Francia - Olanda: due modelli di integrazione in bilico
Gli scontri del marzo scorso a Parigi e Utrecht, che hanno coinvolto quartieri ad alta concentrazione di immigrati, hanno di nuovo portato in primo piano la questione dell’integrazione etnica nei due paesi. Alla luce dei conflitti nelle banlieues francesi del novembre 2005 e dell’uccisione del regista olandese Theo Van Gogh nel 2004, questi ultimi incidenti hanno nuovamente infuocato il diabattito. Le nuove disposizioni normative e le nuove politiche dei governi hanno di fronte una sfida molto difficile.
Eleonora Faina
Equilibri.net (27 aprile 2007)
I fatti olandesi non sono rimasti tuttavia isolati. Nella capitale francese, solo un paio di settimane dopo, il 27 marzo u.s., si è ripetuto un fatto di violenza all’interno della Gare du Nord, stazione ferroviaria di Parigi e snodo di importanti traffici ferroviari europei, che ha coinvolto un immigrato irregolare dal Congo, privo di regolare titolo di viaggio. L’intervento della polizia ha sollevato una serie di reazioni all’interno dei gruppi arabo-africani della città, che si sono scagliati contro le autorità francesi e hanno acceso la violenza nella zona, assaltando esercizi commerciali. Questi due episodi, a breve distanza l’uno dall’altro, richiamano fortemente alla memoria il novembre turbolento del 2005 in Francia, quando una vera tempesta di violenza, tale da richiedere la proclamazione dello stato di emergenza da parte del Parlamento francese, invase Parigi e alcune zone della Francia, avendo come epicentro uno dei municipi di Saint Denis, Clichy-sur-Bois. Ad accomunare gli episodi del 2005 con quelli di oggi in Francia vi è la motivazione degli scontri: l’uso della forza da parte della polizia contro alcuni immigrati. A Utrecht invece è stata una poliziotta probabilmente di origini maghrebine ad aprire il fuoco contro un cittadino olandese. Tuttavia ad alimentare questa sorta di guerra civile rimangono un’accresciuta insofferenza e una costante conflittualità tra cittadini autoctoni e immigrati.
Francia: la crisi del modello d’integrazione esige nuove politiche
Già a seguito dei fatti dell’anno scorso si ritenne opportuno rivedere la politica francese in materia di immigrazione, visti e asilo. L’allora ministro dell’interno dell’UMP Nicolas Sarkozy, attuale candidato al secondo turno alla Presidenza della Repubblica francese, ritenne opportuno farsi portavoce di una politica detta della “tolleranza zero”, che suggeriva un comportamento delle forze dell’ordine molto duro contro violenza e criminalità, nonché di una maggiore stretta nei confronti dell’immigrazione, attraverso un progressivo irrigidimento delle regole d’ingresso.
La storia francese, infatti, è stata sempre caratterizzata da una decisa apertura dei confini ai cittadini immigrati, soprattutto laddove questi ultimi fossero a loro volta cittadini di paesi che erano state colonie francesi. Si pensi in tal senso ai paesi del Nord Africa e dell’Africa equatoriale. Se si considera la ripartizione delle ragioni dell’immigrazione in Francia si vede che, a seguire il 64.3% del ricongiungimento familiare, con il 17.3% ci sono questioni di tipo umanitarie, con l’11.9% la ricerca di un impiego, e con il 6.5% altre motivazioni. In particolare, l’immigrazione in Francia è stata alimentata per lungo tempo dall’ingresso per ricongiungimento familiare. I limiti imposti non erano certo stringenti, e flessibili erano anche le condizioni riguardo la titolarità di un posto di lavoro o di un salario minimo. Proprio tale pratiche hanno negli anni aumentato il numero di cittadini immigrati che, a causa della crescente disoccupazione, infoltivano progressivamente le sacche di povertà nei sobborghi di Parigi e delle altre grandi città. Fra le conseguenze di tale tendenza vi fu anche l’aumento della criminalità, dovuta in gran parte all’attività di associazioni per delinquere che miravano a gestire traffici illegali d’ogni sorta. Le zone intorno alla capitale francese sono attualmente caratterizzate per il profondo divario socio-culturale che le separa dal resto della città, da una povertà marcata e dalla criminalità diffusa. A volte, la stampa transalpina le identifica come aree sulle quali lo Stato ha perso la sovranità, quasi fossero un far west.
