Weekly Analyses – 43/2007
Zimbabwe: Mugabe attacca il regno Unito - Stati Uniti: il confronto tra i candidati democratici in vista delle primarie presidenziali - Corea del Sud: il governo accelera la stipula di accordi con Pyongyang - Russia: la Duma ratifica la sospensione del trattato CFE proposta da Putin - Iran: la questione curda è insufficiente per avvicinarsi ad Ankara
Equilibri.net (19 novembre 2007)
Zimbabwe: Mugabe attacca il regno Unito
All’inizio del 2007 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che condanna l’intenzione espressa da Mugabe di ricandidarsi per le elezioni del 2008 e censurato i segnali della dura campagna di intimidazione perpetrata contro l’opposizione, in particolare nei confronti dell’MDC di Tsvangirai. Il tasso di inflazione ha ormai superato ogni più negativa aspettativa e un terzo della popolazione è migrato all’estero, destabilizzando le economie limitrofe, colpite anche dalla conseguente perdita di fiducia delle imprese internazionali. Ciò nonostante molti Paesi africani continuano a vedere Mugabe come l’eroe dell’indipendenza e il precursore delle politiche agrarie di ridistribuzione delle terre a favore delle popolazioni di colore svantaggiate dal periodo coloniale. Tuttavia alcuni Paesi, in particolare dell’area australe, hanno preso le distanze da una condotta politica non condivisa, mentre la SADC sta tentando, per il tramite della mediazione sudafricana, di calmare i dissidi interni ed organizzare elezioni libere e democratiche (Cfr. Zimbabwe: una necessaria soluzione regionale).
L’accusa mossa al Regno Unito, imputato di voler intervenire militarmente o comunque di attentare alla vita di Mugabe, tesi confermata secondo la ZANU-PF dall’aggiornamento dei piani di evacuazione inglesi, non fa che contribuire all’isolamento internazionale di Harare, allontanando tanto gli investimenti esteri quanto gli aiuti dei Paesi donatori occidentali, in primis UE. Si tratta tuttavia di una sottile mossa politica che potrebbe essere in grado di avvicinare lo Zimbabwe al suo Presidente, secondo le fonti interne oggetto di un “intrigo internazionale”, al momento delle contestate elezioni del 2008.
Massimo Corsini
Stati Uniti: il confronto tra i candidati democratici in vista delle primarie presidenziali
La sfida per le primarie sembra essere ancora aperta e anche se nelle intenzioni di voto la senatrice Clinton sembra avere un certo vantaggio sul senatore Obama (27% delle preferenze per la Clinton contro il 25% per Obama), si pensa che saranno le primarie dello stato dell’Iowa il prossimo 3 gennaio ad assegnare la vittoria finale e la possibilità di correre per le presidenziali. In una campagna atipica contrassegnata da rovesciamenti di fronte rispetto alla tradizione i candidati democratici alla presidenza e al Congresso stanno raccogliendo più fondi dei repubblicani (non succedeva dal 1976) e nessuno dei due partiti ha ancora presentato un presidente o un vice-presidente come candidato. Alcuni analisti credono che la netta preferenza per i candidati democratici finora espressa dagli elettori nei sondaggi andrà scemando velocemente dopo che dalle primarie emergerà il candidato repubblicano alla presidenza, figura che sembra per ora difficile da individuare.
La situazione in vista delle elezioni presidenziali sembra essere contrassegnata da un alto grado di fluidità e i candidati democratici sembrano dominare la scena politica in questo periodo di avvicinamento alle elezioni primarie. L’eccessiva esposizione mediatica e le accuse che i candidati democratici si scambiano, e probabilmente si scambieranno, fino ai giorni del voto rischiano però di favorire il futuro candidato repubblicano alla presidenza tanto che nelle ultime settimane anche alcuni alti dirigenti del Partito Democratico hanno espresso le loro preoccupazioni in merito, accusando gli attuali candidati di indebolire con le loro dispute il futuro ticket democratico.
