Weekly Analyses – 36/2007
RDC - Uganda: nuova risorsa naturale, nuove ostilità - Venezuela: la visita ufficiale di Mahmoud Ahmadinejad - Myanmar: interventi internazionali per moderare il regime - Belgio: verso la separazione? - Iraq: l'Iran chiude il confine con il Kurdistan iracheno
Equilibri.net (01 ottobre 2007)
RDC - Uganda: nuova risorsa naturale, nuove ostilità
Nonostante gli accordi tra Kinshasa e Kampala sulla gestione congiunta dei “confini petroliferi” lungo il Lago Alberto, seguiti a un primo incidente consumatosi in agosto, un nuovo scontro armato si è verificato nelle acque del lago il 24 settembre, con un bilancio di 6 congolesi rimasti uccisi, tra cui un militare. Repubblica Democratica del Congo (RDC) e Uganda si spartiscono acque territoriali al di sotto delle quali vi sono notevoli riserve di petrolio e gas. Secondo una prima fase di esplorazione condotta della compagnia canadese Heritage Oil & Gas e dell’australiana Hardman Resources, i giacimenti supererebbero le più rosee aspettative. La Heritage Oil & Gas, compagnia estrattiva che si è aggiudicata i diritti per l’esplorazione e l’estrazione di greggio nella sponda ugandese del lago, detiene attraverso il proprio partner britannico Tullow Oil anche una opzione sulla costa congolese.
Le scaramucce, che hanno fatto registrare vittime e feriti in minima parte appartenenti alle forze di sicurezza, sono la punta dell’iceberg di relazioni interstatali che restano tese nonostante l’ufficiale distensione regionale. La presenza di “oro nero” è una fonte d’instabilità aggravata dalla presenza della Heritage, una compagnia abituata ad operare in aree di conflitto. È infatti risaputo che il suo direttore esecutivo e fondatore è Anthony Buckingham, a capo della britannica Sandline International e legato alla disciolta Executives Outcomes (EO), famosaPrivate Military Company (PMC) sudafricana impegnata in operazioni di guerra al fianco di grosse compagnie specializzate nello sfruttamento delle risorse naturali. L’ex maggiore-generale ugandese Salim Saleh, fratellastro del presidente Museveni e ora Ministro per il Microcredito, nella conduzione dei propri affari minerari ha già avuto a che fare con Buckingham, dato che deteneva parte delle quote della PMC Saracen Uganda Ltd, “costola” della stessa EO.L’evidente rischio di una collusione tra interessi privati e nazionali, ricchezza e forze di sicurezza offrono un mix potenzialmente esplosivo. In tutti i casi all’origine degli incidenti vi è stato un battello della Heritage, collocato in acque ugandesi o congolesi a seconda delle versioni. Di certo vi è che i Caschi Blu dell’ONU hanno in effetti sorpreso il 25 settembre l’imbarcazione fuori dallo spazio ugandese, seppure in un episodio rimasto fuori dalle violenze.
Pochi giorni dopo la prima schermaglia del 3 agosto, in una cittadina di confine ugandese è avvenuto un attacco di miliziani provenienti dalla RDC, rimasti però non identificati. Meno di una settimana prima, due militari ugandesi erano stati “trattenuti” da una pattuglia congolese, sostenendo di averli sorpresi in territorio della RDC. Concentrati attorno una frontiera resa calda dai grossi interessi petroliferi, il ciclo di incidenti rischia di aggravare una situazione da anni a costante rischio di conflitto. A differenza di Kampala, Kinshasa non può essere considerata pienamente responsabile di ciò che accade alle proprie frontiere orientali, data l'assenza di controllo sul territorio da parte delle istituzioni congolesi in alcune aree. L’uso troppo disinvolto della forza potrebbe dipendere dunque da iniziative locali, capaci tuttavia di avere conseguenze gravi sulla generale stabilità e sicurezza della regione.