Controversa è la questione sul fallimento di questo modello di integrazione, detto “assimilazionista”. Esso, infatti, ha finora rappresentato uno dei valori cardini del repubblicanesimo francese. Pochi paesi come la Francia sono stati aperti all’ingresso di immigrati e al riconoscimento di cittadinanza e residenza in tempi così rapidi e sulla base di elementi che, in altri paesi, non sarebbero stati giudicati sufficienti. Alla base del modello di integrazione francese stava l’idea di un’eguaglianza di fatto, a patto che si mantenesse intatta la laicità dello Stato e l’egemonia dei valori repubblicani.
Da una parte, gli scontri derivano dall’insopportabilità delle condizioni di disagio sociale e disoccupazione cui sono obbligati a sottostare gli abitanti delle banlieues. Nella percezione di questi cittadini, in gran parte di origine maghrebina o dell’Africa nera, il mercato del lavoro francese discriminerebbe coloro con nomi arabi o africani. Per cui anche disponendo di un titolo di studio, trovare un lavoro all’altezza delle aspettative sarebbe per costoro impossibile o quasi.
Dall’altra è innegabile che persistano delle difficoltà anche nell’integrazione bambini figli di immigrati ma titolari di una regolare cittadinanza poiché nati nel territorio. Proprio tra i giovani, infatti, lo scontro comincia a farsi più forte. Uno degli strumenti più consoni a favorire un modello di integrazione è la scuola. Eppure, nelle zone suburbane di Parigi, la concentrazione di studenti immigrati o figli di immigrati è di gran lunga superiore alle aspettative, poiché i figli delle famiglie francesi nate in Francia cercano di trovare scuole in quartieri migliori e meno pericolosi dove iscrivere i propri figli. Il che, di fatto, non fa altro che aumentare l’emarginazione sociale di quanti non hanno la possibilità di allontanarsi dalle aeree di maggiore povertà. Si produce inoltre una sorta di segregazione, che favorisce un percorso didattico adatto ai soli ragazzi immigrati, le cui chances di affrancarsi da una realtà povera si riducono così drasticamente.
Il passaggio dallo stato normativo precedente a quello attuale è, nelle parole del ex-Ministro Sarkozy, l’unico modo per controllare l’integrazione attraverso un più stretto controllo dell’immigrazione. Per venire incontro alle esigenze di ordine e sicurezza il Governo francese e il Parlamento hanno adottato una nuova legge sull’immigrazione e l’integrazione il 25 luglio 2006: questo provvedimento mira in primo luogo a favorire l’immigrazione di cittadini stranieri con adeguati requisiti per essere immessi nel modo del lavoro e facilitare il soggiorno di studenti stranieri (non UE).
La legge ha come obiettivo anche quello di rendere più difficile il ricongiungimento familiare e limitare la possibilità degli immigrati di ottenere la residenza e la cittadinanza. Questa normativa francese, fortemente voluta da Nicolas Sarkozy, rispecchia la convinzione della destra francese che la Francia abbia il diritto di optare per un’immigrazione selettiva, e che questo diritto risieda tra i diritti di sovranità della nazione francese. Ovviamente, l’approvazione della legge ha alimentato il dissenso fra gli immigrati, che considerano troppo rigida la nuova disciplina francese, soprattutto nel limite imposto all’immigrazione per ricongiungimento familiare.
Gli ultimi episodi alla Gare du Nord hanno messo in evidenza, oltre alla persistenza di un problema sul fronte dell’integrazione, la perdita di credibilità della polizia francese che sostenuta da una maggioranza politica che si richiama ai principi di ordine e legalità, non esita nel difendere le forze dell’ordine anche quando le misure intraprese superano di gran lunga le esigenze di normalizzazione e del ripristino dell’ordine pubblico. Se da un lato è facile associare gli episodi di marzo a un conflitto fra immigrati di origine mussulmana e popolazione locale, occorre tuttavia porre bene in evidenza che le azioni di forza delle autorità sono state perpetrate anche contro abitanti di origine cinese. Un episodio significativo in tal senso è stato l’arresto a Parigi, davanti a una scuola, del nonno di un bambino cinese. L’adulto non era in possesso, in quel momento, dei documenti di identità; davanti allo sgomento generale dei testimoni presenti in quel momento, la polizia ha mantenuto una fermezza e una violenza tale da sollevare legittimi dubbi sull’effettiva opportunità di una politica così repressiva nei confronti dell’immigrazione.
