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Weekly Analysis: 32/2007

Angola: la rilevanza del Paese africano all'interno dell’OPEC - Colombia: le implicazioni della visita ufficiale di Hugo Chávez e il dialogo con le FARC - Corea del Nord: le prospettive dello smantellamento nucleare - Unione Europea: la politica estera comune in discussione - Iran: le implicazioni dei recenti sviluppi in campo economico

Equilibri.net (03 settembre 2007)

Angola: la rilevanza del Paese africano all'interno dell’OPEC

Nei giorni scorsi Abdullah al-Badri, Segretario generale dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), ha fatto visita all’Angola, il più giovane dei propri membri. Oggetto dell’incontro con il governo di Luanda è stato il livello dei prezzi del greggio e l’integrazione del Paese nel sistema delle quote di produzione. La serie di colloqui si è svolta in un clima di cordialità, conclusosi nell’annuncio che le esportazioni angolane resteranno per il momento escluse da limitazioni.

La libertà accordata a Luanda, secondo produttore africano dopo la Nigeria, può considerarsi il segno del grande peso che il Paese va conquistandosi nel campo della geopolitica energetica.Da un lato, l’industria estrattiva angolana continua a crescere: secondo i progetti del governo, la capacità produttiva nazionale raggiungerà i 2 milioni di barili a giorno (b/g) entro il 2007, mentre gli investimenti nel settore puntano al traguardo dei 3 milioni b/g entro la fine del 2010. Tenuto conto di un simile piano di crescita, fondato inoltre sullo sfruttamento di nuovi grandi giacimenti e sulla necessità di liquidità per finanziare la propria ricostruzione, è difficile pensare che Luanda accetti con troppa facilità l’imposizione di quote di mercato.La stessa OPEC – il cui peso è eroso dal dollaro indebolito, dai crescenti consumi dei suoi membri e dai deludenti sviluppi iracheni - ha adottato con l’Angola un approccio permissivo se si tiene conto che in principio, dopo l’adesione del dicembre 2006 (Cfr. Angola: il dodicesimo membro OPEC), si era parlato di definire la produzione del Paese africano già sulle statistiche del mese di febbraio 2007. Al contrario, la sua posizione sul mercato non sarà definita prima del 2008.

Analizzando le differenti interpretazioni sulla congiuntura del mercato del greggio, secondo il cartello OPEC non sarebbe necessario potenziare l’offerta di petrolio per soddisfare la domanda globale. Di parere contrario sono invece la International Energy Agency (IEA) e l’agenzia governativa statunitense Energy Information Administration (EIA), le quali chiedono a gran voce un aumento della produzione OPEC per scongiurare nuove impennate del prezzo del greggio. Se a questo si aggiunge che il 70%-80% del petrolio angolano esportato affluisce in Cina e Stati Uniti d’America – entrambi progressivamente dipendenti da questa fonte – il quadro suggerisce che l’OPEC, negando ufficialmente la crescita del fabbisogno mondiale, intenderebbe mantenere le condizioni perché i prezzi del greggio restino alti, ma lasciando che il florido mercato angolano funzioni come una “valvola di sicurezza” per la domanda dei suoi principali partner e investitori. In tal modo vengono salvaguardati la stabilità dei flussi petroliferi cinesi e statunitensi, oltre che gli interessi del nuovo “asso nella manica” Angola. Al centro di tutto ciò il segretariato OPEC, che riesce a mandare un segnale forte sul suo recuperato ruolo geopolitico.

Massimiliano Zanghì

Colombia: le implicazioni della visita ufficiale di Hugo Chávez e il dialogo con le FARC

Il coinvolgimento del Presidente venezuelano nella questione degli ostaggi in mano alla guerriglia delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC) si sta rivelando il volano della normalizzazione dei rapporti bilaterali fra i due Paesi e apre interessanti scenari per la regione. La visita, celebrata lo scorso 31 agosto, si è articolata in incontri con il Capo di Stato colombiano Alvaro Uribe e con importanti politici colombiani impegnati nel difficile processo di pace.

