gli accordi economici e le relazioni diplomatiche, un circolo che necessita di tutti i suoi componenti per continuare a funzionare. In considerazione di queste dinamiche, il governo di Roma propone una serie di programmi volti ad incentivare ed agevolare gli investimenti delle compagnie italiane in Maghreb: il tramite principale di queste agevolazioni è la Società Italiana per le Imprese all’Estero (SIMEST); una S.p.A. controllata al 76% dal governo e partecipata da banche, associazioni imprenditoriali e di categoria. La SIMEST agevola i crediti all’esportazione, offre finanziamenti a tasso agevolato a quelle imprese che vogliano compiere studi di fattibilità o vogliano investire in mercati esteri (specie extraeuropei e nordafricani), partecipa all’acquisto di società estere da parte di imprese italiane, e, attraverso i 34 milioni di euro del fondo di venture capital FINMED, sostiene gli investimenti delle PMI, soprattutto quelle del meridione, attraverso l’acquisizione di capitale di rischio in imprese miste nei Paesi del bacino mediterraneo.

Questi programmi di garanzia, insieme all’azione diplomatica, si rendono necessari anche a causa di un atteggiamento ambiguo di Paesi come Libia ed Algeria, che se da una parte accolgono di buon grado gli investimenti stranieri (ed italiani in particolare), dall’altra, per motivi di politica interna, fanno spesso leva sul sentimento anticoloniale della popolazione, minacciando per esempio programmi di nazionalizzazione (è il caso della Libia), o ponendo un tetto alla presenza di capitali stranieri nel settore privato nazionale (è il caso dell’Algeria, con un tetto del 40%). Alla luce di queste considerazioni, appare palese l’importanza della strategia di penetrazione economica a doppio binario, PMI da una parte e grandi accordi dall’altra, affiancata da un continuo e sapiente lavoro diplomatico che riesca in qualche modo ad arginare le volubili tendenze dei governi maghrebini; inoltre, proprio in ragione di questa volubilità, è utile che esistano dei programmi di incentivazione e copertura come quelli gestiti dalla SIMEST.

Cooperazione europea o accordi bilaterali? Il partenariato euromediterraneo ed il caso libico

Dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995 i rapporti, anche economici, tra gli Stati europei e i Paesi dell’Africa settentrionale sono entrati in una nuova fase caratterizzata dal superamento dello storico bilateralismo, da una nuova volontà di concertazione e cooperazione, e dall’individuazione di importanti obiettivi comuni. Tra i punti elencati dal documento del 1995 appare anche la creazione di una zona di libero scambio mediterranea, da realizzarsi entro il 2010 attraverso una progressiva eliminazione degli “ostacoli tariffari e non tariffari al commercio per quanto riguarda i prodotti manufatti”, e una liberalizzazione per quanto riguarda “il commercio dei prodotti agricoli e gli scambi in materia di servizi”. Al fine di realizzare la zona di libero scambio, stando alla Dichiarazione “i Paesi terzi mediterranei dovranno eliminare gli ostacoli agli investimenti esteri diretti e incentivare il risparmio interno al fine di promuovere lo sviluppo economico. […] l'introduzione di un ambiente favorevole agli investimenti avrà come conseguenza il trasferimento di tecnologie e l'aumento della produzione e delle esportazioni. Il programma di lavoro prevede una riflessione volta ad individuare gli ostacoli agli investimenti così come gli strumenti necessari per favorire tali investimenti, compreso nel settore bancario”.

Gli ambiziosi propositi del documento si sono però dovuti scontrare con alcuni fattori: in primo luogo, se ciascuno dei Paesi nordafricani ha un ottimo livello di integrazione economico/politica con i Paesi europei, manca quasi totalmente una cooperazione intergovernativa a livello regionale, nonostante l’esistenza dell’UMA. Inoltre, permangono dei forti legami particolari con le ex potenze coloniali (la Francia per Algeria e Tunisia, l’Italia per la Libia), oltre a una ovvia vicinanza anche economica con Paesi geograficamente più prossimi, come l’Italia; un ulteriore ostacolo al progetto di Barcellona è rappresentato dalla vaghezza del documento e dalla mancanza di proposte e scadenze sostanziali, oltre che dai problemi diplomatici causati dalla proposta di Sarkozy per la creazione di un’Unione per il Mediterraneo, che si è dovuta conciliare coi preesistenti progetti europei. Il ruolo dell’Italia in questo contesto è duplice: pur essendo, infatti, tra i principali fautori del processo di avvicinamento, economico e non, tra le sponde del Mediterraneo, Roma non perde occasione di stabilire con i Paesi del Maghreb delle relazioni particolari in ambito culturale ed economico. L’esempio principale di questa strategia è dato dal recente Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione sottoscritto dal Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e dal Presidente libico Muammar Gheddafi: la stipula del Trattato ha di fatto posto le basi politiche per una presenza quasi monopolistica delle imprese italiane in suolo libico, soprattutto per quanto riguarda il settore energetico.

