Weekly Analyses – 17/2008
Nigeria: l’impatto della crisi nigeriana sul rialzo del prezzo del petrolio - Bolivia: il referendum per l'autonomia di Santa Cruz - Cina: aperto il dialogo con i tibetani - Regno Unito: le amministrative relegano i Labour al terzo posto - Turchia: nuovi bombardamenti contro il PKK nel Nord Iraq
Equilibri.net (05 maggio 2008)
Nigeria: l’impatto della crisi nigeriana sul rialzo del prezzo del petrolio
L’ascesa verticale del prezzo del greggio sul mercato internazionale è causata in parte dal calo della produzione nel Delta del Niger, una delle regioni del globo più produttive di idrocarburi, dovuta all’inasprimento della guerriglia locale.
Il movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND), il gruppo ribelle più influente nella regione meridionale della Nigeria, ha ripreso le azioni di guerriglia (attacco alle installazioni petrolifere, sabotaggio degli oleodotti, rapimento del personale delle compagnie di petrolio) dopo una breve tregua (agosto-dicembre 2007) seguita alle elezioni presidenziali di un anno fa. La riapertura della crisi tra MEND e autorità governative coincide con l’arresto di uno dei leaders del MEND, Henry Okah, catturato in Angola nel settembre 2007 ed estradato in Nigeria nello scorso febbraio. Gli insorti, che chiedono la liberazione immediata del loro esponente, hanno lanciato una serie di violenti attacchi (Operazione Ciclone) alle infrastrutture petrolifere, che hanno causato la perdita per la sola Shell di almeno 200 mila barili al giorno (quasi un quarto del proprio output in Nigeria), anche se è molto probabile che questa cifra sia stata sgonfiata dalla compagnia anglo-olandese e dal governo di Abuja per non agitare eccessivamente le già mosse acque della borsa petrolifera. Inoltre, lo sciopero illimitato all’interno della major americana ExxonMobile proclamato a fine aprile dalle sigle sindacali nigeriane per protestare contro i bassi salari ha fermato la produzione di altri 200 mila barili al giorno. Il danneggiamento dell’industria petrolifera è stato calcolato in totale ad un ammontare pari al 15% della produzione petrolifera nigeriana. L’incidenza di questo calo dell’offerta di greggio si è rapidamente ripercossa sugli scambi “future” del greggio, provocando un’impennata generale del prezzo del petrolio.
L’escalation militare del MEND e le ricadute sul comparto petrolifero sembra vadano attribuite all'irrisolta questione dei territori poveri produttori di greggio e della incapacità del governo del presidente Umaru Yar’Aradua, nonostante le iniziali aperture al dialogo con le comunità locali, di trovare un equilibrio nel rapporto tra costi e benefici della ricchezza petrolifera nigeriana.
Alessio Fabbiano
Il movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND), il gruppo ribelle più influente nella regione meridionale della Nigeria, ha ripreso le azioni di guerriglia (attacco alle installazioni petrolifere, sabotaggio degli oleodotti, rapimento del personale delle compagnie di petrolio) dopo una breve tregua (agosto-dicembre 2007) seguita alle elezioni presidenziali di un anno fa. La riapertura della crisi tra MEND e autorità governative coincide con l’arresto di uno dei leaders del MEND, Henry Okah, catturato in Angola nel settembre 2007 ed estradato in Nigeria nello scorso febbraio. Gli insorti, che chiedono la liberazione immediata del loro esponente, hanno lanciato una serie di violenti attacchi (Operazione Ciclone) alle infrastrutture petrolifere, che hanno causato la perdita per la sola Shell di almeno 200 mila barili al giorno (quasi un quarto del proprio output in Nigeria), anche se è molto probabile che questa cifra sia stata sgonfiata dalla compagnia anglo-olandese e dal governo di Abuja per non agitare eccessivamente le già mosse acque della borsa petrolifera. Inoltre, lo sciopero illimitato all’interno della major americana ExxonMobile proclamato a fine aprile dalle sigle sindacali nigeriane per protestare contro i bassi salari ha fermato la produzione di altri 200 mila barili al giorno. Il danneggiamento dell’industria petrolifera è stato calcolato in totale ad un ammontare pari al 15% della produzione petrolifera nigeriana. L’incidenza di questo calo dell’offerta di greggio si è rapidamente ripercossa sugli scambi “future” del greggio, provocando un’impennata generale del prezzo del petrolio.
