Analisi Login Abbonati Profilo Home   @  
 Africa   Americhe   Asia e Pacifico   Europa   Medio Oriente   Temi   Dossier   Mappe   Schede paese   Weekly 

Weekly Analyses – 10/2008

Ciad: pace possibile con il Sudan? - America latina: le ripercussioni della crisi andina - Sri Lanka: prime elezioni da 14 anni a Batticaloa - Georgia: i separatisti all’offensiva sulla scia dell’indipendenza kosovara - La Lega Araba nella morsa di Siria e Arabia Saudita: il summit di marzo

Equilibri.net (10 marzo 2008)

Ciad: pace possibile con il Sudan?

Proseguono gli sforzi della comunità internazionale per evitare che le forti tensioni tra Ciad e Sudan sfocino in un conflitto aperto, che farebbe esplodere l’intera regione del Sahel. Il presidente senegalese, Abdoulaye Wade, sarebbe pronto ad ospitare un vertice tra i leader dei due paesi confinanti: il ciadiano Idriss Deby Itno e il sudanese Omar Hassan al-Bashir. L’incontro dovrebbe svolgersi a margine del summit della Organisation of the Islamic Conference (OIC), previsto a Dakar, in Senegal, per il 13 e 14 marzo. Secondo una dichiarazione rilasciata agli organi di stampa, dal presidente senegalese, Abdoulaye Wade – dopo aver incontrato all’Eliseo il presidente francese, Nicolas Sarkozy – Idriss Deby Itno e Omar Hassan al-Bashir si sarebbero detti disponibili alla firma di un accordo di pace. Nello specifico, i due presidenti si impegnerebbero a non supportare, in futuro, “i gruppi di ribelli del paese confinante nel proprio territorio”. Il Senegal cerca il sostegno della comunità internazionale, per evitare che l’accordo di pace fallisca sul nascere, come avvenuto per i precedenti tentativi di un’intesa (Cfr. Ciad: il fallimento degli accordi di Sirte). Wade ha infatti chiesto l’aiuto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon – che ha assicurato la sua presenza al mini-vertice del 12 marzo a Dakar, dell’Unione Africana e dell’Unione europea, perché agiscano in qualità di garanti nella fase di implementazione dell’accordo.

Non è un caso che Wade abbia ufficializzato la notizia di un possibile accordo tra Ciad e Sudan, nel corso di una visita di Stato in Francia: Parigi è il principale alleato di Idriss Deby Itno e, secondo gli esperti, Sarkozy avrebbe deciso di puntare sul presidente senegalese, che ha giocato un ruolo di primo piano come mediatore in diversi conflitti africani. L’Eliseo punta tutto sull’opera persuasiva di mediazione del vecchio leader senegalese, dimostrando che è ancora il momento di sostenere Idriss Deby alla guida del Ciad, per evitare che i ribelli facciano sprofondare il paese nel caos. C’è però molto scetticismo, da parte degli analisti, su un effettivo rispetto dell’accordo. Nonostante non si conoscano ancora i dettagli, è facile fare dei pronostici, anche sulla base dei numerosi fallimenti precedenti.

Intanto, la missione di pace Eufor incontra i primi ostacoli: un soldato francese ucciso, un altro ferito, in un conflitto a fuoco con uomini dell’esercito sudanese. I due militari, impegnati in un’operazione di pattugliamento tra Ciad e Sudan, avrebbero oltrepassato per errore il confine, subendo l’attacco delle truppe di Khartoum. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha parlato di uso “deliberato e sproporzionato” della forza, e ha chiesto al paese africano di adottare tutte le misure di precauzione per evitare il ripetersi di incidenti simili.

Sergio Porcu

America latina: le ripercussioni della crisi andina

Venerdì 7 marzo, a pochi giorni dal suo inizio, durante il Summit del Gruppo di Rio a Santo Domingo, sembra avere trovato un epilogo positivo la crisi che aveva coinvolto la Colombia, da un lato, ed il Venezuela, l'Ecuador ed il Nicaragua dall'altra.All'origine della tensione vi era stata l'uccisione da parte di militari di Bogotà, in territorio ecuadoreno, di 22 ribelli delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), tra cui spiccava uno dei capi della guerriglia, Luis Edgar Devia, alias <<Raul Reyes>>. Il Governo di Quito, per voce del Presidente Rafael Correa, aveva repentinamente denunciato la violazione della sovranità territoriale, interrompendo i rapporti diplomatici con l'Esecutivo di Uribe e ritirando i propri ambasciatori. Hugo Chavez aveva alzato ulteriormente il tiro, non solo richiamando i propri rappresentanti e cacciando quelli colombiani da Caracas, ma schierando anche truppe militari al confine. Infine si era aggiunto anche il Nicaragua di Nicanor Ortega, che aveva seguito l'esempio di Correa, mentre gli altri Stati del subcontinente avevano spalleggiato queste rimostranze semplicemente biasimando la violazione del diritto internazionale da parte del governo di Alvaro Uribe. Quando però da più parti si iniziava a ipotizzare uno scontro bellico, la riunione a Santo Domingo, dopo ore di aspri scontri verbali tra i vari contendenti, si è chiusa tra strette di mano e propositi di normalizzazione delle relazioni.