A poche ore dalla partenza da Caracas, Chávez ha intrattenuto colloqui telefonici con il Segretariato delle FARC per assicurasi la disponibilità della guerriglia ad impegnarsi in un accordo umanitario, finalizzato alla liberazione di almeno 45 ostaggi. Fra questi si trova Ingrid Betancourt, dirigente politica colombiana di origine francese prigioniera dal 2002. Dall’inizio della Presidenza di Nicolas Sarkozy, il suo caso è diventato una priorità della politica estera francese, da qui il sostegno ufficiale dell’Eliseo alla visita di Chávez in Colombia. L’attesa che circondava la conferenza stampa finale è stata ripagata dall’annuncio del Presidente venezuelano di un prossimo incontro a Caracas con alti esponenti delle FARC, per avviare alla conclusione lo scambio umanitario fra ostaggi e guerriglieri detenuti nelle carceri colombiane. I passi in avanti in questa direzione rappresentano una risposta colombiana alla nuova linea del Congresso statunitense, che vincola il sostegno al Plan Colombia ad un approccio più umanitario della risoluzione del conflitto e della lotta antinarcotici. I dialoghi intergovernativi hanno incluso il ritorno del Venezuela nell’area di libero commercio della Comunidad Andina de Naciones (CAN) e la collaborazione in materia energetica. Da questo punto di vista, risaltano l’inaugurazione del Gasoducto Transguajiro, che dal prossimo 12 ottobre porterà gas colombiano alle regioni occidentali del Venezuela, e l’accordo per la somministrazione di combustibile venezuelano ai dipartimenti colombiani di Santander e Arauca.

Il coinvolgimento di Chávez nell’intricata vicenda degli ostaggi testimonia un’importante svolta nei rapporti con la Colombia, da qui si spiega perché il governo di Uribe lasci margini di intervento in un ambito così delicato. A prescindere dagli esiti, Chávez si sarà speso come leader pacifista e avrà marcato la sua distanza dalle FARC, distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica dal processo di accentramento dei poteri in patria. Da parte sua, Uribe avrà mostrato ai finanziatori del Plan Colombia, gli Stati Uniti e in subordine l’Unione Europea, che ambisce ad una soluzione pacifica al conflitto, la cui ricerca è fondamentale per l’accesso ai finanziamenti.

Roberto Stefanini

Corea del Nord: le prospettive dello smantellamento nucleare

Pyongyang ha annunciato le proprie intenzioni di interrompere il programma nucleare in atto e smantellare le centrali già attive. La decisione è stata presa dopo una lunga stagione di colloqui con gli Stati Uniti. L’accordo prevede che la Corea del Nord renda note le cifre del suo progetto nucleare e si impegni ad eliminare del tutto la tecnologia nucleare entro la fine del 2007. Il responsabile del programma nucleare coreano, Kim Kye-gwan, ha dichiarato che in cambio il Paese riceverà benefici politici ed economici. Al tavolo dei negoziati, oltre a Stati Uniti e Corea del Nord, sedevano Cina, Russia e Giappone, grazie alla cui mediazione l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) aveva ottenuto, nei mesi scorsi, l’autorizzazione a fare dei sopralluoghi nei siti nucleari coreani. La stessa notizia dello smantellamento era già stata annunciata, in via ufficiosa, dal vicedirettore generale dell’AIEA, il finlandese Olli Heinoen.

Secondo fonti di intelligence, Pyongyang dovrebbe ricevere circa un milione di tonnellate di greggio per quanto riguarda l’aspetto economico dell’accordo, mentre sul versante politico potrebbero finalmente migliorare definitivamente le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Gli attuali rapporti sono ancora basati sull’armistizio del 1953, dopo la guerra di Corea. Verosimilmente questo accordo di sospensione delle ostilità potrebbe a breve termine diventare un vero e proprio trattato di pace.

La Comunità Internazionale ora spera di poter proseguire con questo tipo di accordi anche con l’Iran, al centro dell’attenzione per lo sviluppo di un piano nucleare autonomo. Attualmente non appare però possibile un simile scenario, dal momento che la tensione resta ancora molto alta e che Teheran non sembra avere intenzione di rinunciare a questo deterrente (nonostante ufficialmente sviluppi questa tecnologia esclusivamente a scopi civili). Lo stesso Presidente Ahmadinejad ha ribadito ieri le sue intenzioni di continuare a sviluppare il nucleare, aggiungendo di aver raggiunto il numero di 3000 turbine attive per l’arricchimento dell’uranio.

Desk Asia

Unione Europea: la politica estera comune in discussione

I ministri degli esteri dei membri UE si riuniranno a Viana do Castelo, Portogallo, il 7 settembre. Lisbona è presidente di turno dell'Unione, e durante il suo semestre alcune questioni di politica estera acquisiranno probabilmente una visibilità particolare. In primis, l'Europa è chiamata ad articolare una proposta convincente sul problema del Kosovo. La rigida posizione di Mosca rafforza quella dei nazionalisti serbi, contrari a ogni ipotesi di indipendenza di Pristina. Il che, a sua volta, rafforza le posizioni intransigenti dei nazionalisti albanesi.L'Europa, che ha bisogno di buone relazioni con Mosca sul piano energetico, commerciale e strategico, deve però essere in grado di limitare il ritorno d'influenza russo. Compito non facile, ribadito dall'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, passato da posizioni filo-russe ad altre, fortemente critiche verso l'assertività del Cremlino.