Olanda: modello in crisi? La nuova politica sull’immigrazione-integrazione
Inoltre, a differenza di quanto accaduto in altri paesi europei, in Olanda fin dalle origini, si è dato ampio spazio al rispetto delle diversità culturali attraverso la diffusione di canali radio nelle lingue dei cittadini immigrati, nonché attraverso l’istituzioni di strutture scolastiche che potessero contribuire a mantenere in vigore le tradizioni culturali e religiose degli immigrati. Successivamente, l’introduzione di un modello di integrazioni a pilastri che garantiva la rappresentanza di cittadini immigrati all’interno delle strutture istituzionali, ha contribuito a rafforzare l’immagine integrazionista, democratica e all’avanguardia delle politica olandese sull’immigrazione.
La crisi del modello olandese, in realtà, ha cominciato a prendere piede quando l’omicidio del regista Theo Van Gogh ha fortemente scosso gli animi e i sentimenti nazionali. Probabilmente, più che un fatto scatenante, tale evento ha messo in evidenza le profonde contraddizioni del modello olandese di integrazione, denunciandone limiti e fallimenti. Ad essere messa sotto accusa è stata l’integrazione dei musulmani. La questione religiosa nel paese non può essere trascurata: i cittadini di origine musulmana infatti sono circa il 9% della popolazione. In realtà, ciò che sta mandando in pezzi il modello olandese, al pari di quello francese, è innanzitutto l’incapacità di integrare le minoranze del paese nel mercato del lavoro, con grave aumento della loro disoccupazione.
Inoltre, il modello del rispetto dei gruppi etnici, della difesa delle diversità così come fu pensato in passato, ha portato negli anni a una consapevole separazione più che ad una positiva integrazione, con la conseguenza che gli olandesi hanno cominciato progressivamente ad associare all’immigrato le parole povertà, criminalità e disoccupazione. Ciò che ha colpito maggiormente la sensibilità degli osservatori è che il modello tedesco, di cui si è criticata la peculiarità di essere un “non-modello”, si è rivelato sulla lunga distanza assai più efficace di quanto non fosse stato quello olandese: grazie ad un sistema scolastico ed economico aperto la Germania ha maggiormente incentivato l’integrazione dei cittadini stranieri all’interno del mondo del lavoro e quindi il miglioramento delle loro condizioni di vita.
La politica olandese ha quindi dovuto affrontare le questioni dell’integrazione e dell’immigrazione sul piano giuridico e politico. Particolare peso è stato dato al recupero del sentimento di appartenenza alla nazione attraverso la riscoperta della conoscenza della lingua, della società e della storia olandesi in modo tale da coltivare il senso di partecipazione alla cittadinanza. Ad esempio, nel marzo del 2006, è stata approvata la legge che obbliga tutti i cittadini stranieri non-UE che intendano permanere in territorio olandese per un periodo sufficientemente lungo, a svolgere un test di conoscenza della lingua olandese prima di fare ingresso nel paese. Ma questo è stato solo il primo passo di un programma di integrazione assai più rigido. All’inizio dell’anno in corso è stato emanato un Civic Integration Act che subordina il conseguimento dello status di residente allo studio di un “programma di integrazione” che viene valutato sulla base di un esame. Se superato, l’esame si conclude con una vera e propria cerimonia di naturalizzazione presso le municipalità. A ciò si accompagna un rafforzamento della politica del dialogo fra minoranze etniche e rappresentanti politici, del mondo economico e della società civile e religiosa. Lo scopo è colmare i gap che impediscono il pieno inserimento dei cittadini di origine straniera nel mercato del lavoro.
Un ruolo rilevante è stato all’integrazione dei giovani musulmani, a coloro cioè che, come in Francia, avevano mostrato una maggiore incapacità di inserimento all’interno della comunità olandese: proprio verso costoro sono stati ideati programmi per vittime di pratiche discriminatorie e attività per rilanciare l’educazione, l’occupazione e il coinvolgimento all’interno della società olandese.
Il pericolo maggiore, per le autorità olandesi, è che i giovani immigrati musulmani, laddove fallisse il tentativo di recupero e di reinserimento all’interno della società, vadano a ingrossare le fila degli estremisti e esponenti del radicalismo islamico che ha il suo bacino di riferimento proprio tra le frange giovani più povere del paese, sebbene il fenomeno resti contenuto.
