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Weekly Analyses: 32/2009

Africa Centrale: continua il traffico illecito di risorse minerarie - America Latina e Caraibi: in crescita gli Investimenti Diretti Esteri - Indonesia: morto il terrorista più ricercato del paese - Germania: aumenta il livello d'allerta terrorismo in prossimità delle elezioni - Turchia: si cerca di ricucire i rapporti tra Siria ed Iraq,

Equilibri.net (21 settembre 2009)

Africa Centrale: continua il traffico illecito di risorse minerarie

Un recente rapporto pubblicato da Global Witness ha messo in luce le responsabilità delle compagnie minerarie occidentali nello sfruttamento illegale di risorse naturali in paesi come la Repubblica Democratica del Congo. Secondo quanto affermato dall'organizzazione britannica, compagnie come la Amalgamated Metal Corporation (AMC), pur agendo legalmente, alimenterebbero indirettamente il conflitto in corso da anni in questo paese, acquistando le risorse da commercianti senza controllare se questi finanzino i gruppi armati di ribelli.

La regione africana dei Grandi Laghi, che comprende la Repubblica democratica del Congo, l'Uganda e il Ruanda, è ricca di risorse naturali molto pregiate, come l'oro e il coltan. In particolare, quest'ultimo riveste un'importanza strategica per diversi settori industriali, poiché da esso si ricava il tantalio, di fondamentale importanza nella produzione di beni high-tech. Sebbene anche l'Australia, il Brasile e il Canada posseggano il coltan, il Congo detiene l'80% delle riserve mondiali, per di più costituite da depositi superficiali che rendono il minerale in questione facilmente reperibile. Tuttavia l'enorme ricchezza del territorio non è utilizzata per ridurre gli alti livelli di povertà degli stati della regione. In Congo, paese lacerato da anni di guerra civile, i giacimenti di risorse minerarie sono controllati da soldati appartenenti alle milizie ribelli. Nel 2001, la crescita della domanda internazionale di tantalio comportò un forte aumento dei prezzi che consentì ai gruppi ribelli di continuare a finanziare la propria lotta.

La necessità di finanziare i conflitti in corso da parte delle milizie locali ha comportato lo sfruttamento sfrenato delle risorse minerarie presenti della regione dei Grandi Laghi, le cui conseguenze potrebbero essere disastrose. Infatti, oltre a consentire la prosecuzione di conflitti che, in paesi come il Congo, sono alla base dell'instabilità politica e dell'arretratezza economica, l'utilizzo incontrollato dei giacimenti ha già avuto un forte impatto ambientale che potrebbe aggravarsi sempre più. Occorre considerare anche l'eventuale precoce esaurimento dei giacimenti che priverebbe quest'area, già poverissima, di un'importante fonte di profitti. Global Witness si è appellata al governo britannico affinché richieda un intervento delle Nazioni Unite volto all'emanazione di sanzioni nei confronti delle compagnie accusate dall'organizzazione. Emerge l'importanza di interventi che garantiscano maggiore attenzione da parte delle grandi compagnie nell'acquisto di tali risorse, tanto più se si considera che le transazioni commerciali tra compratori e venditori non si avvalgono della mediazione di un mercato centrale ma sono dirette: il successo ottenuto in questi anni dal Kimberley Process per la regolamentazione del mercato dei diamanti ne è un esempio.

Simona Lo Conte

America Latina e Caraibi: in crescita gli Investimenti Diretti Esteri

E’ stato pubblicato pochi giorni fa il World Investment Report, l’inchiesta annuale dell’UNCTAD (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo economico) relativa ai flussi di IDE (Investimenti Diretti Esteri) per l’anno 2008. Nonostante il calo generale a livello globale, si registra per l’America Latina e i Caraibi un aumento complessivo del 13% rispetto all’anno precedente.

Il dato complessivo, in termini assoluti, ammonta a 144 miliardi di dollari. Il risultato positivo va tuttavia analizzato nelle sue componenti specifiche, dal momento che emerge una netta distinzione tra la performance dell’area sudamericana e di quella centroamericana e caraibica. Mentre nella prima si è registrato un aumento di IDE nell’ordine del 29%, nella seconda area il risultato è stato invece un decremento netto del 6%. La ragione principale di questa disparità risiede nel fatto che i Paesi dal canale di Panamà fino al Messico sono molto più dipendenti a livello economico dagli Stati Uniti, da dove la crisi finanziaria ha avuto origine. In particolare è proprio il Messico, che attraverso il NAFTA è strettamente integrato con gli USA, ad aver registrato il decremento maggiore (-20%), con un trend che si manifesta in netto peggioramento anche per quanto riguarda il primo trimestre del 2009. Viceversa, il Paese più virtuoso è stato l’Argentina (+37%), seguita da Cile (+33%) e Brasile (+30%); quest’ultimo, in ragione delle sue maggiori dimensioni e potenzialità, è invece al primo posto in termini assoluti. Per quanto riguarda i settori produttivi maggiormente interessati dagli IDE va annoverata innanzitutto l’industria estrattiva: il brusco calo dei primi mesi del 2009 va letto come una risposta al crollo dei prezzi delle commodities. Differente è la chiave di lettura dei Paesi centramericani, che hanno visto mancare i capitali nei settori manifatturieri destinati ad esportare prevalentemente verso gli Stati Uniti. Si è registrato un aumento complessivo anche per quanto riguarda i flussi di IDE in uscita dalla regione: al primo posto c’è sempre il Brasile, seguito però dal Cile che ha registrato una performance ancor migliore se considerata in termini relativi e con prospettive di crescita sostenuta anche per il 2009.

