Weekly Analyses – 16/2008
Zimbabwe: confermato il crollo del regime - Stati Uniti: gli analisti militari e i legami con il Pentagono - Afghanistan: al via l'offensiva di primavera - Georgia: Mosca non esclude l’intervento militare a difesa di Abhkazia ed Ossetia - Siria: sale la tensione con Washington sul nucleare
Equilibri.net (28 aprile 2008)
Zimbabwe: confermato il crollo del regime
I ritardi nella pubblicazione dei risultati definitivi del voto del 29 marzo hanno creato incertezza politica ed alimentato le tensioni sociali, in un contesto di profonda depressione economica che rende ormai improbabile la possibilità di organizzare un ballottaggio tra Tsvangirai e Mugabe libero ed equo. A livello politico, è sempre più manifesta la rottura interna allo ZANU-PF, con alcune frange moderate che sarebbero favorevoli alla creazione di un governo di unità nazionale. Ipotesi tuttavia respinta non solo dal Presidente Mugabe, non intenzionato a lasciare il potere, ma anche dal mediatore Sudafrica e dall’opposizione guidata da Tsvangirai che, in caso di una sua mancata vittoria, auspica la formazione di un esecutivo che rappresenti proporzionalmente tutte le correnti politiche del Paese. Obiettivi di tale governo sarebbero la promulgazione di una nuova carta costituzionale e l’organizzazione di nuove elezioni, supervisionate questa volta dalla comunità internazionale.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha sottolineato come la crisi dello Zimbabwe metta in gioco la credibilità dell’intero processo democratico africano, auspicando una soluzione risoluta in grado di risolvere l’impasse politico ed economico. Di fronte alle continue e reiterate violazioni dei diritti umani ed agli atti intimidatori nei confronti dell’opposizione, se i risultati elettorali continuassero ad essere nascosti una missione congiunta UN-UA-SADC sembra ormai l’unica possibile alternativa alla risoluzione della crisi.
Massimo Corsini
Stati Uniti: gli analisti militari e i legami con il Pentagono
L’inchiesta ha rivelato l’esistenza di un meccanismo di consultazioni ristrette tra gli analisti chiamati in causa e gli alti gradi militari e politici di Washington. Nel corso di queste riunioni l’ex Segretario alla Difesa Rumsfeld, l’ex Segretario alla Giustizia Gonzales e il vicepresidente Cheney avrebbero indicato quali posizioni sostenere su alcuni dei temi che più hanno messo in difficoltà la Casa Bianca negli ultimi anni: il corso delle operazioni in Iraq e la situazione dei prigionieri detenuti nella base di Guantanamo. Il lavoro degli analisti sarebbe stato costantemente monitorato dal Pentagono per verificarne l’esattezza e l’affidabilità e uomini del Dipartimento della Difesa avrebbero definito molto soddisfacenti i risultati ottenuti.
Gli analisti assoldati dal Pentagono sono risultati direttamente collegati agli interessi delle aziende private chiamate ad operare sul territorio iracheno: molti degli ex generali coinvolti figurano infatti come consulenti di gruppi privati operanti nel campo della Sicurezza i cui guadagni sono collegati ad importanti commesse pubbliche nel settore della Difesa. La situazione sopra descritta dimostra quanto siano importanti i legami e il grado di interconnessione tra l’attuale amministrazione statunitense e gli interessi di aziende private nel campo della Sicurezza, che nel caso dell’Iraq potrebbero rivelarsi addirittura controproducenti rispetto all’interesse nazionale statunitense. Lo scandalo mostra inoltre le difficoltà dell’amministrazione Bush nel promuovere le scelte sui temi più sensibili di politica estera senza avvalersi di soluzioni volte a plasmare la percezione e il consenso dell’opinione pubblica, così come fu nel settembre del 2002 quando il presidente Bush dichiarò che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa in grado di colpire i paesi occidentali.
Simone Comi
Afghanistan: al via l'offensiva di primavera
L'attentato segna probabilmente l'avvio dell'offensiva di primavera, che i Talibani preparano da mesi forti del supporto che proviene loro dalle zone tribali del Pakistan. Proprio in Pakistan nelle ultime settimane si sono intensificati gli attacchi contro linee di rifornimento delle forze della Coalizione, soprattutto nella Kyber Agency, dalla quale transita circa il 70% dei materiali trasportati per via terrestre necessari a supportare lo sforzo bellico contro i Talibani. L'azione di disturbo ha raggiunto il suo apice il 20 marzo, quando a Torkham ben 40 autocisterne cariche di carburante sono state fatte esplodere, convincendo la NATO a stringere accordi per aprire nuove e più costose vie di rifornimento da nord.L'azione di contrasto condotta dalle forze paramilitari pakistane nella Kyber Agency sembra aver recentemente ridotto le capacità di azione dei Talibani, ma ciò non toglie che ampi settori delle FATA (Federally Administered Tribal Areas) rappresentino per loro ancora delle zone sicure dove organizzare efficaci attacchi nelle aree meridionali dell'Afghanistan.