Massimiliano Zanghì
Le scaramucce, che hanno fatto registrare vittime e feriti in minima parte appartenenti alle forze di sicurezza, sono la punta dell’iceberg di relazioni interstatali che restano tese nonostante l’ufficiale distensione regionale. La presenza di “oro nero” è una fonte d’instabilità aggravata dalla presenza della Heritage, una compagnia abituata ad operare in aree di conflitto. È infatti risaputo che il suo direttore esecutivo e fondatore è Anthony Buckingham, a capo della britannica Sandline International e legato alla disciolta Executives Outcomes (EO), famosaPrivate Military Company (PMC) sudafricana impegnata in operazioni di guerra al fianco di grosse compagnie specializzate nello sfruttamento delle risorse naturali. L’ex maggiore-generale ugandese Salim Saleh, fratellastro del presidente Museveni e ora Ministro per il Microcredito, nella conduzione dei propri affari minerari ha già avuto a che fare con Buckingham, dato che deteneva parte delle quote della PMC Saracen Uganda Ltd, “costola” della stessa EO.L’evidente rischio di una collusione tra interessi privati e nazionali, ricchezza e forze di sicurezza offrono un mix potenzialmente esplosivo. In tutti i casi all’origine degli incidenti vi è stato un battello della Heritage, collocato in acque ugandesi o congolesi a seconda delle versioni. Di certo vi è che i Caschi Blu dell’ONU hanno in effetti sorpreso il 25 settembre l’imbarcazione fuori dallo spazio ugandese, seppure in un episodio rimasto fuori dalle violenze.
Pochi giorni dopo la prima schermaglia del 3 agosto, in una cittadina di confine ugandese è avvenuto un attacco di miliziani provenienti dalla RDC, rimasti però non identificati. Meno di una settimana prima, due militari ugandesi erano stati “trattenuti” da una pattuglia congolese, sostenendo di averli sorpresi in territorio della RDC. Concentrati attorno una frontiera resa calda dai grossi interessi petroliferi, il ciclo di incidenti rischia di aggravare una situazione da anni a costante rischio di conflitto. A differenza di Kampala, Kinshasa non può essere considerata pienamente responsabile di ciò che accade alle proprie frontiere orientali, data l'assenza di controllo sul territorio da parte delle istituzioni congolesi in alcune aree. L’uso troppo disinvolto della forza potrebbe dipendere dunque da iniziative locali, capaci tuttavia di avere conseguenze gravi sulla generale stabilità e sicurezza della regione.
Massimiliano Zanghì
Venezuela: la visita ufficiale di Mahmoud Ahmadinejad
Lo scorso 26 settembre si è celebrata a Caracas la visita del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, culminata con l’incontro con il suo omologo Hugo Chávez Frías. Il viaggio in Sudamerica del Capo di Stato iraniano, successivo alla discussa partecipazione all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, rappresenta la sua terza missione sudamericana in un anno, il cui principale obiettivo è controbilanciare l’influenza statunitense nella regione.
I colloqui fra i due Presidenti sono stati molto amichevoli, in quanto hanno avuto da sfondo la difesa dei piani iraniani di sviluppo dell’energia nucleare a fini civili. L’attivismo iraniano nella regione, che coinvolge anche la Bolivia, l’Ecuador e il Nicaragua, preoccupa importanti settori della politica statunitense, che temono la ripetizione del modello cubano di espansione dell’influenza sovietica. Vale la pena ricordare che la scorsa settimana è approdato nel Congresso USA un progetto di legge bipartisan che creerà un fondo di 2,5 miliardi di dollari finalizzato alla riduzione della povertà in America Latina. È ancora poco se si considera che il piano di Chávez prevede aiuti allo sviluppo per 8,8 miliardi di dollari. Gli squilibri della distribuzione della ricchezza nella regione sono alla base della retorica – e del successo – di molti leader populisti. Per quanto riguarda gli aspetti economici, al centro delle discussioni si è collocata innanzitutto la collaborazione in campo energetico. Inoltre, i due governi investono congiuntamente nella produzione di automobili, trattori, manufatti plastici ed edilizia pubblica. Dal 2001, le relazioni bilaterali hanno previsto accordi commerciali del valore di circa 20 miliardi di dollari in potenziali investimenti.
