Maghreb: i rapporti economici con l'Italia
Il Maghreb rappresenta storicamente una regione chiave per gli interessi economici italiani: i Paesi della regione (Libia, Tunisia, Algeria e Marocco) stanno sperimentando una crescita particolarmente sostenuta e offrono numerose opportunità per le aziende italiane, sia dal punto di vista dell’import/export, sia per quanto riguarda gli investimenti diretti o la delocalizzazione. Un discorso a parte merita il settore energetico, comparto chiave in cui le società italiane giocano un ruolo di primo piano, e su cui anche la diplomazia di Roma si è impegnata particolarmente.
Lorenzo Piras
Equilibri.net (25 gennaio 2010)
La stato delle economie maghrebine
A fronte della mancanza di una fattiva cooperazione regionale, e quasi a sottolineare la mancanza di uniformità dell’area, i Paesi maghrebini hanno, seppur singolarmente, da tempo allacciato relazioni economiche di notevole entità con gli Stati Uniti, alcuni Stati europei tra i quali spiccano Francia, Italia e Spagna, oltre all’Unione Europea nel suo complesso, attraverso la Politica Europea di Vicinato (PEV) e il progetto dell’Unione per il Mediterraneo, evoluzione del Partenariato Euro-Mediterraneo. Nonostante la persistenza di tendenze contrastanti ed oggettive difficoltà, il Maghreb resta uno degli sbocchi principali per le iniziative economiche italiane, provenienti tanto dal settore pubblico quanto da quello privato. Le principali aree di interazione tra Roma e la regione nordafricana sono l’import/export, gli investimenti diretti e l’approvvigionamento energetico; altri settori di minore impatto, ma che comunque meritano un’analisi, sono quello delle telecomunicazioni e quello delle rimesse degli immigrati maghrebini residenti in Italia.
L’interscambio Italia-Maghreb: dati e caratteristiche
LIBIA: Secondo i dati del MAE, relativi al 2008, l’interscambio commerciale tra Roma e Tripoli ha raggiunto i 20 miliardi di euro, la cifra più alta tra tutti i Paesi del Maghreb; L’entità di questa cifra è riconducibile in gran parte all’import nel settore degli idrocarburi, che genera un flusso di quasi 15 miliardi di euro all’anno. L’import è dunque dominato, al 98%, dagli idrocarburi e dai prodotto petroliferi grezzi, mentre l’export italiano si concentra soprattutto sui prodotti petroliferi raffinati e su macchinari e tecnologie industriali. Il caso libico ad ogni modo è particolare, dato che sono stati soprattutto i recenti sviluppi diplomatici ad accrescere ed agevolare la presenza economica italiana nel Paese, e sarà preso in esame più dettagliatamente in seguito.
TUNISIA: Stando ancora alle stime del MAE per il 2008, l’interscambio commerciale tra l’Italia e la Tunisia si assesta poco oltre i 5 miliardi di euro. Per Tunisi, l’Italia è il secondo partner commerciale in assoluto, ed infatti il Paese è il secondo mercato più importante del Mediterraneo (dopo la Turchia) per i prodotti italiani; l’import verso l’Italia è fatto soprattutto di prodotti tessili, oli e grassi vegetali ed animali, e prodotti calzaturieri, mentre l’export italiano è diviso principalmente tra macchinari agricoli ed industriali, prodotti petroliferi raffinati e tessuti. In Tunisia gioca un ruolo importante il cosiddetto traffico di perfezionamento, vale a dire l’export temporaneo di prodotti italiani semilavorati perché proseguano o completino la lavorazione in impianti fuori dal territorio nazionale; allo stesso modo, il Paese è una delle destinazioni favorite per quanto riguarda la delocalizzazione, ossia lo spostamento di stabilimenti industriali facenti capo a imprese italiane al di fuori dei confini nazionali, spostamento dovuto principalmente all’abbattimento dei costi di gestione e del personale che in questo modo si ottiene. Attualmente le imprese italiane presenti stabilmente in suolo tunisino sono circa 680. Paese povero di idrocarburi, la Tunisia interessa però le imprese italiane che si occupano di elettricità ed energie alternative: un progetto congiunto italo-tunisino da 2 miliardi di euro, che prevede la posa di un elettrodotto sottomarino dalla capacità di circa 1000 MW e la costruzione di una centrale elettrica nel Paese nordafricano, è in fase di avviamento. Importante per la Tunisia è anche l’indotto generato dalla massiccia presenza di turisti italiani, secondi solo a francesi e tedeschi per numero di presenze.