L’escalation militare del MEND e le ricadute sul comparto petrolifero sembra vadano attribuite all'irrisolta questione dei territori poveri produttori di greggio e della incapacità del governo del presidente Umaru Yar’Aradua, nonostante le iniziali aperture al dialogo con le comunità locali, di trovare un equilibrio nel rapporto tra costi e benefici della ricchezza petrolifera nigeriana.
Alessio Fabbiano
Bolivia: il referendum per l'autonomia di Santa Cruz
Il 4 maggio è stato definito, in Bolivia, il ''D-Day'', per l'importanza dei risultati che usciranno dalle urne di Santa Cruz. La ricca provincia, infatti, ha deciso di indire un referendum per la costituzione di un Governo autonomo, prodromo dell'indipendenza, in netta opposizione con la politica di Evo Morales. Sono circa 900.000 gli aventi diritto che potranno esprimere la loro preferenza nella consultazione, organizzata a dispetto del disconoscimento da parte dell'Esecutivo centrale e del Tribunale Elettorale; stando ai sondaggi degli ultimi giorni, il 78% sarebbe favorevole ad un distacco dal Governo Centrale.Inoltre, secondo le dichiarazioni di Luis Núñez, vicepresidente del Comitato Civico di Santa Cruz, altre città starebbero per seguire l'esempio cruceno: Cochabamba, Oruro, Potosì e, forse, la stessa La Paz.
Se però da un lato le pulsioni separatiste sono tornate alla luce con prepotenza sotto la Presidenza Morales, d'altro canto migliaia di contadini, sostenitori del MAS (il Partito del Capo di Stato) e anti-separatisti non hanno mancato di fare giungere la loro voce a sostegno dell'Esecutivo, giungendo sino a Santa Cruz per manifestare il loro dissenso, ed aumentando il clima di tensione, anche se sinora, tranne alcuni casi definiti da entrambe le parti isolate, non sembrano essersi verificati incidenti di rilievo.Evo Morals ha volutamente sminuito il ruolo del referendum, relegandolo al semplice <<sondaggio>> presso la popolazione, ma la situazione è decisamente più complessa.In primo luogo, la netta separazione tra le aree più favorevoli all'autonomia e quelle fedeli al centralismo è demarcata da una profonda differenza sociale: a favore dei Governo locali, infatti, si trovano quasi tutte le province ricche, segno dell'incapacità del Capo di Stato di mantenere la coesione nazionale mentre metteva in atto le sue misure volte a migliorare le condizioni di vita dei più poveri.
Se si dovesse verificare un vero effetto domino, con l'adozione della strada delle consultazioni per l'autonomia in altre aree, indubbiamente l'intera leadership del Mas verrebbe messa in discussione. L'elezione di Morales, che sembrava essere una scelta a favore dell'inclusività della cittadinanza alla vita istituzionale, riconducendo nell'alveo della politica anche le minoranze, ha invece marginalizzato le classi e le zone più abbienti, mettendo a rischio l'intera compattezza della nazione a favore della quale si era espresso con forza durante la campagna elettorale.
Lucia Conti
Se però da un lato le pulsioni separatiste sono tornate alla luce con prepotenza sotto la Presidenza Morales, d'altro canto migliaia di contadini, sostenitori del MAS (il Partito del Capo di Stato) e anti-separatisti non hanno mancato di fare giungere la loro voce a sostegno dell'Esecutivo, giungendo sino a Santa Cruz per manifestare il loro dissenso, ed aumentando il clima di tensione, anche se sinora, tranne alcuni casi definiti da entrambe le parti isolate, non sembrano essersi verificati incidenti di rilievo.Evo Morals ha volutamente sminuito il ruolo del referendum, relegandolo al semplice <<sondaggio>> presso la popolazione, ma la situazione è decisamente più complessa.In primo luogo, la netta separazione tra le aree più favorevoli all'autonomia e quelle fedeli al centralismo è demarcata da una profonda differenza sociale: a favore dei Governo locali, infatti, si trovano quasi tutte le province ricche, segno dell'incapacità del Capo di Stato di mantenere la coesione nazionale mentre metteva in atto le sue misure volte a migliorare le condizioni di vita dei più poveri.