L’approfondimento dei legami politici ed economici fra Iran e alcuni Paesi sudamericani è diventato un tassello fondamentale della strategia di Teheran per rompere l’isolamento imposto dalla comunità internazionale. In tal modo, Ahmadinejad risponde con una presenza diretta in Sudamerica allo storico attivismo statunitense in Medio Oriente mentre, a livello di interscambio economico, l’Iran cerca di differenziare i suoi mercati e di vendere le tecnologie nel settore dell’esplorazione degli idrocarburi.
Roberto Stefanini
I colloqui fra i due Presidenti sono stati molto amichevoli, in quanto hanno avuto da sfondo la difesa dei piani iraniani di sviluppo dell’energia nucleare a fini civili. L’attivismo iraniano nella regione, che coinvolge anche la Bolivia, l’Ecuador e il Nicaragua, preoccupa importanti settori della politica statunitense, che temono la ripetizione del modello cubano di espansione dell’influenza sovietica. Vale la pena ricordare che la scorsa settimana è approdato nel Congresso USA un progetto di legge bipartisan che creerà un fondo di 2,5 miliardi di dollari finalizzato alla riduzione della povertà in America Latina. È ancora poco se si considera che il piano di Chávez prevede aiuti allo sviluppo per 8,8 miliardi di dollari. Gli squilibri della distribuzione della ricchezza nella regione sono alla base della retorica – e del successo – di molti leader populisti. Per quanto riguarda gli aspetti economici, al centro delle discussioni si è collocata innanzitutto la collaborazione in campo energetico. Inoltre, i due governi investono congiuntamente nella produzione di automobili, trattori, manufatti plastici ed edilizia pubblica. Dal 2001, le relazioni bilaterali hanno previsto accordi commerciali del valore di circa 20 miliardi di dollari in potenziali investimenti.
L’approfondimento dei legami politici ed economici fra Iran e alcuni Paesi sudamericani è diventato un tassello fondamentale della strategia di Teheran per rompere l’isolamento imposto dalla comunità internazionale. In tal modo, Ahmadinejad risponde con una presenza diretta in Sudamerica allo storico attivismo statunitense in Medio Oriente mentre, a livello di interscambio economico, l’Iran cerca di differenziare i suoi mercati e di vendere le tecnologie nel settore dell’esplorazione degli idrocarburi.
Roberto Stefanini
Myanmar: interventi internazionali per moderare il regime
La montante protesta della popolazione del Myanmar, innescata all’inizio di settembre da un improvviso aumento dei prezzi della benzina (Cfr. Myanmar: la instabile situazione interna), ha provocato la dura reazione della giunta militare al potere. La svolta subita dall’intensità delle proteste è stata causata dalla mobilitazione dei monaci buddisti, estremamente influenti all’interno della società birmana. Essi hanno coinvolto i cittadini, conducendoli nelle marce in maniera pacifica ma estremamente incisiva. Le minacce dei militari, guidati dal generale Than Shwe, non sono servite ad intimidire i manifestanti. I cortei, durati per undici giorni consecutivi e diffusi in più centri del paese, hanno raggiunto le dimensioni ragguardevoli di diverse decine di migliaia di persone, ponendo una sfida inedita alla rigida dittatura militare. L’ultimo evento di portata paragonabile a quella attuale si è avuto nel 1988, quando la rivolta popolare fu soffocata nel sangue.
Le proteste pacifiche dei monaci hanno messo in seria difficoltà i vertici dell’esercito, i quali hanno esitato a lungo prima di procedere alla soppressione del movimento di protesta in espansione. Ciò è avvenuto il 26 settembre, quando le forze armate hanno attaccato i manifestanti uccidendo dieci persone. Tra esse vi era anche un reporter giapponese. L’accaduto ha suscitato l’indignazione della comunità internazionale, la quale si è espressa con un inasprimento delle sanzioni diplomatiche ed economiche contro il Myanmar. Inoltre la pressione è scaturita anche dall’ONU, ottenendo che il proprio rappresentante, I. Gambari, fosse ricevuto da alti funzionari del governo militare.I colloqui dell’inviato ONU con la giunta si sono estesi anche ai personaggi più in vista della protesta, fatto questo che sottolinea la dissimulata fragilità del regime. Infatti nonostante l’intransigenza dimostrata verso un movimento civile molto ampio e partecipato, l’esecutivo di Than Shwe versa evidentemente in condizioni di estrema debolezza ed è consapevole delle precarie prospettive che attendono il suo apparato statuale.