Simone Comi
Corea del Sud: il governo accelera la stipula di accordi con Pyongyang
Il primo ministro nordcoreano Kim Yong-il e la sua controparte del sud Han Duck-soo hanno anche gettato le basi per la creazione di un'area di pesca comune nella zona del disputato confine marittimo nel Mar Giallo, stabilito un comitato economico congiunto a livello di vice-primi ministri per gestire le questioni relative alla cooperazione economica e definito una serrata tabella di marcia che prevede 14 incontri con l'obiettivo di formalizzare quanti più accordi possibile prima del termine del mandato del presidente sudcoreano Roh Moo-hyun. Tra i più importanti quello previsto per il 27 e 28 novembre a Pyongyang, dove i rispettivi ministri della difesa si incontreranno con l'obiettivo di risolvere le questioni di sicurezza relative ai trasporti ferroviari transconfinari, alla creazione della zona comune di pesca e alla definizione della Northern Limit Line, la linea di confine marittimo sul Mar Giallo stabilita unilateralmente dalle forze dell'ONU guidate dagli Stati Uniti nel 1953 e mai riconosciuta da Pyongyang.
Questa fretta è evidentemente legata all'intenzione di porre la prossima amministrazione sud-coreana di fronte agli accordi già siglati, in modo che non possa fare altro che onorarli. Ma secondo Lee Myung-bak, il candidato del partito di opposizione Grand National Party alle presidenziali del 19 dicembre, la stipula di questi accordi prima che Pyongyang abbia effettivamente smantellato il proprio programma per la produzione di armi nucleari rischia di essere intesa come un riconoscimento di fatto della Corea del Nord come potenza nucleare e, dunque, danneggiare i colloqui internazionali per il disarmo. Lee si è inoltre apertamente opposto all'accordo sulla zona di pesca comune, che considera un rischio per la sicurezza, e ha lasciato intendere che, una volta al governo, potrebbe in qualche modo opporsi all'effettiva implementazione degli accordi finché la questione nucleare non sarà risolta.
Desk Asia
Russia: la Duma ratifica la sospensione del trattato CFE proposta da Putin
Per i vertici dell’Alleanza atlantica la ratifica del nuovo trattato, negoziato ad Istanbul nel 1999, è però subordinata alla rimozione delle truppe russe stanziate in Georgia e Moldova. Furono le stesse autorità di Mosca a promettere di rimuovere le proprie truppe dai due paesi ex sovietici durante le trattative per il nuovo trattato, l’attuale rifiuto viene giustificato col fatto che si tratterebbe di forze di peacekeeping che esulerebbero perciò dagli accordi presi nella capitale turca. In realtà la mossa di Putin più che diretta a ristabilire una parità strategica con i paesi europei, sembra essere un messaggio alla Russia alla vigilia delle elezioni parlamentari. La proposta di sospensione del trattato è giunta infatti dopo che gli Stati Uniti hanno proposto la creazione di uno scudo missilistico che avrebbe avuto le sue basi in Polonia e Repubblica Ceca. Una situazione questa che avrebbe frustrato il nazionalismo russo e le stesse mire egemoniche di Mosca sui paesi ex sovietici.
In definitiva, sul piano diplomatico dei rapporti con l’Occidente, i nuovi screzi con i paesi europei potrebbero essere dovuti alla volontà russa di alzare la posta per ottenere più leva nella trattativa con la controparte americana.
Felice Di Leo
Iran: la questione curda è insufficiente per avvicinarsi ad Ankara
Tale fazione si è proposta come riferimento per un’eventuale politica statunitense di destabilizzazione ma il suo carattere eccessivamente radicale ha spinto Washington a rifiutare ogni tipo di contatto, almeno per via diretta, temendo di compromettere gli sforzi in corso in Iraq e i dialoghi strategici con la Turchia. Proprio la Turchia è l’obbiettivo di Teheran, che mira ad un incremento ed estensione della cooperazione, e proprio sulla centralità della questione curda per Ankara l’Iran si confronta con gli USA, messi in difficoltà dalle recenti azioni del PKK di stanza nel Kurdistan iracheno. La pericolosità del PJAK per Teheran può essere rilevante soltanto in una prospettiva futura considerando il grado di repressione che l’Iran ha costantemente esercitato e il debole appoggio esterno al movimento, viste le nuove priorità turco-irachene del PKK. La strategia politica iraniana al riguardo è dunque quella di una strumentalizzazione della problematica curda per indurre Ankara a cercare l’appoggio di Teheran in quanto soggetto sensibile alla questione. L’ampia disponibilità che gli Usa hanno dimostrato alla Turchia per risolvere la crisi degli attacchi del PKK e la presenza di un Kurdistan iracheno maggiormente autonomo hanno, però, vanificato gli sforzi iraniani. L’eventuale rilancio di Teheran agli occhi di Ankara sembra essere dunque subordinato all’efficacia della gestione statunitense della tensione tra Kurdistan iracheno, PKK e Turchia.
Alessio Orlando



