Weekly Analyses – 41/2007
Zimbabwe: l’aggravarsi della crisi politica - Stati Uniti: la risoluzione della crisi diplomatica con la Turchia - Pakistan: dichiarato lo stato di emergenza - Georgia: una doppia sfida per Saakashvili - Turchia: gli sviluppi della conferenza di Istanbul
Equilibri.net (05 novembre 2007)
Zimbabwe: l’aggravarsi della crisi politica
Forte dell’appoggio dello ZANU-PF, il Presidente Mugabe ha confermato la sua candidatura alle elezioni di marzo 2008 nonostante la situazione politica rimanga mutevole ed imprevedibile, con ormai visibili e sempre più marcate spaccature interne in vista del summit di dicembre. Tra i possibili candidati nominati dal Presidente non appare, infatti, il Generale Mujuru, nel 2004 “indicato” come successore alla carica presidenziale dallo stesso Mugabe ed oggi appoggiato con sempre maggior consenso dagli ex membri dello Zimbabwe African People’s Union, la maggiore fazione dissidente del Fronte Patriottico alla ricerca di un governo misto di transizione in grado di risollevare il Paese dalla grave recessione economica ed emergenza sociale.
Spaccature altrettanto evidenti sono riscontrabili all’interno del Movement for Democratic Change (MDC), da tempo diviso, che ha ora subordinato la sua partecipazione alle presidenziali all’esito positivo dei negoziati di Pretoria, appoggiati dalla SADC e mediati dal Presidente sudafricano Thabo Mbeki, oltre che all’immediata cessazione delle persecuzioni perpetrare dal governo contro l’opposizione ed all’organizzazione di elezioni libere e democratiche supervisionate dalla comunità internazionale. Ad oggi i negoziati sudafricani sono sfociati in un nuovo disegno costituzionale, in fase di approvazione, che verosimilmente dovrebbe essere in grado di assicurare una copertura legale al processo di ripresa economica. Nessun accordo definitivo è stato tuttavia raggiunto in merito alla legge elettorale, all’indipendenza della Zimbabwe Electoral Commission ed all’emendamento del Public Order and Security Act, a lungo strumentalizzato dal partito di governo per reprimere l’opposizione.
La bassa affluenza registrata nelle procedure di registrazione dell’elettorato, la mancanza di una sicura previsione relativa alla possibilità di estensione del diritto di voto ai quattro milioni di cittadini migrati e le continue repressioni nei confronti dell’opposizione non lasciano oggi supporre un regolare svolgimento delle vicine elezioni, nonostante le recenti parziali aperture e concessioni. La mancata determinazione della SADC nell’intervenire almeno politicamente e la cauta condotta di Mbeki nel tentativo di mediazione rendono inoltre sempre più difficile l’organizzazione di una “pacifica” transizione post-Mugabe, con inevitabili ripercussioni economiche e sociali, a livello tanto nazionale quanto regionale.
Massimo Corsini
Stati Uniti: la risoluzione della crisi diplomatica con la Turchia
Dopo le tensioni degli ultimi tempi, le relazioni tra Ankara e Washington sembrano avviate ad una stabilizzazione. L’incontro nella capitale turca tra il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice e il Ministro degli Esteri turco Babacan sancisce, secondo quanto dichiarato dai partecipanti, una più stretta collaborazione tra i due paesi e con i membri Nato contro la minaccia del PKK. In quell'occasione, la Rice ha precisato che gli Stati Uniti appoggeranno gli sforzi per sradicare i ribelli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il Segretario di Stato americano ha inoltre tenuto a precisare come l’impegno degli Stati Uniti nell’affrontare la questione dei curdi al fianco della Turchia sarà totale, chiedendo che venga elaborata una strategia comune per sconfiggere un nemico comune. Gli Stati Uniti hanno pubblicamente reso noto di fornire informazioni di intelligence sui movimenti dei ribelli e sulle posizioni dei campi curdi in Iraq del nord: questo lascia presupporre che la Turchia continuerà ad effettuare attacchi mirati con l’implicito assenso statunitense e che si cercherà di limitare al massimo la possibilità di un’invasione massiccia del territorio nel nord dell’Iraq da parte delle truppe turche.