Se si dovesse verificare un vero effetto domino, con l'adozione della strada delle consultazioni per l'autonomia in altre aree, indubbiamente l'intera leadership del Mas verrebbe messa in discussione. L'elezione di Morales, che sembrava essere una scelta a favore dell'inclusività della cittadinanza alla vita istituzionale, riconducendo nell'alveo della politica anche le minoranze, ha invece marginalizzato le classi e le zone più abbienti, mettendo a rischio l'intera compattezza della nazione a favore della quale si era espresso con forza durante la campagna elettorale.
Lucia Conti
Cina: aperto il dialogo con i tibetani
Le pressioni esercitate su Pechino da parte dell'Occidente sembrano aver sortito gli effetti sperati. La sessione di incontri di domenica e lunedì a Shenzhen tra gli inviati del Dalai Lama con i rappresentanti del governo cinese non sarebbe un evento isolato, ma il primo di una serie. Già questo è un grande risultato, se si considera che dal 2002 si sono tenuti solo sei meeting ufficiali tra delegazioni delle due parti. La data del secondo round non è stata ancora stabilita (ma secondo molti potrebbe essere già mercoledì), e molto dipenderà dalla situazione nelle piazze del Tibet. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa cinese Xinhua, la delegazione cinese avrebbe spiegato che le manifestazioni a Lhasa dello scorso 14 marzo rappresentano dei “nuovi ostacoli” al dialogo sul Tibet. Ma con la fiaccola olimpica ormai “al sicuro” in Cina è probabile che le agitazioni diminuiscano di frequenza e d'intensità, almeno fino ad agosto, quando i giochi prenderanno il via.
Pechino, infatti, non vuole dare l'impressione di essere in qualche modo costretta a sedere al tavolo delle trattative e, sebbene le pressioni politiche provenienti dai paesi Occidentali (che rappresentano, tra l'altro, partner commerciali di grande importanza per la Repubblica Popolare) non possano essere ignorate, il governo Cinese sarà sempre restio a concedere il dialogo se prima non regnerà l'ordine nelle piazze.Quella per il Tibet è in gran parte una battaglia d'immagine per Pechino. Lo testimonia il fatto dei numerosi nazionalisti cinesi mobilitati in diversi paesi per tenere contromanifestazioni durante il passaggio della fiaccola olimpica. Le diplomazie occidentali dovranno, dunque, tener ben presente questo elemento per non rischiare di trovarsi ad un “muro contro muro”. Sicuramente lo sa bene il Dalai Lama che, sebbene possa sembrare paradossale, è stato colui che si è maggiormente impegnato per calmare gli animi, schierandosi contro il boicottaggio delle olimpiadi e le manifestazioni violente.
Per il momento dagli incontri di Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen, rispettivamente rappresentanti del Dalai Lama a Washington e in Svizzera, con Zhu Weiqun e Sitar, entrambi vice ministri del Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito (che riunisce alcuni partiti minoritari legati al Partito Comunista Cinese) hanno portato all'ottimo risultato dell'apertura di un tavolo di trattativa. Resta da vedere se, da parte cinese la porta del dialogo è effettivamente aperta, come dichiarato dallo stesso presidente Hu Jintao, o se si tratta solo di un'abile manovra per tenere la situazione sotto controllo fino al termine delle Olimpiadi. Da parte sua, il Dalai Lama, dovrà ottenere al più presto qualche tipo di risultato concreto, in modo da non rischiare di perdere il controllo delle migliaia di turbolenti giovani tibetani che sembrano aver ormai perso fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione per il Tibet in modo pacifico.
Desk Asia e Pacifico
Pechino, infatti, non vuole dare l'impressione di essere in qualche modo costretta a sedere al tavolo delle trattative e, sebbene le pressioni politiche provenienti dai paesi Occidentali (che rappresentano, tra l'altro, partner commerciali di grande importanza per la Repubblica Popolare) non possano essere ignorate, il governo Cinese sarà sempre restio a concedere il dialogo se prima non regnerà l'ordine nelle piazze.Quella per il Tibet è in gran parte una battaglia d'immagine per Pechino. Lo testimonia il fatto dei numerosi nazionalisti cinesi mobilitati in diversi paesi per tenere contromanifestazioni durante il passaggio della fiaccola olimpica. Le diplomazie occidentali dovranno, dunque, tener ben presente questo elemento per non rischiare di trovarsi ad un “muro contro muro”. Sicuramente lo sa bene il Dalai Lama che, sebbene possa sembrare paradossale, è stato colui che si è maggiormente impegnato per calmare gli animi, schierandosi contro il boicottaggio delle olimpiadi e le manifestazioni violente.