ALGERIA: L’Algeria è un partner economico di primissimo piano per l’Italia. L’interscambio commerciale 2008 ha superato la notevole cifra di 11 miliardi di euro, con 150 società italiane impegnate su suolo algerino in settori che vanno dall’impiantistica industriale all’agroalimentare, passando per il settore idrico, quello energetico, e quello delle infrastrutture. L’Algeria è il primo fornitore di gas naturale dell’Italia, e difatti la quasi totalità dell’import proveniente da Algeri è composta da idrocarburi; la punta di diamante della presenza economica italiana nel Paese maghrebino è dunque costituita dalle grandi imprese coinvolte nell’estrazione, nella preparazione e nel trasporto di idrocarburi, in primis ENI, ENEL ed EDISON.
MAROCCO: Tra i Paesi del Maghreb, il Marocco è quello che, in proporzione, incide di meno sulla bilancia commerciale: l’interscambio con l’Italia, per il 2008, si ferma a poco più di 2 miliardi di euro, il che è in parte dovuto alla scarsità di risorse energetiche in confronto ai Paesi vicini. L’import/export si basa, rispettivamente, su prodotti d’abbigliamento, ittici e chimici da una parte, e su macchinari industriali e materiale tessile dall’altra. Come accade anche in Tunisia, benché in misura minore, il traffico di perfezionamento ed il turismo sono voci importanti nella bilancia commerciale tra Roma e Rabat.
In coda al dossier sono riprodotte alcune tabelle provenienti dall’annuario ISTAT per il 2008, che fanno riferimento ad alcuni dati ed andamenti generali per tutta l’area nordafricana (incluso l’Egitto). Le cifre della tabella A confermano i dati generali esposti in precedenza: se l’export italiano è basato principalmente su macchinari, componenti meccanici e prodotti petroliferi raffinati, dal Nord Africa partono soprattutto petrolio greggio e gas naturale, per un valore che nel 2008 si avvicina ai 24 miliardi di euro. Altro dato interessante è il trend: il volume tanto delle esportazioni quanto delle importazioni è infatti aumentato costantemente negli ultimi anni. Anche i dati presentati dalla tabella B confermano i medesimi dati generali: assoluta preminenza degli idrocarburi nell’import, dei macchinari per quanto riguarda l’export, e trend positivo con una variazione, tra il 2007 e il 2008, intorno al 32% per quanto riguarda le esportazioni e vicina al 25% per le importazioni. Il nuovo dato, particolarmente significativo, riguarda invece i saldi. Le cifre dimostrano come la bilancia commerciale tra Italia e Nord Africa sia sempre in negativo per Roma; detto in altre parole, l’Italia importa dalla regione più di quanto riesca ad esportarvi. Il saldo perennemente negativo è principalmente dovuto agli ingenti quantitativi di idrocarburi importati, che incidono pesantemente sula bilancia commerciale, ma anche al fatto che nonostante la crescita sostenuta il Maghreb non è ancora in grado di ricevere le merci italiane in quantità tale da pareggiare il saldo.
L’importanza del comparto energetico
Per quanto riguarda la Libia, il legame è ancora più stretto: l’ENI infatti controlla il 50% del Western Libyan Gas Project, in compartecipazione con la compagnia statale libica, la National Oil Corporation (NOC); si tratterà del primo progetto finalizzato all’esportazione del gas libico in Europa, che a pieno regime potrà ricevere 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’ ENI è il primo produttore straniero in Libia, posizione rafforzata recentemente, anche grazie alle strette relazioni tra il governo di Roma e quello di Tripoli: l’azienda italiana ha infatti sottoscritto sei contratti del tipo exploration and production sharing, validi per 25 anni a partire dal 2008, ottenendo così un monopolio de facto sullo sfruttamento delle riserve energetiche libiche. In virtù tanto della posizione geografica, quanto dei rapporti diplomatici storicamente buoni con i Paesi del Maghreb, l’Italia punta a diventare il principale (se non unico) hub attraverso cui le risorse energetiche nordafricane potranno poi raggiungere l’Europa centrale; quest’idea trova la sua collocazione anche all’interno della strategia mirata a diminuire la dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo, aprendo nuovi canali di approvvigionamento che garantiscano al continente l’ingente quantitativo di energie di cui necessita, evitando allo stesso tempo di chiamare in causa, politicamente ed economicamente, Mosca.