In questo contesto, molte potenze internazionali fanno pressione sulla Cina affinché porti i militari al dialogo, in virtù degli stretti legami politico-economici che uniscono il gigante asiatico ed il Myanmar. Anche l’ASEAN ha condannato la repressione, paventando rappresaglie economico-commerciali che porterebbero probabilmente al collasso il paese in breve tempo.Le trattative sono ancora in corso mentre la situazione interna rimane estremamente tesa. La momentanea massiccia presenza dell’esercito per le maggiori città dello stato, convive attualmente con frenetici tentativi di mediazione internazionali. Essi potranno avere successo nella misura in cui vi prenderà parte attivamente e in modo determinato Pechino.
Desk Asia e Pacifico
Le proteste pacifiche dei monaci hanno messo in seria difficoltà i vertici dell’esercito, i quali hanno esitato a lungo prima di procedere alla soppressione del movimento di protesta in espansione. Ciò è avvenuto il 26 settembre, quando le forze armate hanno attaccato i manifestanti uccidendo dieci persone. Tra esse vi era anche un reporter giapponese. L’accaduto ha suscitato l’indignazione della comunità internazionale, la quale si è espressa con un inasprimento delle sanzioni diplomatiche ed economiche contro il Myanmar. Inoltre la pressione è scaturita anche dall’ONU, ottenendo che il proprio rappresentante, I. Gambari, fosse ricevuto da alti funzionari del governo militare.I colloqui dell’inviato ONU con la giunta si sono estesi anche ai personaggi più in vista della protesta, fatto questo che sottolinea la dissimulata fragilità del regime. Infatti nonostante l’intransigenza dimostrata verso un movimento civile molto ampio e partecipato, l’esecutivo di Than Shwe versa evidentemente in condizioni di estrema debolezza ed è consapevole delle precarie prospettive che attendono il suo apparato statuale.
In questo contesto, molte potenze internazionali fanno pressione sulla Cina affinché porti i militari al dialogo, in virtù degli stretti legami politico-economici che uniscono il gigante asiatico ed il Myanmar. Anche l’ASEAN ha condannato la repressione, paventando rappresaglie economico-commerciali che porterebbero probabilmente al collasso il paese in breve tempo.Le trattative sono ancora in corso mentre la situazione interna rimane estremamente tesa. La momentanea massiccia presenza dell’esercito per le maggiori città dello stato, convive attualmente con frenetici tentativi di mediazione internazionali. Essi potranno avere successo nella misura in cui vi prenderà parte attivamente e in modo determinato Pechino.
Desk Asia e Pacifico
113 giorni senza governo, e le voci di una divisione del Belgio in due Stati, la francese Vallonia a sud e le Fiandre a maggioranza fiamminga a nord, che diventano sempre più insistenti. Mentre la bandiera nazionale spunta sui balconi della capitale Bruxelles, unica zona del paese ancora biligue, si iniziano a fare ipotesi sull’eventuale assetto istituzionale, tracciando paragoni con la pacifica separazione tra Repubblica Ceca e Slovacca del 1993. C’è anche chi ha voluto vedere in questo processo l’inarrestabile evoluzione di Bruxelles verso una futura “Capitale d’Europa”, dotata di uno statuto di extra-territorialità in una dimensione post-nazionale.