Secondo fonti della Casa Bianca gli Stati Uniti cercheranno di favorire una risoluzione della questione mediante il dialogo tra le parti coinvolte per scongiurare la possibilità che la zona nel nord dell’Iraq a maggioranza curda diventi politicamente instabile e militarmente incontrollabile.Nei prossimi incontri con il premier turco Erdogan e il presidente iracheno Al Maliki, Condoleezza Rice proporrà un piano di intervento che coinvolga anche il governo iracheno, la cui già scarsa credibilità potrebbe essere ulteriormente messa in dubbio da un’esclusione dalle trattative.
Dopo un primo momento caratterizzato da incomprensioni e reciproche accuse sembra che la questione curda possa portare ad un rafforzamento delle relazioni tra Ankara e Washington, che teme non solo le possibili rappresaglie turche in caso di rottura diplomatica ma ancor di più un intervento di Teheran in appoggio alle accuse di Ankara contro il PKK.
Simone Comi
Secondo fonti della Casa Bianca gli Stati Uniti cercheranno di favorire una risoluzione della questione mediante il dialogo tra le parti coinvolte per scongiurare la possibilità che la zona nel nord dell’Iraq a maggioranza curda diventi politicamente instabile e militarmente incontrollabile.Nei prossimi incontri con il premier turco Erdogan e il presidente iracheno Al Maliki, Condoleezza Rice proporrà un piano di intervento che coinvolga anche il governo iracheno, la cui già scarsa credibilità potrebbe essere ulteriormente messa in dubbio da un’esclusione dalle trattative.
Dopo un primo momento caratterizzato da incomprensioni e reciproche accuse sembra che la questione curda possa portare ad un rafforzamento delle relazioni tra Ankara e Washington, che teme non solo le possibili rappresaglie turche in caso di rottura diplomatica ma ancor di più un intervento di Teheran in appoggio alle accuse di Ankara contro il PKK.
Simone Comi
Pakistan: dichiarato lo stato di emergenza
Nella serta di sabato scorso il presidente pakistano Pervez Musharraf ha dichiarato lo stato d'emergenza in tutto il paese e sospeso la costituzione. Centinia di oppositori del regime, inclusi giudici, attivisti per i diritti umani e politici rivali (tra cui Javed Hashmi, il leader esecutivo della Pakistan Muslim League di Nawaz Sharif), sono stati arrestati domenica dalla polizia in un'operazione che ha iniziato ad assumere i contorni di un nuovo colpo di stato. Il Primo Ministro Shaukat Aziz ha infatti già suggerito il rinvio di circa un anno le elezioni parlamentari previste per l'inizio del 2008, mentre le televisioni private sono state oscurate nelle maggiori città, così come la ricezione delle emittenti internzionali quali BBC e CNN.
Musharraf ha motivato le misure adottate come un'azione contro il terrorismo e contro l'“interferenza del potere giudiziario” negli affari del governo. Lo stato di emergenza è stato infatti proclamato poco prima della decisione della Corte Suprema, prevista per il 6 ottobre, sulla legittimtà della recente rielezione di Musharraf a presidente, avvenuta prima che egli abbia abbandonato la carica di Capo dell'Esercito. Bloccati i lavori del potere giudiziario, Musharraf ha immediatamente assegnato l'incarico di Capo della Corte Suprema a Abdul Hameed Dogar, sostituendo il giudice Iftikhar Muhammad Chaudhry che non è stato posto formalmente agli arresti, ma che risulta essere rinchiuso forzatamente nella propria abitazione e sorvegliato dalle forze di sicurezza. Diversi altri giudici hanno giurato sotto lo stato di emergenza e a tutte le corti è stato proibito di avviare processi o emettere sentenze contro il presidente o il governo.