Una guerra era certamente un'ipotesi lontana, per le gravi ripercussioni non solo regionali ma anche continentali che ne sarebbero scaturite. Tuttavia, sebbene da questa settimana verranno riaperti i valichi, ripresi gli scambi commerciali ed allontanate le truppe dalla frontiera, la frattura non sarà certo sanata a breve, restando strascichi importanti. Le ragioni che soggiacciono a questo scontro, infatti, non sono state risolte: la diffidenza verso il Governo Uribe per la stretta interconnessione con gli Stati Uniti da un lato, ed il sospetto, da parte della Colombia, di connivenze di Chavez e Correa con la guerriglia non sono affatto venuti meno; al contrario, come gli stessi Capi di Stato hanno dichiarato, l'intera vicenda ha esacerbato i problemi pre-esistenti, incentrati principalmente sul profondo gap ideologico tra gli Esecutivi.

Pertanto, dietro l'apparente ripresa delle consuete relazioni diplomatiche, Venezuela, Nicaragua ed Ecuador da un lato e Colombia dall'altro sono sempre più distanti, e le altre Nazioni della regione dovranno imparare a convivere con questa spaccatura, o decidere di schierarsi in un senso o nell'altro, alla luce di un conflitto palesemente sempre più polarizzato.

Lucia Conti

Sri Lanka: prime elezioni da 14 anni a Batticaloa

Lunedì 10 marzo i cittadini del distretto orientale di Batticaloa si sono recati alle urne per le prime elezioni locali da 14 anni. Questa zona è stata uno dei principali teatri della sanguinosa guerra civile combattuta contro il governo dai ribelli delle Tigri Tamil, fino a quando, otto mesi fa, le forze governative ne hanno ripreso il controllo. L'esito delle elezioni sembra destinato ad assegnare la vittoria al partito Tamileela Makkal Viduthalai Pulikal (TMVP), la fazione fondata da V. Muralitharan “Karuna” (attualmente in carcere nel Regno Unito) che si è separata dalle Tigri Tamil nel 2004 e si è schierata dalla parte del governo. Il TMVP non ha ancora deposto le armi ed è stato accusato di sequestri di persona, omicidi e di fare ricorso al reclutamento di bambini per rinforzare le proprie milizie. L'uso della violenza anche per influenzare l'esito delle elezioni garantirebbe la vittoria al TMVP. Il Governo centrale, che al “voltafaccia” del TMVP deve la vittoria sulle Tigri Tamil a Battilcaloa, non sembra interessato ad approfondire la questione.

L'United National Party, il principale partito di opposizione dello Sri Lanka e il maggiore gruppo politico regionale, la Tamil National Alliance, hanno boicottato le elezioni affermando che non hanno intenzione di confrontarsi con dei gruppi armati.Il governo Rajapaksa ha ampiamente pubblicizzato l'evento elettorale come dimostrazione del ritorno alla normalità a Batticaloa grazie al ristabilito controllo governativo, ma l'eccessiva tolleranza dimostrata nei confronti del TMVP rischia di danneggiare gravemente l'immagine di Colombo di fronte alla Comunità Internazionale.

Desk Asia e Pacifico

Georgia: i separatisti all’offensiva sulla scia dell’indipendenza kosovara

La regione separatista georgiana dell’Ossezia del Sud ha inviato il 5 marzo la richiesta ufficiale alle Nazioni Unite per il riconoscimento della propria indipendenza. La stessa cosa ha fatto l’Abkhazia, altra regione della Georgia che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha dichiarato la sua indipendenza.
Proprio come preannunciato da Putin stesso, le repubbliche separatiste caucasiche citano come precedente il Kosovo, che, dopo aver dichiarato unilateralmente la propria indipendenza, è stato riconosciuto da buona parte dei paesi europei e dagli Stati Uniti. I rappresentanti di Abkhazia e Ossezia del Sud, inoltre, sottolineano come la loro indipendenza de facto sia ormai in corso da 17 anni, il che mostra la capacità delle loro nazioni di costituirsi in stati sovrani.