Col Trattato, da una parte Roma si impegna a versare nelle casse di Tripoli 5 miliardi di euro, sotto forma di investimenti, a titolo di riparazione per il passato coloniale; tali investimenti si concretizzeranno nel finanziamento di alcune opere infrastrutturali i cui appalti saranno poi assicurati ad imprese italiane, oltretutto a condizioni agevolate. Per conto suo, la Libia “si impegna ad eliminare tutte quelle procedure regolamentari che ostacolano e limitano le aziende italiane” (art. 9), impegno particolarmente promettente per le PMI. Non bisogna dimenticare inoltre la già citata serie di contratti sottoscritti dall’ENI che garantiscono all’azienda italiana un monopolio de facto sul gas libico per i prossimi 25 anni, oltre alla creazione di quattro zone franche, di cui la prima, quella di Misrata, sarà pronta entro un anno; la zona franca, istituita su una zona di proprietà del Fondo per gli Investimenti della Banca Centrale Libica, sarà dotata di tutte le infrastrutture, tra cui porto ed aeroporto cargo internazionali, e sarà collegata a Tripoli attraverso una superstrada costiera. A Misrata le imprese italiane godranno di vantaggi fiscali per i primi 5 anni, e potranno importare ed esportare a dazio zero, senza sottostare a nessun obbligo di joint venture con società libiche; gli stanziamenti destinati al progetto da parte del Fondo Libico per l’Investimento Interno e lo Sviluppo ammontano a oltre 11 miliardi di euro. Non è però solo l’Italia a trarre vantaggio dal Trattato. A parte l’ovvio significato diplomatico della manovra, ossia una legittimazione internazionale che il regime di Gheddafi avrebbe difficilmente ottenuto con qualsiasi altro interlocutore, anche per le imprese libiche, soprattutto quelle statali, si aprono le porte de mercato italiano: l’esempio più significativo in questo senso è dato dall’acquisizione del 4,23% di Unicredit da parte di una cordata composta dalla Banca Centrale Libica, dalla Libyan Investment Authority e dalla Libyan Foreign Bank, attraverso cui Tripoli è divenuta di fatto il secondo azionista del gruppo bancario italiano.

L’importanza del contesto politico e sociale

I legami economici tra l’Italia ed i Paesi del Maghreb sono storicamente forti; tuttavia, risentono del particolare contesto politico/diplomatico. Per quanto riguarda l’Italia, i cambi di governo negli ultimi 10 anni hanno prodotto un’alternanza a livello di strategia di internazionalizzazione economica: se per esempio gli esecutivi di centro-sinistra prediligevano un’azione diplomatica finalizzata più che altro a facilitare la diffusione e il consolidamento delle piccole e medie imprese in Maghreb, il tutto nell’ottica di un programma comune europeo, i governi di centro-destra (tra cui quello tutt’ora in carica) hanno preferito prendere la strada dei rapporti bilaterali, dei grandi contratti nel settore energetico e delle relazioni particolari. L’impressione è che nonostante il volume degli scambi sia aumentato, il che è dovuto in gran parte alla stipula di nuovi contratti nel comparto energetico, la presenza economica italiana in Stati come la Libia sia eccessivamente dipendente tanto dall’esito delle trattative bilaterali quanto dagli improvvisi e non infrequenti cambi di rotta dei governi maghrebini. Specialmente l’approvvigionamento energetico, data la sua vitale importanza per l’Italia, può essere usato come arma di ricatto per ottenere altri risultati di tipo politico e diplomatico.

D’altro canto, la situazione del Maghreb non è di per sé ottimale: il rischio terrorismo resta alto, specialmente in Algeria, e il ritardo nel processo di democratizzazione provoca una diffusa instabilità sociale comune a tutti i Paesi dell’area. Entrambi questi fenomeni possono mettere a rischio la buona riuscita dei progetti economici esteri, in particolare italiani, senza contare poi altri molteplici problemi, quali la disastrosa situazione delle risorse umane e delle infrastrutture. Ciò che sembra rappresentare un difficoltà per quanto riguarda i rapporti economici con il Maghreb è soprattutto l’eccessivo divario che separa la regione africana dai suoi partner economici, ed in particolare dall’Italia e dalla Francia: pare che i rapporti economici e politici fino ad ora instaurati non siano riusciti a istituire un meccanismo valido che, oltre a generare profitti per le imprese italiane, fosse in grado di creare quel sostrato economico, politico e sociale, condizione necessaria per uno sviluppo dell’area e per una reale integrazione economica vantaggiosa per entrambe le sponde del Mediterraneo. Questa sarebbe la strada indicata, in embrione, dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995, che però è stata fondamentalmente elusa, se non ignorata, in favore dei vecchi rapporti economici post-coloniali, anche a causa della debolezza delle istituzioni che l’avrebbero dovuta portare avanti.

Conclusioni

Non si può certo dire che lo scambio economico tra l’Italia ed i Paesi del Maghreb stia attraversando un momento di difficoltà: gli IDE sono in crescita, così come il trend relativo all’import/export, l’approvvigionamento energetico sembra essere assicurato per i prossimi decenni e, in cornice, i rapporti diplomatici sono particolarmente amichevoli. Tuttavia, delle importanti migliorie potrebbero essere portate avanti, anche in visione di un’ulteriore espansione della presenza economica italiana nella regione, in direzione sud. Si tratta di inserire la cooperazione economica in un pacchetto più vasto comprendente riforme sociali, legali e politiche, così come auspicato dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995; un Maghreb economicamente, socialmente e politicamente integrato con la sponda settentrionale del Mediterraneo, oltre ad essere un elemento positivo in sé, garantirebbe maggiori e più sicuri benefici, soprattutto a livello economico, alle tante imprese impegnate nell’area.

Appendice: Tabelle

Tabella A
Tabella B
I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320

Layout design by inGraphix.
Progettazione e Realizzazione a cura di Fabio Duchi.