Strategie economiche a confronto: PMI o grandi accordi strategici?
Le due strategie di penetrazione economica risultano essere, in fin dei conti, complementari: tanto le PMI quanto le grandi aziende dell’energia presenti nel Maghreb, infatti, beneficiano della relazione particolare tra Roma ed i vari governi dell’area. Tale vicinanza politico/diplomatica, a sua volta, è in gran parte basata sulla persistenza di alcuni accordi economici particolarmente vantaggiosi (come quelli riguardanti gli approvvigionamenti energetici) e sulla mutua convenienza derivante dalla solida presenza imprenditoriale italiana nella regione (per esempio attraverso la delocalizzazione e gli investimenti diretti delle PMI); si viene a creare dunque una sorta di circolo virtuoso che interessa i rapporti politici, gli accordi economici e le relazioni diplomatiche, un circolo che necessita di tutti i suoi componenti per continuare a funzionare. In considerazione di queste dinamiche, il governo di Roma propone una serie di programmi volti ad incentivare ed agevolare gli investimenti delle compagnie italiane in Maghreb: il tramite principale di queste agevolazioni è la Società Italiana per le Imprese all’Estero (SIMEST); una S.p.A. controllata al 76% dal governo e partecipata da banche, associazioni imprenditoriali e di categoria. La SIMEST agevola i crediti all’esportazione, offre finanziamenti a tasso agevolato a quelle imprese che vogliano compiere studi di fattibilità o vogliano investire in mercati esteri (specie extraeuropei e nordafricani), partecipa all’acquisto di società estere da parte di imprese italiane, e, attraverso i 34 milioni di euro del fondo di venture capital FINMED, sostiene gli investimenti delle PMI, soprattutto quelle del meridione, attraverso l’acquisizione di capitale di rischio in imprese miste nei Paesi del bacino mediterraneo.
Questi programmi di garanzia, insieme all’azione diplomatica, si rendono necessari anche a causa di un atteggiamento ambiguo di Paesi come Libia ed Algeria, che se da una parte accolgono di buon grado gli investimenti stranieri (ed italiani in particolare), dall’altra, per motivi di politica interna, fanno spesso leva sul sentimento anticoloniale della popolazione, minacciando per esempio programmi di nazionalizzazione (è il caso della Libia), o ponendo un tetto alla presenza di capitali stranieri nel settore privato nazionale (è il caso dell’Algeria, con un tetto del 40%). Alla luce di queste considerazioni, appare palese l’importanza della strategia di penetrazione economica a doppio binario, PMI da una parte e grandi accordi dall’altra, affiancata da un continuo e sapiente lavoro diplomatico che riesca in qualche modo ad arginare le volubili tendenze dei governi maghrebini; inoltre, proprio in ragione di questa volubilità, è utile che esistano dei programmi di incentivazione e copertura come quelli gestiti dalla SIMEST.
Cooperazione europea o accordi bilaterali? Il partenariato euromediterraneo ed il caso libico
Gli ambiziosi propositi del documento si sono però dovuti scontrare con alcuni fattori: in primo luogo, se ciascuno dei Paesi nordafricani ha un ottimo livello di integrazione economico/politica con i Paesi europei, manca quasi totalmente una cooperazione intergovernativa a livello regionale, nonostante l’esistenza dell’UMA. Inoltre, permangono dei forti legami particolari con le ex potenze coloniali (la Francia per Algeria e Tunisia, l’Italia per la Libia), oltre a una ovvia vicinanza anche economica con Paesi geograficamente più prossimi, come l’Italia; un ulteriore ostacolo al progetto di Barcellona è rappresentato dalla vaghezza del documento e dalla mancanza di proposte e scadenze sostanziali, oltre che dai problemi diplomatici causati dalla proposta di Sarkozy per la creazione di un’Unione per il Mediterraneo, che si è dovuta conciliare coi preesistenti progetti europei. Il ruolo dell’Italia in questo contesto è duplice: pur essendo, infatti, tra i principali fautori del processo di avvicinamento, economico e non, tra le sponde del Mediterraneo, Roma non perde occasione di stabilire con i Paesi del Maghreb delle relazioni particolari in ambito culturale ed economico. L’esempio principale di questa strategia è dato dal recente Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione sottoscritto dal Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e dal Presidente libico Muammar Gheddafi: la stipula del Trattato ha di fatto posto le basi politiche per una presenza quasi monopolistica delle imprese italiane in suolo libico, soprattutto per quanto riguarda il settore energetico.