Peter Semneby, rappresentante speciale dell’UE nel Caucaso meridionale, spiega come non vi sia alcun parallelo tra la situazione georgiana e quella del kosovo. “In Kosovo la situazione giuridica è diversa, come emerge dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche la situazione rifugiati è diversa. Ricordo che in Georgia ci sono ancora 200.000 rifugiati dall’Abkhazia. Anche la stessa guerra è diversa rispetto al Kosovo.”

Benchè la Russia non abbia mai riconosciuto ufficialmente le repubbliche separatiste, ne ha sempre sostenuto i leader, così da minare l’integrità statale, non solo georgiana, ma anche azera, per quanto riguarda la regione del Nagorno-Karabakh. La scorsa settimana si sono verificati nuovi scontri nella regione che hanno portato Novruz Mamedov, capo del dipartimento per gli affari internazionali del presidente dell’Azerbaijan, ad affermare che “l’Armenia sta soltanto cercando di distrarre la comunità internazionale da quel che sta succedendo al suo interno”, riferendosi ai violenti scontri tra la polizia e i sostenitori dell’ex presidente Ter-Petrossian, battuto nelle recenti consultazioni elettorali.

La situazione sembra dunque farsi bollente su più fronti ed il precedente kosovaro rappresenta sicuramente un precedente importante, almeno agli occhi dei separatisti e dei russi, che da tempo infatti minacciano l’Unione Europea di riconoscere l’indipendenza di Abkhazia ed Ossezia, qualora venga riconosciuta quella del Kosovo.

Massimiliano Costa

La Lega Araba nella morsa di Siria e Arabia Saudita: il summit di marzo

Resta alta la tensione diplomatica tra Arabia Saudita e Siria in vista del prossimo summit della Lega Araba, che si terrà a Damasco a fine marzo. Una tensione anche e soprattutto formale: molto probabilmente l’Arabia Saudita non parteciperà all’incontro, anche perché dalla Siria non è giunto alcun invito ufficiale. Una protesta accolta anche dall’Egitto, che parteciperà al summit con una delegazione minore e diserterà la cerimonia di inaugurazione. L’iniziativa del Cairo potrebbe essere seguita da altri paesi dell’area del Golfo allineati sulle stesse posizioni.

Il cuore della questione rimane il Libano. Ryadh preme ormai da mesi per la nomina di un presidente “super partes” che a Beirut manca da novembre, una prospettiva che incontra il veto di Damasco e di Hezbollah. Per quanto riguarda la dimensione regionale, Arabia Saudita ed Egitto continuano a mal sopportare l’eccessiva presenza e influenza della Siria in Libano, considerata elemento di instabilità nel delicato equilibrio del paese dei cedri. Un punto di vista alimentato dalla vicenda dell’assassinio nel 2005 di Rafiq Hariri e dall’opposizione di Damasco all’istituzione di un tribunale internazionale per fare luce sull’episodio. Va ricordato che Hariri era cittadino libanese di origine saudita.

Per quanto riguarda i rapporti tra Arabia Saudita e Siria, non è un mistero che entrambi i paesi abbiano sempre considerato il Libano come parte della propria sfera di influenza. Negli ultimi anni la tensione ha registrato tuttavia un aumento. Questo in quanto il Libano è diventato il teatro nazionale della lotta per l’egemonia nel Medio Oriente tra sunniti e sciiti: i primi capitanati dall’Arabia Saudita, i secondi da Iran e Siria. Lo scontro tra Ryadh e Damasco è quindi soprattutto lo scontro tra Ryadh e Teheran: l’obiettivo è raggiungere la posizione egemonica nelle aree di conflitto, dall’Iraq alla Palestina al Libano. Questo spiega l’importanza formale del summit della Lega Araba di fine marzo.

Non vi è tuttavia solo una dimensione prettamente strategico-militare nei rapporti tra i due paesi; esiste anche una prospettiva economica, soprattutto da parte di Ryadh. Secondo diverse fonti, dal 2005 ad oggi i sauditi avrebbero ritirato dal Libano capitali per oltre cinque miliardi di dollari e venduto immobili per altri 1,5 miliardi, a causa dell’instabilità politica e del timore di nuove crisi. Questo dato può essere interpretato in due modi: come profondo scollamento e perdita di fiducia dell’Arabia Saudita nella propria influenza sulle vicende libanesi, o come tentativo di rappresaglia economica nei confronti di Hezbollah e della Siria per indebolire le loro posizioni sui temi dello sviluppo. Sulla base di queste dinamiche sarà interessante vedere gli sviluppi nel corso del mese, soprattutto da parte dell’Iran che fino ad oggi, relativamente a questo capitolo, ha mantenuto un certo distacco.

Gianmaria Vernetti
I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320

Layout design by inGraphix.
Progettazione e Realizzazione a cura di Fabio Duchi.