Dopo decenni di sottomissione all’elite francese, negli anni 60 del 900 l’ascesa economica delle Fiandre ha avuto inizio. Successivi processi di revisione costituzionale hanno organizzato il potere su base federale così da rispettare le divisioni linguistiche e sociali: oggi oltre al Parlamento nazionale ne esistono altri 5 su base regionale e comunitaria. Un tale sistema conferisce alle Fiandre una già larga autonomia, che ora molti vorrebbero completa. Con una popolazione di oltre 6 milioni (il 60% del totale) e un tasso di disoccupazione del 9% (contro il 17% della Vallonia), uno stato fiammingo indipendente sarebbe uno dei più ricchi della UE. Yves Leterme, leader del partito nazionalista fiammingo uscito vittorioso dalle elezioni del 10 Giugno scorso, ha ricevuto dal re l’incarico di formare un nuovo governo ma le sue istanze (maggiore autonomia fiscale alle regioni nel settore sanitario, scolastico, della giustizia) risultano inaccettabili per i partiti francofoni e per l’intera Vallonia, la quale pare trarre da un Belgio unito i maggiori vantaggi economici. Il nervosisimo della parte fiamminga rende la propensione per una scelta estrema sempre più verosimile.
Il punto più critico riguarda la capitale Bruxelles: enclave a maggioranza francese in territorio fiammingo, con una vasta immigrazione africana e sede delle istituzioni europee e della NATO, essa appartiene a entrambe le regioni e nessuna sarebbe disposta a rinunciarvi. Proprio la sua presenza potrebbe infine spingere al mantenimento dello status quo. Molto dipenderà anche dall’evoulzione dei rapporti economici sul lungo periodo: le Fiandre, in pieno boom economico, hanno un basso tasso di natalità e carenza di forza lavoro, mentre la Vallonia ha una popolazione più giovane e in crescita e la sua economia è in netta rispresa. Le due regioni potrebbero infine accorgersi di avere bisogno l’una dell’altra.
Elisabetta Sartorel
Dopo decenni di sottomissione all’elite francese, negli anni 60 del 900 l’ascesa economica delle Fiandre ha avuto inizio. Successivi processi di revisione costituzionale hanno organizzato il potere su base federale così da rispettare le divisioni linguistiche e sociali: oggi oltre al Parlamento nazionale ne esistono altri 5 su base regionale e comunitaria. Un tale sistema conferisce alle Fiandre una già larga autonomia, che ora molti vorrebbero completa. Con una popolazione di oltre 6 milioni (il 60% del totale) e un tasso di disoccupazione del 9% (contro il 17% della Vallonia), uno stato fiammingo indipendente sarebbe uno dei più ricchi della UE. Yves Leterme, leader del partito nazionalista fiammingo uscito vittorioso dalle elezioni del 10 Giugno scorso, ha ricevuto dal re l’incarico di formare un nuovo governo ma le sue istanze (maggiore autonomia fiscale alle regioni nel settore sanitario, scolastico, della giustizia) risultano inaccettabili per i partiti francofoni e per l’intera Vallonia, la quale pare trarre da un Belgio unito i maggiori vantaggi economici. Il nervosisimo della parte fiamminga rende la propensione per una scelta estrema sempre più verosimile.
Il punto più critico riguarda la capitale Bruxelles: enclave a maggioranza francese in territorio fiammingo, con una vasta immigrazione africana e sede delle istituzioni europee e della NATO, essa appartiene a entrambe le regioni e nessuna sarebbe disposta a rinunciarvi. Proprio la sua presenza potrebbe infine spingere al mantenimento dello status quo. Molto dipenderà anche dall’evoulzione dei rapporti economici sul lungo periodo: le Fiandre, in pieno boom economico, hanno un basso tasso di natalità e carenza di forza lavoro, mentre la Vallonia ha una popolazione più giovane e in crescita e la sua economia è in netta rispresa. Le due regioni potrebbero infine accorgersi di avere bisogno l’una dell’altra.