Tutto considerato, è fortemente improbabile che l'UE riesca a dar vita in breve tempo a una politica estera unitaria nei confronti di Mosca, dato che le capitali europee si sono in gran parte mosse in senso autonomo nei loro rapporti con la Russia negli ultimi anni. Ciò è vero anche per alcuni membri della cosiddetta “Nuova Europa”, come l'Ungheria. Il mondo politico e quello economico, quindi, dovranno tenere conto della capacità russa di impostare con successo rapporti bilaterali con i paesi UE.Altre sfide difficili per la presidenza portoghese sono quella ormai classica dei rapporti con Ankara, dove si è consolidato il dominio dell'AKP, partito islamico moderato filo-europeista ma guardato con sospetto dall'Occidente, e quella della partita ucraina. A Kiev si voterà a fine mese, e una vittoria del candidato filo-russo Viktor Yanukovych metterebbe in forte difficoltà le posizioni filo-atlantiche della nuova élite occidentalista, guidata da Viktor Yushenko, coccolata da USA e UE.

Anche la situazione politica in Polonia, dove è riemerso con forza un populismo dalle tinte nazionaliste e anti-tedesche, non è molto bene augurante per l'unità politica europea. In ogni caso, è prevedibile che i governi europei appoggeranno con forza l'opposizione al sempre più incerto governo Kaczynski.Tuttavia, i motivi di difficoltà non possono oscurare completamente il fatto che la Germania ha riassunto l'importante ruolo di locomotiva economica europea e che la Francia, con Sarkozy, sembra aver in fretta recuperato un ruolo di protagonista nelle relazioni internazionali. Se la presidenza portoghese volesse rilanciare l'Europa come attore internazionale di peso, dovrebbe forse impegnarsi a smussare le divergenze fra Parigi e Berlino, e a cercare di riattivare il “nucleo cristallizzatore” dell'Europa politica. Ciò appare ora possibile più che negli scorsi anni, anche grazie alla rinnovata distensione fra le due capitali da un lato e mondo anglo-americano dall'altro.

Desk Europa

Iran: le implicazioni dei recenti sviluppi in campo economico

Il 26 agosto sono arrivate le dimissioni del governatore della Banca Centrale Ebrahim Sheibani, a seguito di controversie con il Presidente Ahmadinejad. Si tratta del terzo “rimpasto” nei posti di fondamentale rilevanza per l’economia del Paese nel giro di due settimane. Il 10 agosto, infatti, erano giunte le dimissioni del Ministro dell’Industria Alireza Tahmasebi e, dopo soli due giorni, quelle del Ministro del Petrolio, Kazem Vaziri Hamaneh.

La posizione del governatore della Banca Centrale era diventata già “scomoda” negli ambienti filo-presidenziali, dopo che questi si era lanciato in dure critiche ad Ahmadinejad per la sua decisione di abbassare il tasso di interesse delle banche statali e private, rispettivamente dal 14% e 17% al 12%. L’intervento diretto del Presidente era arrivato senza consultare il governatore della Banca né il Ministro dell’Economia e, secondo molti analisti, sarebbe stata una scelta non saggia, vista la pressione inflazionistica che l’Iran sta affrontando (18%); secondo i critici, questa sarebbe stata piuttosto una decisione volta esclusivamente a portare avanti le politiche populistiche di Ahmadinejad.Al momento a ricoprire la carica di Ministro del Petrolio ad interim vi è Gholamossein Nozari, presidente della Società petrolifera nazionale (NIOC); vi sono forti sospetti che Ahmadinejad abbia ora intenzione di sostituire tutto l’entourage con uomini vicini alle Guardie della Rivoluzione. Sarebbe la prosecuzione di una “conquista” dei posti chiave per la politica e l’economia del Paese, iniziata due anni fa con l’elezione del Presidente. L’ormai ex Ministro Hamaneh (vicino all’ex Presidente riformista Rafsanjani) era stato criticato per aver concesso un contratto considerato svantaggioso al Pakistan e all’India. Più verosimilmente le intenzioni di Ahmadinejad sono, ora, quelle di gestire con un controllo maggiore gli ingenti introiti delle vendite petrolifere (più di 50 miliardi di dollari l’anno).

L’economia iraniana è un’economia di transizione che stenta a decollare a causa della questione del nucleare che rimane irrisolta. Negli ultimi mesi il governo ha lanciato una campagna di privatizzazione delle maggiori aziende nel settore minerario del Paese, ma le sanzioni economiche imposte dalla Comunità Internazionale e la fragile stabilità regionale rendono gli investitori stranieri riluttanti ad agire in Iran.

Stefano Torelli
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