L'ex-primo ministro Benazir Bhutto, rientrata in Pakistan il 19 ottobre dopo aver stretto un accordo con Musharraf che le garantiva immunità dalle accuse di corruzione che l'avevano costretta ad abbandonare il paese, si è per adesso limitata a criticare la recente mossa di Musharraf. La Bhutto avrebbe dovuto condividere il potere con Musharraf grazie ad una sorta di alleanza che le avrebbe garantito di assumere l'incarico di Primo Ministro con le prossime elezioni parlamentari. L'avvicinamento a Musharraf è costo molto alla Bhutto in termini di popolarità e la proclamazione dello stato di emergenza la pone in una situazione ancora più difficile. Tra l'altro, gli arresti non hanno risparmiato numerosi attivisti del suo stesso partito, il Pakistan People’s Party (PPP).Benazir Bhutto deve adesso decidere se opporsi a Musharraf, recuperando popolarità ma abbandonando l'accordo stretto con il Generale, oppure sostenerlo, seppur criticamente nella sperazia di riuscire a tornare al potere.
Desk Asia
Musharraf ha motivato le misure adottate come un'azione contro il terrorismo e contro l'“interferenza del potere giudiziario” negli affari del governo. Lo stato di emergenza è stato infatti proclamato poco prima della decisione della Corte Suprema, prevista per il 6 ottobre, sulla legittimtà della recente rielezione di Musharraf a presidente, avvenuta prima che egli abbia abbandonato la carica di Capo dell'Esercito. Bloccati i lavori del potere giudiziario, Musharraf ha immediatamente assegnato l'incarico di Capo della Corte Suprema a Abdul Hameed Dogar, sostituendo il giudice Iftikhar Muhammad Chaudhry che non è stato posto formalmente agli arresti, ma che risulta essere rinchiuso forzatamente nella propria abitazione e sorvegliato dalle forze di sicurezza. Diversi altri giudici hanno giurato sotto lo stato di emergenza e a tutte le corti è stato proibito di avviare processi o emettere sentenze contro il presidente o il governo.
L'ex-primo ministro Benazir Bhutto, rientrata in Pakistan il 19 ottobre dopo aver stretto un accordo con Musharraf che le garantiva immunità dalle accuse di corruzione che l'avevano costretta ad abbandonare il paese, si è per adesso limitata a criticare la recente mossa di Musharraf. La Bhutto avrebbe dovuto condividere il potere con Musharraf grazie ad una sorta di alleanza che le avrebbe garantito di assumere l'incarico di Primo Ministro con le prossime elezioni parlamentari. L'avvicinamento a Musharraf è costo molto alla Bhutto in termini di popolarità e la proclamazione dello stato di emergenza la pone in una situazione ancora più difficile. Tra l'altro, gli arresti non hanno risparmiato numerosi attivisti del suo stesso partito, il Pakistan People’s Party (PPP).Benazir Bhutto deve adesso decidere se opporsi a Musharraf, recuperando popolarità ma abbandonando l'accordo stretto con il Generale, oppure sostenerlo, seppur criticamente nella sperazia di riuscire a tornare al potere.
Desk Asia
Georgia: una doppia sfida per Saakashvili
Lo scorso 30 ottobre l’ennesimo incidente verificatosi ai confini tra la repubblica separatista dell'Abhkazia e il territorio sotto controllo della Georgia ha riproposto lo scontro tra Mosca e Tblisi. Secondo fonti georgiane, infatti, alcuni soldati russi appartenenti alla forza di peace-keeping attiva nella regione avrebbero sconfinato nel territorio georgiano e attaccato dei poliziotti. Le autorità russe hanno negato qualsiasi loro coinvolgimento ma per i loro omologhi georgiani quanto accaduto confermerebbe che l’obiettivo delle forze russe attive nella regione indipendentista non è garantire la pace ma bensì destabilizzare il governo georgiano.