I dati confermano che l’America Latina ha risentito generalmente in maniera minore della crisi economica globale, colpita essenzialmente da cali di domanda e di disponibilità di capitali esterni alla regione. Tuttavia, l’America Centrale e i Caraibi non possono essere assimilati a quella Meridionale dal punto di vista economico, in quanto il livello di dipendenza dagli Stati Uniti è molto più elevato. Viceversa, Paesi autonomi e dalle economie più diversificate e “mature” come Cile e Brasile dimostrano di avere buone prospettive di sviluppo al termine della crisi.

Davide Tentori

Indonesia: morto il terrorista più ricercato del paese

Il 17 settembre le forze speciali di Giakarta, sono intervenute con un blitz in un'abitazione di Solo, a 350 km dalla capitale. All'interno della casa erano nascosti dei sospetti terroristi: dopo nove ore di assedio, tra colpi d'arma da fuoco ed esplosioni, i poliziotti sono riusciti ad arrestare tre sospetti, mentre altri cinque sembra siano rimasti uccisi. Uno di questi sembra fosse il terrorista malaysiano Mohammed Noordin Top, il numero uno dei terroristi ricercati della regione e l'organizzatore dei maggiori attentati avvenuti in Indonesia dal 2002.Noordin guidava una cellula particolarmente violenta della rete terroristica regionale Jemaah Islamiyah, probabilmente legata ad Al-Qaida. Era considerato il regista dei due attacchi suicidi a due lussuosi alberghi di Giacarta avvenuti il 17 luglio, che avevano provocato 9 morti e oltre 50 feriti. Questi ultimi atti di terrorismo avevano interrotto la tregua che durava da quattro anni nel paese, ossia dal triplice attentato suicida di Bali nel 2005, organizzato sempre da Noordin, il quale era coinvolto anche nella strage del 2002 avvenuta a Bali in una discoteca, in cui i morti erano stati 202.
Secondo molti uno dei problemi maggiori in Indonesia è che la guerra del terrore è una guerra di idee: è solo una minoranza estremista che utilizza la violenza, ma si tratta di una minoranza ben organizzata e molto pericolosa, persone nelle quali le idee estremiste sono profondamente radicate.Questi problemi si aggiungono alle altre fragilità che caratterizzano l'Indonesia: è il quarto paese più popoloso del mondo, con la più ampia comunità musulmana. La democrazia è ancora molto giovane e le recenti elezioni presidenziali ne sono un esempio: all'elezione di Yudhoyono, già in carica nel 2004, sono seguite una serie di accuse di brogli da parte dell'opposizione oltre alla dichiarazione del nuovo presidente nella quale affermava che poteva esserci un collegamento tra gli attacchi terroristici del 17 luglio di Giacarta e gli svariati tentativi di sabotare la sua rielezione.
La morte di Noordin si può dire sia un successo per le autorità indonesiane e in generale per tutta la regione, ma non può far sparire la minaccia del terrorismo da un momento all'altro. A quanto sembra Noordin era il militante più carismatico rimasto: era molto bravo nel motivare i giovani, nel fargli sposare la sua causa. Molto probabilmente quindi la sua morte riuscirà a danneggiare in qualche modo la rete che collega le varie cellule del terrorismo indonesiano, rendendo il paese forse più sicuro, ma non si tratta certo di una vittoria definitiva. Alle operazioni volte a decapitare le organizzazioni terroristiche, dovrebbe, dunque, affiancarsi un'azione culturale volta a contenere il diffondersi dell'ideologia estremista, sottraendo anche il già molto limitato consenso di cui i movimenti terroristici godono.

Elisa Rancati

Germania: aumenta il livello d'allerta terrorismo in prossimità delle elezioni

A meno di una settimana dall'atteso voto in Germania che potrebbe sancire la fine della Große Koalition, l'alleanza governativa tra i socialdemocratici del candidato Steinmeier e i cristianodemocratici del cancelliere Angela Merkel, che dal 2005 guida le redini del paese, anche Al Qaida sembra aver deciso di partecipare direttamente alla campagna elettorale mediante il più tipico dei sistemi e cioè recapitando un video contenenti minacce al canale ARD.