Se la Francia ha il suo Sarkozy, anche l’Olanda ha il suo ministro dal pugno di ferro. Il Ministro per l’immigrazione del precedente Gabinetto Balkenende, Rita Verdonk, si è fatta portavoce delle istanze più populiste che mal si conciliavano con la politica del recupero messa in atto dal 2003. La Verdonk ha caratterizzato il suo Gabinetto per il deciso tentativo di ridurre l’immigrazione e di garantire maggiore sicurezza ai cittadini olandesi, stringendo ulteriormente la morsa contro l’immigrazione, la cui politica, a suo parere era stata rilegata in una posizione troppo distaccata.
L’allora ministra, infatti, non ha esitato ad autorizzare la polizia olandese ad assumere una posizione dura nei confronti dei cittadini immigrati che si facessero autori di atti di violenza o di insubordinazione. Le elezioni del 2006, che hanno sancito la vittoria dei Cristiano-Democratici di Jan Peter Balkenende, hanno portato al Gabinetto dell’immigrazione il Ministro Ella Vogelaar. Avendo maturato una decisa esperienza nell’ambito dell’integrazione e dei fenomeni immigratori, la Vogelaar ha assunto su di sé l’impegno a realizzare nell’arco di tempo di 4 anni un piano per l’integrazione civica. Questo dovrà prevedere master e corsi spirituali per futuri Imam, contribuendo in tal modo a migliorare la conoscenza della diversità e quindi della comprensione, e facendo degli imam olandesi un punto di forza e non di debolezza per rafforzare la coesione e il senso di appartenenza.
Il piano del governo, inoltre, mira a stanziare ulteriori fondi per rafforzare la partecipazione economica ( stage retribuiti con il contributo dello stato), a migliorare le condizioni degli alloggi e a smuovere le coscienze nel tentativo di far comprendere alle popolazioni locali l’opportunità in primo luogo economica a che si raggiunga un effettivo grado di stabilità. Quel che è certo è che il Governo mira a ridurre quanto più possibile gli scontri con le minoranze, nel tentativo di recuperare la stabilità sociale e di sostenere l’integrazione delle nuove generazioni.
Le indicazioni della Commissione europea
Recentemente, la Commissione europea ha pubblicato i risultati del secondo rapporto sull’immigrazione e l’integrazione in Europa. Stando ad alcuni dati, nel 2005 la popolazione europea è cresciuta di circa 2 milioni di abitanti (un tasso di crescita basso, solo lo 0.44% annuo) di cui 1.7 milioni sono dovuti all’immigrazione netta. Ciò vuol dire che l’immigrazione rappresenta ancora il principale motore della crescita demografica europea. In particolare, nota il rapporto, molti Stati membri procedono a un progressivo irrigidimento della normativa in materia, alzando ulteriori barriere volte a contenere il flusso migratorio. La mancanza di una politica comune impone peraltro ai singoli Stati il solo rispetto di alcune direttive, come quelle sul ricongiungimento familiare (2003/86/EC del 22 settembre 2003) o sul trattamento nei confronti dei cittadini di paesi terzi che vivono però stabilmente in un paese membro da almeno 5 ani (2003/09/EC del 25 novembre 2003).
Il rapporto insiste che l’integrazione sul mercato del lavoro rappresenti la vera priorità per l’Unione, e che ad essa si accompagni l’accesso totale al sistema scolastico. Inoltre, gli immigrati dovranno vedersi riconosciuti con minori difficoltà i titoli di studio acquisiti in altri paesi. Con particolare riferimento all’Olanda, il rapporto della Commissione fa presente come in questo paese, a proposito di modelli in crisi, si stia passando da un semplice concetto di tolleranza a quello di cittadinanza condivisa. Un passaggio, questo, che conferma la crisi del modello integrazionista olandese così come concepito dagli anni ’70 ad oggi.
Gli episodi di violenza che allarmano i cittadini francesi e olandesi stanno tuttavia dilagando anche in altri paesi europei, a dimostrazione del fatto che troppo frequentemente più che di integrazione si deve parlare di segregazione all’interno. Ed è lì che l’intervento dello Stato e della politica deve essere più massiccio e concreto: probabilmente la chiave di volta sta nel riuscire a coinvoltere pienamente gli immigrati nel sistema economico del paese, favorendo così dignità e diritti al pari dei cittadini autoctoni. Il problema, per ora, è che non vi sono idee chiare su come procedere in tal senso.