Col Trattato, da una parte Roma si impegna a versare nelle casse di Tripoli 5 miliardi di euro, sotto forma di investimenti, a titolo di riparazione per il passato coloniale; tali investimenti si concretizzeranno nel finanziamento di alcune opere infrastrutturali i cui appalti saranno poi assicurati ad imprese italiane, oltretutto a condizioni agevolate. Per conto suo, la Libia “si impegna ad eliminare tutte quelle procedure regolamentari che ostacolano e limitano le aziende italiane” (art. 9), impegno particolarmente promettente per le PMI. Non bisogna dimenticare inoltre la già citata serie di contratti sottoscritti dall’ENI che garantiscono all’azienda italiana un monopolio de facto sul gas libico per i prossimi 25 anni, oltre alla creazione di quattro zone franche, di cui la prima, quella di Misrata, sarà pronta entro un anno; la zona franca, istituita su una zona di proprietà del Fondo per gli Investimenti della Banca Centrale Libica, sarà dotata di tutte le infrastrutture, tra cui porto ed aeroporto cargo internazionali, e sarà collegata a Tripoli attraverso una superstrada costiera. A Misrata le imprese italiane godranno di vantaggi fiscali per i primi 5 anni, e potranno importare ed esportare a dazio zero, senza sottostare a nessun obbligo di joint venture con società libiche; gli stanziamenti destinati al progetto da parte del Fondo Libico per l’Investimento Interno e lo Sviluppo ammontano a oltre 11 miliardi di euro. Non è però solo l’Italia a trarre vantaggio dal Trattato. A parte l’ovvio significato diplomatico della manovra, ossia una legittimazione internazionale che il regime di Gheddafi avrebbe difficilmente ottenuto con qualsiasi altro interlocutore, anche per le imprese libiche, soprattutto quelle statali, si aprono le porte de mercato italiano: l’esempio più significativo in questo senso è dato dall’acquisizione del 4,23% di Unicredit da parte di una cordata composta dalla Banca Centrale Libica, dalla Libyan Investment Authority e dalla Libyan Foreign Bank, attraverso cui Tripoli è divenuta di fatto il secondo azionista del gruppo bancario italiano.
L’importanza del contesto politico e sociale
D’altro canto, la situazione del Maghreb non è di per sé ottimale: il rischio terrorismo resta alto, specialmente in Algeria, e il ritardo nel processo di democratizzazione provoca una diffusa instabilità sociale comune a tutti i Paesi dell’area. Entrambi questi fenomeni possono mettere a rischio la buona riuscita dei progetti economici esteri, in particolare italiani, senza contare poi altri molteplici problemi, quali la disastrosa situazione delle risorse umane e delle infrastrutture. Ciò che sembra rappresentare un difficoltà per quanto riguarda i rapporti economici con il Maghreb è soprattutto l’eccessivo divario che separa la regione africana dai suoi partner economici, ed in particolare dall’Italia e dalla Francia: pare che i rapporti economici e politici fino ad ora instaurati non siano riusciti a istituire un meccanismo valido che, oltre a generare profitti per le imprese italiane, fosse in grado di creare quel sostrato economico, politico e sociale, condizione necessaria per uno sviluppo dell’area e per una reale integrazione economica vantaggiosa per entrambe le sponde del Mediterraneo. Questa sarebbe la strada indicata, in embrione, dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995, che però è stata fondamentalmente elusa, se non ignorata, in favore dei vecchi rapporti economici post-coloniali, anche a causa della debolezza delle istituzioni che l’avrebbero dovuta portare avanti.
Tabella B



