Weekly Analyses 34/2007
Zimbabwe: crescono dissenso interno ed isolamento internazionale - Venezuela: il rischio di intervento delle Forze Armate - Cina: Pechino protesta contro la possibile vendita di armi a Taiwan da parte degli Stati Uniti - Ucraina: Yushchenko chiede a Mosca maggior chiarezza sull’attentato alla diossina subito nel 2004 - Siria: gli effetti dello sconfinamento israeliano nello spazio aereo
Equilibri.net (17 settembre 2007)
Zimbabwe: crescono dissenso interno ed isolamento internazionale
La parziale apertura al dialogo dello ZANU-PF conferma la presenza di un crescente dissenso interno, mentre esponenti dell’ANC sudafricano minacciano di sfruttare la posizione del loro paese all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per premere a favore di un nuovo leader o l’imposizione di un’autorità di transizione. Tra i maggiori dissidenti il generale Muguru, che nel dicembre del 2006 si oppose con successo ad una modifica costituzionale che armonizzasse elezioni presidenziali e parlamentari; e il veterano Mandaza, che aveva chiesto le dimissioni del padre-padrone Mugabe per favorire il riavvicinamento di Fondo Monetario Internazionale e comunità internazionale.
La disputa interna allo ZANU-PF rappresenta tuttavia l’ennesimo ostacolo al tentativo dei paesi SADC di far incontrare allo stesso tavolo i rappresentanti del governo e quelli dell’opposizione, mentre le più recenti politiche adottate dal regime Mugabe, come l’Access to information and protection of privacy act, la possibilità di una nazionalizzazione delle compagnie straniere e la riduzione dei prezzi dei beni di prima necessità, non fanno che allontanare sempre più gli investimenti stranieri ed incoraggiare il vasto fenomeno migratorio, con gravi quanto inevitabili ripercussioni regionali. Nel recente meeting di Lusaka la SADC ha deciso di intraprendere nuove e più concrete azioni nei confronti dello ZANU-PF, ma manca ancora una comune condotta forte e decisa, conseguenza della rottura interna alla stessa Comunità tra ex sostenitori di Mugabe e nuovi Capi di Stato non legati alla lotta di liberazione coloniale, mentre la situazione regionale rimane mutevole ed imprevedibile. Situazione che sembra destinata a rimanere tale almeno fino alle elezioni del 2008, mentre appare più probabile un intervento della comunità internazionale, con l’appoggio dell’UA, confermato anche dall’aggiornamento dei piani di evacuazione inglesi e dalla candidatura del Botswana a sede dell’AFRICOM statunitense.
Massimo Corsini
Venezuela: il rischio di intervento delle Forze Armate
Nell'attuale contesto venezuelano, queste affermazioni suonano, se non come una velata “minaccia”, quantomeno come un chiaro avvertimento ai coloro che vorrebbero ricorrere all'uso della sollevazione popolare per bloccare il “Cammino verso il Socialismo”. La difficoltà però di interpretare quale sia il discrimen oltre il quale le FAN (Forze Armate Nazionali) siano tenute a scendere in campo proietta sull'Esecutivo in carica anche l'ombra lunga del ricorso all'Esercito proprio dell'autoritarismo sudamericano e nemmeno troppo lontano dal modus operandi dello stesso Chavez, il cui ingresso in politica fu proprio al fianco dei militari che volevano rovesciare il Governo in carica.Il percorso che sta seguendo la Nazione latinoamericana, oggi, è tanto delicato quando complesso: portare avanti una trasformazione ideologica tanto profonda, a prescindere dal valore intrinseco dei modelli proposti, in uno Stato in crescita economica, ma pur sempre segnato da ampie fasce di povertà, con il ricorso frequente a Decreti Legge che bypassano il Parlamento, costituisce una sfida importante alla tranquillità sociale.
Per questa ragione, il richiamo al ruolo dell'Esercito non sembra del tutto casuale. Molte sono le voci che già oggi accusano Chavez di ammiccare all'autoritarismo, e un utilizzo sconsiderato delle FAN, da un lato confermerebbe questo sospetto, minando anche la credibità internazionale del Paese, oltre che rischiare di fomentare le tensioni già latenti, le quali, una volta esplose, sarebbero difficilmente contenibili.
Lucia Conti
Cina: Pechino protesta contro la possibile vendita di armi a Taiwan da parte degli Stati Uniti
Washington ha risposto tramite la US Defense and Cooperation Agency, secondo la quale la proposta vendita “aiuterà a incrementare la sicurezza dell'area e sarà utile per mantenere la stabilità politica, l'equilibrio militare e il progresso economico nella regione”. Il timore di Pechino è che la vendita di armi (una dozzina di pattugliatori marittimi anti-sommerigibile P-3C e missili antiaerei SM-2) possa rafforzare il governo di Chen Shui-bian nel proprio intento di giungere, eventualmente tramite un referendum, a dichiarare l'indipendenza formale dell'isola. Il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel rimarcare il fatto che la situazione nello stretto di Taiwan rimane molto complicata e sensibile e che la politica di Chen Shui-bian “sta mettendo seriamente a repentaglio la pace e la stabilità”, ha fatto appello agli Stati Uniti affinché interrompano ogni programma relativo al riarmo di Taiwan e ha chiaramente annunciato che Pechino si riserva il diritto di prendere ulteriori misure.
