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Unione Europea: il no irlandese al Trattato di Lisbona frena la corsa europea a sud-est?

Lo scorso 12 giugno i cittadini irlandesi hanno bloccato, attraverso referendum popolare, il processo di ratifica del Trattato di Lisbona. Il rifiuto di Dublino ha scatenato un acceso dibattito Europeo sul destino del trattato e della stessa Unione. Oltre all’adozione dell’accordo, è infatti in gioco il futuro dell’allargamento dell’Europa a sud-est, ovvero nella regione balcanica. Stando alle prime reazioni, non si procederà a nessun ulteriore allargamento prima che il testo firmato a Lisbona entri in vigore. A Bruxelles, dopo il summit del 20-21 giugno, le parti in gioco sembrano lontanissime da un qualsiasi tipo di convergenza. Intanto Skopje Tirana e Sarajevo attendono gli sviluppi della crisi, nella speranza che le eventuali ratifiche di Irlanda e Repubblica Ceca possano riattivare il loro percorso verso l’ingresso nell’UE.

Nicolò Sartori

Equilibri.net (10 luglio 2008)

Il fronte “No Lisbona, No Enlargement”

Il Presidente francese Nicolas Sarkozy è stato inflessibile nelle dichiarazioni rilasciate a margine del summit Europeo del 20-21 giugno. Finché il Trattato di Lisbona non sarà ratificato, l’Unione Europea sospenderà qualsiasi tappa del processo di allargamento a sud-est; il capo di Stato francese non ha risparmiato critiche alla stessa Unione, in seria difficoltà di fronte alle sfide che impegnano attualmente i 27 membri, e non in grado di fornire rispose politiche adeguate agli interessi dei paesi candidati dell’area balcanica. In questa circostanza la posizione dell’Eliseo ha una valenza cruciale: dal primo luglio, infatti, la Francia ha assunto la Presidenza dell’UE e Sarkozy è fermo nell’utilizzare il suo ruolo istituzionale per orientare la linea politica di Bruxelles durante il semestre a venire.Ufficialmente la volontà del Presidente francese è quella di dimostrare come la battuta d’arresto irlandese sia soltanto un caso isolato, premendo sugli altri paesi membri perché giungano al più presto alla ratifica del testo adottato a Lisbona. Tuttavia c’è chi sostiene che le esternazioni di Sarkozy siano uno stratagemma per procrastinare l’eventuale accesso della Turchia, al quale lo stesso Capo di Stato francese si è fermamente opposto durante tutto il suo mandato.

La posizione francese è stata sostenuta anche dal Cancelliere tedesco Angela Merkel. Berlino, assicurando il proprio impegno nel favorire la ratifica del Trattato di Lisbona in quei sette paesi che devono ancora completare l’iter di approvazione, ha sottolineato come attualmente la base giuridica per l’operatività dell’Unione sia il Trattato di Nizza. Partendo da questa constatazione, il Cancelliere ha fatto notare come tale accordo sia stato predisposto per far funzionare un’Europa a 27 membri, chiudendo esplicitamente le porte ad ogni velleità di allargamento nel breve periodo.L’asse franco-tedesco ha trovato nell’influente Primo Ministro lussemburghese, Jean-Claude Junker, un convinto alleato. Nelle dichiarazioni rilasciate a margine del summit europeo, Junker ha evidenziato come uno degli scopi dell’accordo fosse l’elaborazione di procedure adatte ad affrontare la nuova espansione a sud-est.

Di particolare interesse la posizione espressa dal Presidente del Parlamento europeo, il tedesco Poettering. Nonostante l’emiciclo di Strasburgo sia tradizionalmente la più progressista delle istituzioni europee, il suo Presidente ha ribadito con fermezza che senza l’entrata in vigore del trattato, nessuno dei paesi membri (ad eccezione della Croazia) potrà entrare a far parte dell’Unione.Dichiarazioni poco rassicuranti sul destino dell’Unione arrivano anche da Praga, dove il Presidente euroscettico Vaclav Klaus ha dichiarato “morto” il Trattato di Lisbona immediatamente dopo l’esito del voto irlandese. La Repubblica Ceca è uno degli otto membri che ancora deve ratificare il testo firmato a Lisbona, ma attualmente il contenuto dell’accordo è al vaglio della Corte Costituzionale il cui verdetto non sarà espresso prima del prossimo ottobre. Il fallimento del governo di Praga nella ratifica del trattato, del quale il Primo Ministro Mirek Topolanek sembra essere praticamente certo, rischia di condurre l’Unione in una difficile fase di stallo politico-istituzionale.

Ratifica e allargamento: questioni separate

Nonostante il grande risalto mediatico ottenuto dalle dichiarazioni di Sarkozy, la presa di posizione francese non è stata universalmente condivisa; molti leader europei ritengono sia sbagliato vincolare il processo di allargamento dell’UE alla definitiva adozione del Trattato di Lisbona. Il Ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel, ha sottolineato come gli accordi di adesione con i paesi balcanici siano stati firmati all’unanimità dai membri dell’Unione Europea. La Slovenia, che ha presieduto l’Unione durante il semestre appena conclusosi, ha improntato la politica estera europea sulla stabilizzazione dell’area balcanica e ha lavorato assiduamente per favorire il rapido accesso dei paesi candidati. Tra i membri dell’Unione, Lubiana è indubbiamente quello più coinvolto nelle dinamiche regionali; consapevole del suo ruolo di ponte verso l’instabile area dei Balcani occidentali, il governo sloveno non vuole perdere l’occasione di proseguire verso la normalizzazione della regione garantita dalle eventuali adesioni dei paesi candidati.