Molto probabilmente questi attacchi andranno intensificandosi nelle prossime settimane, e i Talibani cercheranno ancora di ottenere importanti successi d'immagine colpendo nella stessa Kabul.
Viste le difficoltà incontrate dalle forze della NATO, quest’anno l'obiettivo talibano di rigettare il paese nel caos sembra più vicino.
Desk Asia e Pacifico
Georgia: Mosca non esclude l’intervento militare a difesa di Abhkazia ed Ossetia
A parziale conferma della volontà del governo di Mosca di porre eventualmente in atto contromisure militari è giunta una dura accusa da parte delle autorità di Tblisi. Secondo fonti georgiane, infatti, alcuni giorni fa sarebbe stato abbattuto dalla contraerea russa un Drone che stava sorvolando l’Abhkazia. Non si tratta, inoltre, del primo incidente del genere che avviene nei cieli delle due repubbliche indipendentiste. Tblisi ha più volte cercato di coinvolgere le autorità internazionali al fine di ottenere una condanna di Mosca, ma con scarsi risultati. Del resto le autorità russe si sono affrettate, ogni qualvolta si è verificato un incidente, a declinare ogni responsabilità accusando a sua volta Tblisi di aver architettato il tutto per danneggiare l’immagine della Russia. Secondo Mosca, inoltre, sarebbe il governo georgiano a volere un escalation del conflitto poiché avrebbe insediato una serie di strutture militari ai confini con le due repubbliche indipendentiste, violando gli accordi precedentemente stilati che avevano consentito tra l’altro la dislocazione delle truppe di peace-keeping nell’area. Tuttavia il governo di Tblisi sembrava aver adottato nelle ultime ore una strategia maggiormente conciliante nei confronti di Ossetia del Sud ed Abhkazia. Secondo le autorità di Tblisi sarebbero peraltro le forze di peace–keeping russe ad essere una minaccia per la stabilità dell’area.
Da segnalare, inoltre, che come già accaduto durante l’ultimo vertice NATO la maggioranza dei paesi europei non si è pronunciata sulle dichiarazioni bellicose di Mosca, che va ricordato ha anche riaperto relazioni ufficiali con le due repubbliche indipendentiste georgiane. Diversa è, invece, la relazione di Washington che ha fatto registrare nell’ultimo periodo un rinnovato attivismo nelle repubbliche ex sovietiche. La situazione georgiana sembra, perciò, sempre di più legata a dinamiche internazionali con molti paesi europei che preferiscono non scontentare Mosca da cui dipendono per larga parte del loro fabbisogno energetico e con l’amministrazione Bush che vuole chiudere il suo mandato lasciando un segno nell’ex area di influenza sovietica.
Felice Di Leo
Siria: sale la tensione con Washington sul nucleare
Il Direttore Generale dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) el-Baradei ha criticato la scelta della tempistica della denuncia statunitense. Il nuovo video in possesso degli ufficiali della Casa Bianca mostrerebbe l’edificio poco prima dell’attacco, apportando, secondo le stesse fonti, evidenti prove sia del fatto che il reattore sarebbe stato attivo poche settimane dopo la sua distruzione, sia del coinvolgimento di Pyongyang. I reattori nord-coreani e quello presunto siriano, infatti, avrebbero le stesse caratteristiche.
In questo modo Bush potrebbe voler rassicurare l’ala più oltranzista del suo establishment che, negli ultimi mesi, si è spesso trovata in disaccordo con il Presidente, denunciando la sua linea più morbida in politica internazionale, in vista della scadenza del suo mandato. E’ probabile altresì che Washington intenda, con questa mossa, esercitare maggiori pressioni sul regime nord-coreano. Pyongyang ha infatti annunciato l’anno scorso che avrebbe smantellato le sue infrastrutture nucleari e abbandonato il programma, in cambio di rifornimenti di petrolio. La sua politica è però stata ambigua e non è chiaro se la Corea del Nord abbia realmente rinunciato al nucleare e, soprattutto, gli Stati Uniti temono che possano trasferire la propria tecnologia all’estero. Damasco rientrerebbe in questo piano. Infine, l’accusa statunitense potrebbe essere un chiaro segnale al regime di Teheran, così come allo stesso governo siriano. In un momento in cui gli Stati Uniti non sono in grado di sopportare gli sforzi dell’apertura di un altro fronte di guerra in Medio Oriente, la semplice politica degli avvertimenti potrebbe aiutare a mantenere lo status quo ed evitare pericolose escalation. In questi giorni anche il Primo Ministro turco Erdogan è impegnato in colloqui con la controparte siriana per mediare un eventuale accordo di pace con Israele. Questo testimonia come l’interesse generale sia ancora quello di coinvolgere Damasco nel dialogo, piuttosto che mettere a repentaglio il suo regime.
Stefano Torelli