Per il presidente georgiano Saakashvili le forze di peace-keeping di Mosca svolgerebbero attività illegittime e dovrebbero perciò al più presto lasciare il territorio georgiano. Difficilmente, però, le istanze del governo georgiano troveranno accoglimento a Mosca. A complicare ulteriormente la vicenda si sono inseriti, inoltre, anche avvenimenti di politica interna georgiana. A quattro anni dalla cosiddetta rivoluzione delle rose e dal conseguente insediamento di Saakashvili alla presidenza del paese, infatti, le piazze georgiane si sono nuovamente riempite di manifestanti che questa volta chiedono che le elezioni parlamentari si tengano la prossima primavera, come stabilisce la costituzione, e non in autunno come vorrebbe il presidente. Le due manifestazioni svoltesi fino ad la scorsa settimana hanno condotto in piazza più di 100 000 persone che hanno attaccato duramente il governo, a guidarle sono stati partiti e movimenti vicini all’ex ministro della difesa Okruashvili e al magnate Patarkatsishvili, ex proprietario di un emittente televisiva dichiaratamente contraria al governo.
Nonostante l’avvenimento sia stato stigmatizzato dall’entourage del presidente georgiano ed entrambi i due leader di opposizione, o presunti tali, dovranno ancora lavorare molto per consolidare al propria posizione, le manifestazioni sembrano dimostrare che all’interno della società georgiana sia forte la voglia di cambiamento e anche un leader carismatico come Saakashvili avrà molte difficoltà a riportare i cittadini dalla sua parte. Il consenso popolare sarà, infatti, fondamentale anche per risolvere questioni di politica estera come l’inasprirsi dei contrasti con il potente vicino russo. Una leadership debole riuscirebbe difficilmente a ottenere i risultati sperati e ad allontanare definitivamente il paese dalla sfera di influenza russa.
Felice Di Leo
Per il presidente georgiano Saakashvili le forze di peace-keeping di Mosca svolgerebbero attività illegittime e dovrebbero perciò al più presto lasciare il territorio georgiano. Difficilmente, però, le istanze del governo georgiano troveranno accoglimento a Mosca. A complicare ulteriormente la vicenda si sono inseriti, inoltre, anche avvenimenti di politica interna georgiana. A quattro anni dalla cosiddetta rivoluzione delle rose e dal conseguente insediamento di Saakashvili alla presidenza del paese, infatti, le piazze georgiane si sono nuovamente riempite di manifestanti che questa volta chiedono che le elezioni parlamentari si tengano la prossima primavera, come stabilisce la costituzione, e non in autunno come vorrebbe il presidente. Le due manifestazioni svoltesi fino ad la scorsa settimana hanno condotto in piazza più di 100 000 persone che hanno attaccato duramente il governo, a guidarle sono stati partiti e movimenti vicini all’ex ministro della difesa Okruashvili e al magnate Patarkatsishvili, ex proprietario di un emittente televisiva dichiaratamente contraria al governo.
Nonostante l’avvenimento sia stato stigmatizzato dall’entourage del presidente georgiano ed entrambi i due leader di opposizione, o presunti tali, dovranno ancora lavorare molto per consolidare al propria posizione, le manifestazioni sembrano dimostrare che all’interno della società georgiana sia forte la voglia di cambiamento e anche un leader carismatico come Saakashvili avrà molte difficoltà a riportare i cittadini dalla sua parte. Il consenso popolare sarà, infatti, fondamentale anche per risolvere questioni di politica estera come l’inasprirsi dei contrasti con il potente vicino russo. Una leadership debole riuscirebbe difficilmente a ottenere i risultati sperati e ad allontanare definitivamente il paese dalla sfera di influenza russa.
Felice Di Leo
Turchia: gli sviluppi della conferenza di Istanbul
Dal 2 al 4 novembre si è svolta ad Istanbul la conferenza dei Paesi confinanti con l’Iraq, più gli Stati Uniti, per discutere della sicurezza irachena. Il punto focale dei colloqui è diventato inevitabilmente la questione curda e, nello specifico, la posizione del governo di Ankara nei confronti dei ribelli del PKK rifugiati nel Nord Iraq. Dopo le tensioni dei giorni passati, il Ministro degli Esteri iracheno Zebari, insieme alla Rice, si è impegnato a rinforzare i posti di blocco, incrementare le truppe di stanza nella zona e condurre una lotta più incisiva agli appoggi logistici dei guerriglieri curdi.