Paesi come Finlandia e Lituania hanno offerto il loro sostegno ai giudizi espressi da Rupel. Il Presidente finlandese Tarja Halonen ha dichiarato che il processo di allargamento può tranquillamente proseguire in base al Trattato di Nizza, e ha espresso fiducia nella riuscita del processo anche attraverso i metodi previsti dal vecchio accordo. Dello stesso parere anche il Presidente lituano Valdas Adamkus, che si è detto non disposto ad accettare rallentamenti in tema di allargamento. Adamkus ha inoltre sottolineato che i grandi paesi membri non hanno il diritto di intimorire le nazioni più piccole cercando di bloccare il processo di espansione europea a sud-est. Durante il meeting di Bruxelles è intervenuto anche il Premier polacco Donald Tusk, che chiaramente preso le distanze dalle affermazioni francesi. Tusk ha dichiarato che, sebbene alcuni leader europei ritengano impossibile procedere con l’allargamento dopo il no irlandese, la Polonia rimane convinta che i due processi possano essere portati avanti indipendentemente l’uno dall’altro. Anche il governo austriaco, con particolare riferimento alla Croazia, ha evidenziato come i paesi candidati non possano diventare le vittime del rifiuto irlandese al Trattato di Lisbona.

La convinzione che la questione allargamento ed il rifiuto irlandese al Tratta di Lisbona fossero due questioni separate era stata espressa qualche giorno prima del summit di Bruxelles dal Commissario per l’Allargamento Olli Rehn. Nelle sue dichiarazioni Rehn ha confermato la volontà della Commissione di proseguire il processo intrapreso con i paesi candidati.La Commissione Europea è l’istituzione che conduce i negoziati di adesione e che verifica i requisiti dei paesi candidati; Rehn ha garantito che l’Unione non verrà meno la parola data ai governi balcanici e alla Turchia.

Albania, Bosnia e Macedonia: al posto giusto nel momento sbagliato

L’esito del referendum irlandese e le conclusioni raggiunte al summit di Bruxelles interessano in modo particolare tre paesi candidati dell’area balcanica: Bosnia, Albania e Macedonia. L’incertezza attorno al destino dell’Unione Europea interessa tanto questi paesi quanto gli stati già membri.Le conclusioni adottate dai paesi membri al termine del summit dello scorso 20 Giugno non specificano l’intenzione dell’Unione di avviare entro il 2008 i negoziati per l’accesso della Macedonia. Anzi, il documento finale elaborato a Bruxelles indica per la prima volta la necessità di risolvere la disputa in corso con la Grecia per la definizione del nome ufficiale della repubblica balcanica. La netta posizione assunta da Sarkozy in materia, oltre alle posizioni franco-tedesche in materia di allargamento dopo il no irlandese allontanano la prospettiva di un’adesione macedone nel breve periodo. Il Primo Ministro macedone Nikola Gruevski ha confermato la sua idea di sottoporre la questione del nome ufficiale ad referendum popolare. Tuttavia, non è detto che consultare la popolazione macedone su una questione così delicata non possa avere l’effetto di allontanare ulteriormente Skopje da Bruxelles.

Le conclusioni finali del summit hanno affrontato anche la situazione dell’Albania. A differenza della Macedonia, Tirana ha ancora uno status di paese candidato potenziale; questo ovviamente dilata maggiormente nel tempo la possibilità per lo stato albanese di prendere parte all’Unione Europea. Recentemente, i progressi fatti registrare dal governo di Tirana, hanno spinto l’UE ad aprire il dialogo verso la liberalizzazione del regime dei visti tra lo stato balcanico e l’Unione. Nella dichiarazione conclusiva del meeting, i membri europei hanno salutato positivamente lo sforzo albanese nell’organizzazione di libere elezioni nel 2009. Allo stesso tempo hanno invitato il governo di Tirana ad impegnarsi nei passaggi previsti dagli Accordi di Stabilizzazione e Associazione. Il tutto, sperando che Irlanda e Repubblica Ceca possano ratificare quanto prima il Trattato di Lisbona.

Nonostante il futuro poco roseo prospettato dal Presidente francese Sarkozy, la Bosnia Erzegovina può ritenersi soddisfatta di aver firmato, lo scorso 16 Luglio, gli Accordi di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione Europea. Dopo due anni e mezzo di negoziati con Bruxelles, anche l’ultimo degli stati balcanici ha fatto il primo passo in vista di una completa adesione all’Unione. Già in sede di negoziato il percorso europeo della Bosnia si presentava lungo e difficile: il no irlandese e le esternazioni di alcuni leader europei rendono la strada intrapresa da Sarajevo ancora più in salita. Tuttavia, almeno nel caso bosniaco, l’entusiasmo per il recente successo pone in secondo piano le evidenti difficoltà che caratterizzano il futuro.

Conclusioni

Il futuro dell’Europa e del suo allargamento a sud-est verrà discusso nel prossimo summit che si terrà ad ottobre sotto la Presidenza francese. Nel frattempo il governo irlandese deciderà se indire un nuovo referendum per la ratifica del trattato e la Corte Costituzionale della Repubblica Ceca avrà espresso il suo parere sulla costituzionalità del testo adottato a Lisbona. Dei paesi presi in considerazione in questa analisi, quello più penalizzato da questa fase di stallo politico-istituzionale è certamente la Macedonia. La sensazione è che la strategia di Sarkozy sia atta a rallentare il più possibile il processo di allargamento dell’Unione Europea: in tal modo si spiegano le parole sull’esito del referendum irlandese, ma anche quelle relative alla denominazione ufficiale della repubblica macedone.Albania e Bosnia Erzegovina partono da posizioni più defilate; il loro compito primario sarà quello di concentrarsi sulle riforme dei propri sistemi politico-economici, per farsi trovare pronte quando l’attuale sentimento antieuropeista avrà abbandonato l’Europa.
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