L'eventuale trasferimento di armi americane a Tawian non sarà sufficiente affinché Pechino prenda realmente in considerazione un intervento armato sull'isola, ma sicuramente innalzerebbe notevolmente la tensione e deteriorerebbe i rapporti tra la Repubblica Popolare e gli Stati Uniti. Un rapporto più contrappositivo tra Washington e Pechino potrebbe effettivamente far pensare al governo taiwanese che sia il momento giusto per spingere verso l'indipendenza, prima che a Washington si insedi un nuovo governo probabilmente meno protettivo nei confronti di Taiwan. Se Chen Shui-bian riuscirà a giugere alla dichiarazione d'indipendenza, il grave rischio è che Pechino risponda secondo quanto dettato dalla famigerata “legge anti-secessione”: con la guerra. Se gli Stati Uniti decideranno di proseguire con la vendita, dovranno contemporaneamente lanciare segnali molto chiari a Taipei affinché non venga modificato lo status-quo.
Desk Asia
Ucraina: Yushchenko chiede a Mosca maggior chiarezza sull’attentato alla diossina subito nel 2004
Da Mosca non sono però arrivate reazioni ufficiali alle sue parole, soltanto l’ambasciatore russo a Kiev ha definito le parole di Yushchenko come un tentativo per indebolire ulteriormente l’immagine della leadership russa anche alla luce dell’inchiesta degli inquirenti inglesi sulla morte di Litvinenko. Le accuse di Yushchenko giungono, inoltre, alla vigilia di un appuntamento elettorale cruciale per il futuro assetto internazionale dell’Ucraina. Qualora, infatti, le elezioni parlamentari dovessero sancire la vittoria del blocco filo-russo guidato da Yanukovich la politica filo-occidentale del presidente potrebbe essere completamente abbandonata. Le dichiarazioni di Yushchenko potrebbero quindi essere lette come un tentativo per sfruttare a fini politici interni le accuse dirette a Mosca e ai suoi sostenitori ucraini. Cercando di dipingere agli occhi degli elettori ucraini i sostenitori di Mosca come direttamente implicati nella vicenda dell’avvelenamento.
Desk Europa
Siria: gli effetti dello sconfinamento israeliano nello spazio aereo
Alcune fonti statunitensi riferiscono di un’operazione mirata a colpire obiettivi militari ben precisi. Le ipotesi sono due: o un carico di armi destinate verso il Libano (in tal caso non ci sarebbero dubbi sul fatto che il destinatario sarebbe stato Hezbollah); oppure delle installazioni nucleari che Israele avrebbe scoperto nel corso di alcune ricognizioni effettuate nei mesi scorsi. In questo caso le fonti di intelligence riferiscono di un possibile trasferimento di materiale e tecnologia nucleare dalla Corea del Nord a Damasco. Il fatto che le stesse autorità siriane, invece di denunciare pubblicamente l’apparente atto ostile di Gerusalemme, preferiscano non fornire particolari, potrebbe far pensare proprio ad un obiettivo di questo tipo (in ogni caso un bersaglio strategico e segreto). Da notare anche come la maggioranza degli stati arabi non abbia sfruttato particolarmente l’episodio per attaccare il governo di Gerusalemme, confermando l’attuale spaccatura mediorientale tra l’asse Iran-Siria e il mondo arabo sunnita.
In ogni caso non sembrano verosimili, per il momento, risposte di tipo militare da parte di Damasco, che da questa vicenda ha anche avuto la prova di essere ancora vulnerabile. Molti analisti si soffermano proprio sul carattere dimostrativo dell’operazione delle Forze aeree israeliane: un segnale alla Siria che il suo spazio aereo è violabile (gli aerei sono stati intercettati ben dentro il territorio siriano) e che i servizi di difesa di cui dispone non possono competere con la moderna tecnologia militare israeliana. A tal proposito è bene anche sottolineare che gli F-15 sono entrati in Siria aggirando il confine Sud con Israele e Sud-Ovest con il Libano, passando dal Mediterraneo; questo a conferma che non tutte le frontiere sarebbero ben controllate. Dal punto di vista militare l’avvertimento sembrerebbe costringere Damasco a non prendere in considerazione l’eventualità di un conflitto con Israele. Se così fosse l’operazione israeliana potrebbe addirittura avere un effetto stabilizzante nella regione.
Stefano Torelli