L’ipotesi di un’azione congiunta Ankara – Baghdad per debellare la presenza dei militanti del PKK presenti in territorio iracheno lascia il governo turco con molte perplessità. Le autorità centrali irachene non sembrano incidere con forza sulle questioni riguardanti la regione autonoma del Kurdistan, quindi sarebbe necessario un diretto coinvolgimento della componente curda irachena. Per questo, nonostante i segnali di distensione tra la Turchia e gli Stati Uniti dopo le polemiche dei giorni precedenti, il premier Erdogan si è detto ancora intenzionato ad autorizzare l’ingresso in Iraq delle 100 mila truppe schierate al confine. Proprio questo punto sarà al centro dei colloqui che oggi il Primo Ministro turco intratterrà con Bush a Washington.
Nella giornata di ieri sono stati liberati gli 8 soldati turchi rapiti dai ribelli del PKK durante gli scontri di due settimane fa. E’ possibile che questo sia un segnale che gli Stati Uniti, grazie soprattutto alla mediazione delle autorità curde irachene, abbiano effettivamente cercato un compromesso con i guerriglieri con l’obiettivo di scongiurare un attacco diretto della Turchia in Iraq. L’episodio potrebbe allentare le tensioni tra Washington ed Ankara, riportandole su posizioni più vicine, ma d’altro canto potrebbe dare ai curdi del PKK la sensazione di essere coinvolti direttamente nel processo di negoziazione, anche se non ufficialmente. Per questo motivo le opzioni a disposizione di Erdogan sono ancora tutte sul tavolo e la Turchia potrebbe decidere di agire comunque indipendentemente nel Kurdistan iracheno, essendo determinata a non concedere niente ai nemici per non far crescere la loro presenza e influenza nella regione. Al contrario Washington sarebbe più interessata a non creare attriti tra i curdi in Iraq. Questa divergenza di vedute porta Ankara e Washington ad essere ancora lontane da un accordo e lascia aperta qualsiasi soluzione.
Stefano Torelli
L’ipotesi di un’azione congiunta Ankara – Baghdad per debellare la presenza dei militanti del PKK presenti in territorio iracheno lascia il governo turco con molte perplessità. Le autorità centrali irachene non sembrano incidere con forza sulle questioni riguardanti la regione autonoma del Kurdistan, quindi sarebbe necessario un diretto coinvolgimento della componente curda irachena. Per questo, nonostante i segnali di distensione tra la Turchia e gli Stati Uniti dopo le polemiche dei giorni precedenti, il premier Erdogan si è detto ancora intenzionato ad autorizzare l’ingresso in Iraq delle 100 mila truppe schierate al confine. Proprio questo punto sarà al centro dei colloqui che oggi il Primo Ministro turco intratterrà con Bush a Washington.
Nella giornata di ieri sono stati liberati gli 8 soldati turchi rapiti dai ribelli del PKK durante gli scontri di due settimane fa. E’ possibile che questo sia un segnale che gli Stati Uniti, grazie soprattutto alla mediazione delle autorità curde irachene, abbiano effettivamente cercato un compromesso con i guerriglieri con l’obiettivo di scongiurare un attacco diretto della Turchia in Iraq. L’episodio potrebbe allentare le tensioni tra Washington ed Ankara, riportandole su posizioni più vicine, ma d’altro canto potrebbe dare ai curdi del PKK la sensazione di essere coinvolti direttamente nel processo di negoziazione, anche se non ufficialmente. Per questo motivo le opzioni a disposizione di Erdogan sono ancora tutte sul tavolo e la Turchia potrebbe decidere di agire comunque indipendentemente nel Kurdistan iracheno, essendo determinata a non concedere niente ai nemici per non far crescere la loro presenza e influenza nella regione. Al contrario Washington sarebbe più interessata a non creare attriti tra i curdi in Iraq. Questa divergenza di vedute porta Ankara e Washington ad essere ancora lontane da un accordo e lascia aperta qualsiasi soluzione.
Stefano Torelli
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