Elisabetta Sartorel
Iraq: l'Iran chiude il confine con il Kurdistan iracheno
Lo scorso 24 settembre la Repubblica Islamica Iraniana ha deciso di chiudere i suoi confini con la regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno. Tale decisione, in base alle dichiarazioni ufficiali, sembra essere la conseguenza del recente arresto di un iraniano in territorio iracheno da parte della truppe americane. L'iraniano, arrestato lo scorso 20 settembre, è Agai Mahummdi Firhadi, il quale, secondo i funzionari iraniani ed iracheni, faceva parte di una delegazione commerciale iraniana invitata a Sulaimaniya dal KRG (Governo Regionale del Kurdistan), mentre gli Usa sostengono che Firhadi sia un membro della Forza al-Quds (la forza di élite dei Guardiani ella Rivoluzione iraniani). L’accusa è quella di avere introdotto in Iraq ordigni del tipo EFP (Explosively Formed Penetrator - armi letali, collocate generalmente sul ciglio delle strade, ed utilizzate dagli insorti iracheni contro le forze Usa), nonché quella di addestrare combattenti stranieri che operano in Iraq.
Con la decisione di Teheran il Kurdistan iracheno acquista una maggiore importanza strategica, ponendo nuovi quesiti e problematiche. In realtà l'arresto di Firhadi è solo l'ultimo di una serie iniziata lo scorso gennaio quando i militari statunitensi hanno arrestato ad Irbil cinque iraniani, ufficialmente diplomatici, con l'accusa di essere collegati al corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Se gli Stati Uniti con questa serie di arresti mostrano la loro preoccupazione verso l'intrusione in territorio iracheno di elementi iraniani pericolosi e destabilizzanti per la stessa sicurezza dei militari americani, gli iraniani invece sembra abbiano colto l'occasione per porre le distanze dal pericolo del Pejak, gruppo di separatisti curdi iraniani, le cui basi sono tacitamente accettate sul proprio territorio dal Kurdistan iracheno, e supportate degli Stati Uniti. In tutto ciò bisognerà osservare l'atteggiamento della Turchia, la quale proprio nel corso dell'ultima settimana ha firmato un accordo con il governo iracheno per combattere i ribelli curdi turchi, rifugiatisi anch'essi nel nord Iraq.
Al di là di motivazioni puramente strategiche, coloro che pagano più di tutti la decisione iraniana, sono i Kurdi: basti pensare che circa il 60% dei prodotti esteri consumati in particolare nella regione di Sulaimaniya sono di provenienza iraniana, così come ottanta compagnie commerciali iraniane operano nella regione. Ciò significa che il Kurdistan iracheno sta andando incontro ad una vera paralisi commerciale con una dei suoi maggiori partner nel settore, nonché ad una impennata dei prezzi di molti beni di prima necessità.
Donatella Scatamacchia
Con la decisione di Teheran il Kurdistan iracheno acquista una maggiore importanza strategica, ponendo nuovi quesiti e problematiche. In realtà l'arresto di Firhadi è solo l'ultimo di una serie iniziata lo scorso gennaio quando i militari statunitensi hanno arrestato ad Irbil cinque iraniani, ufficialmente diplomatici, con l'accusa di essere collegati al corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Se gli Stati Uniti con questa serie di arresti mostrano la loro preoccupazione verso l'intrusione in territorio iracheno di elementi iraniani pericolosi e destabilizzanti per la stessa sicurezza dei militari americani, gli iraniani invece sembra abbiano colto l'occasione per porre le distanze dal pericolo del Pejak, gruppo di separatisti curdi iraniani, le cui basi sono tacitamente accettate sul proprio territorio dal Kurdistan iracheno, e supportate degli Stati Uniti. In tutto ciò bisognerà osservare l'atteggiamento della Turchia, la quale proprio nel corso dell'ultima settimana ha firmato un accordo con il governo iracheno per combattere i ribelli curdi turchi, rifugiatisi anch'essi nel nord Iraq.
Al di là di motivazioni puramente strategiche, coloro che pagano più di tutti la decisione iraniana, sono i Kurdi: basti pensare che circa il 60% dei prodotti esteri consumati in particolare nella regione di Sulaimaniya sono di provenienza iraniana, così come ottanta compagnie commerciali iraniane operano nella regione. Ciò significa che il Kurdistan iracheno sta andando incontro ad una vera paralisi commerciale con una dei suoi maggiori partner nel settore, nonché ad una impennata dei prezzi di molti beni di prima necessità.
Donatella Scatamacchia
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