Nel video, della durata di 26 minuti, giudicato autentico dagli esperti d'intelligence, un cittadino tedesco di origini marocchine, identificato come Bekkay Arrach, richiede la fine immediata della missione tedesca in Afghanistan ammonendo l'elettorato a ponderare attentamente la scelta del 27 settembre. Nelle dichiarazioni di Arrach è possibile scorgere una sorta di offerta politico-militare, in quanto l'abbandono dalla Germania “dell'ultimo mujahedeen” è subordinata al ritiro dell'ultimo soldato tedesco del contingente Isaf. I 4.200 soldati tedeschi che operano nel nord del paese e che detengono il comando regionale della regione di Mazar-e-Sharif, hanno alle proprie dipendenze il contingente svedese, norvegese e ungherese e sono stati recentemente obiettivo di una serie di attacchi sferrati nell'area di Kunduz, dopo che il bombardamento Nato del 4 settembre, richiesto da ufficiali tedeschi in seguito ad un'azione dei guerriglieri talebani, ha provocato la morte di un imprecisato numero di civili per stessa ammissione dei vertici militari.

Sul fronte interno va sottolineato come entrambi i candidati alla cancelleria avevano già precedentemente ribadito, nel corso dell'ultimo dibattito televisivo, la volontà di medio termine di ritirarsi dal teatro afgano. Se la cancelliera Merkel ha promesso un ritiro entro il 2013, Steinmeier era sembrato sul punto più concreto promettendo il ritiro di circa 500 soldati dalla base di Faizabad entro il 2011.

Gabriele Parachini

Turchia: si cerca di ricucire i rapporti tra Siria ed Iraq

Il 17 settembre scorso ha avuto luogo ad Istanbul il meeting tra Siria, Iraq, Turchia e Lega Araba. L'incontro era finalizzato a ricucire i rapporti diplomatici tra Siria ed Iraq che si sono deteriorati dopo gli attentati del 19 agosto. Le bombe, infatti, hanno praticamente distrutto il Ministero degli Esteri e delle Finanze della capitale irachena, uccidendo 95 persone e ferendone oltre 500. In seguito a tali eventi, Baghdad ha accusato la Siria di ospitare e proteggere gli autori degli attacchi. L'Iraq sostiene, inoltre, che gli autori degli attacchi nella capitale sono stati addestrati presso i campi di militanti presenti lungo il confine tra Siria ed Iraq. Baghdad accusa quindi la Siria di essere a conoscenza dell'esistenza di tali campi, rendendola quindi complice degli attentati. In seguito a tali dichiarazioni, l'Iraq ha deciso di ritirare il proprio ambasciatore da Damasco. La Siria, offesa dalle accuse infamanti del governo iracheno, ha richiamato a sua volta il proprio ambasciatore.

Al meeting erano presenti i capi delle diplomazie di Siria ed Iraq, Walid Mouallem e Hoshyar Zebari, il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, e il Segretario Generale della Lega Araba (LA) Amur Moussa. Nel discorso di apertura il ministro Davutoglu si è felicitato per la volontà di collaborare espressa da Siria ed Iraq per chiarire i fatti del mese di agosto. Ha espresso poi la propria preoccupazione per la sicurezza e l'ordine pubblico nelle regioni mediorientali dal momento che non è stato solo l'Iraq ad essere attaccato, bensì anche tutti gli altri stati. La Turchia, quindi, incoraggia la creazione di rapporti di fiducia tra i vicini Paesi per realizzare un fronte comune contro il terrorismo. Il segretario della LA Moussa ha espresso la sua preoccupazione per la stabilità della regione ed ha incoraggiato Siria ed Iraq a ritrovare la fiducia reciproca. Secondo Moussa è importante risolvere subito i problemi di ordine e sicurezza nei diversi stati; a tale scopo, ha dichiarato di organizzare un vertice per discutere di questioni politiche, economiche e culturali. Il Ministro degli Esteri turco ha definito il meeting costruttivo per superare le tensioni. Secondo Davutoglu è necessario mantenere un'atmosfera di fiducia. La Turchia continuerà a lavorare per stabilizzare la zona e riportarvi sicurezza e ordine, sono previsti infatti nuovi incontri per far fronte comune contro il terrorismo.

Intanto, Baghdad ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di indagare sugli attentati del 19 agosto. La Siria, dal canto suo, continua a difendersi chiedendo al governo iracheno di fornire prove concrete. Il vertice, quindi, non ha portato ad alcun progresso nella questione. Il portavoce iracheno Ali Al Dabbagh ha detto infatti che non vi è stato alcun passo avanti dal momento che la Siria non ha manifestato la volontà di collaborare. Dal momento che questo incontro non ha portato ad alcuna soluzione, non è detto che gli incontri futuri portino a qualcosa. Prima di tutto, è essenziale che vi sia un rispetto reciproco per porre fine ai problemi che stanno destabilizzando il Medio Oriente.

Roberta Raffaele
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