Per il momento dagli incontri di Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen, rispettivamente rappresentanti del Dalai Lama a Washington e in Svizzera, con Zhu Weiqun e Sitar, entrambi vice ministri del Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito (che riunisce alcuni partiti minoritari legati al Partito Comunista Cinese) hanno portato all'ottimo risultato dell'apertura di un tavolo di trattativa. Resta da vedere se, da parte cinese la porta del dialogo è effettivamente aperta, come dichiarato dallo stesso presidente Hu Jintao, o se si tratta solo di un'abile manovra per tenere la situazione sotto controllo fino al termine delle Olimpiadi. Da parte sua, il Dalai Lama, dovrà ottenere al più presto qualche tipo di risultato concreto, in modo da non rischiare di perdere il controllo delle migliaia di turbolenti giovani tibetani che sembrano aver ormai perso fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione per il Tibet in modo pacifico.
Desk Asia e Pacifico
Regno Unito: le amministrative relegano i Labour al terzo posto
Le elezioni amministrative tenutesi in Gran Bretagna hanno fatto segnare una vera e propria disfatta per il partito guidato dal primo ministro Gordon Brown. La tornata elettorale non solo ha fatto segnare una forte impennata dei consensi ottenuti dai conservatori guidati da David Cameron ma ha relegato il Labour al terzo posto, dietro ai liberali. Un risultato che non si registrava dagli anni ’60. Ma forse la sconfitta più amara è stata quella subita da Ken Livingstone per la guida di Londra. L’ex sindaco avrebbe voluto infatti governare la città almeno fino alle Olimpiadi del 2012. Una débâcle che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile. Lo scorso settembre, infatti, i sondaggi davano Brown in vantaggio su Cameron di circa 10 punti. Tanto da far paventare la possibilità per i Labour di indire elezioni anticipate. Dichiarazione rivelatasi poi improvvida visto che a seguito di un peggioramento degli indici di gradimento nei sondaggi lo stesso Brown ha fatto marcia indietro. Una decisione che ha pesantemente intaccato l’immagine dell’ex cancelliere dello scacchiere, già danneggiata dalla lunga vicenda legata alla successione a Blair alla guida del partito e del governo.
Il risultato elettorale si può spiegare probabilmente solo in parte con la crisi economica che ha interessato negli ultimi mesi l’intera economia mondiale e non ha tardato a far sentire i suoi effetti anche in Gran Bretagna. Molti sono stati, infatti, gli errori commessi da Brown negli ultimi mesi che hanno messo in luce la sua scarsa capacità di leadership che lo ha costretto più volte a dover rettificare le sue dichiarazioni. È il caso questo della legge elettorale o della decisione di voler eliminare l’aliquota del 10% sui redditi più bassi al fine di fronteggiare la contrazione dei consumi, salvo poi essere costretto immediatamente a rettificare. Un ruolo importante è stato, inoltre, giocato dalla nazionalizzazione della banca Northern Rock che rischiava l’insolvenza a seguito della crisi dei mutui subprime. Una decisione che ha scatenato pesanti critiche in Inghilterra.
Le elezioni del 2010 non sono, inoltre, così lontane e l’avanzata dei Tories di Cameron dopo aver “espugnato” anche Londra sembra essere inarrestabile. I Labour necessitano, quindi, di una nuova strategia se non vogliono perdere la guida del paese. Una correzione di rotta che non può avvenire senza un chiarimento interno al partito, a prescindere o meno da una nuova leadership. Il risultato del voto è molto probabilmente legato agli errori commessi da Gordon Brown, ma il Primo ministro non è l’unico a dover espiare le colpe della sconfitta visto che la disfatta di Livingstone può essere difficilmente spiegata solo con gli errori commessi da Downing Street.
Felice Di Leo
Il risultato elettorale si può spiegare probabilmente solo in parte con la crisi economica che ha interessato negli ultimi mesi l’intera economia mondiale e non ha tardato a far sentire i suoi effetti anche in Gran Bretagna. Molti sono stati, infatti, gli errori commessi da Brown negli ultimi mesi che hanno messo in luce la sua scarsa capacità di leadership che lo ha costretto più volte a dover rettificare le sue dichiarazioni. È il caso questo della legge elettorale o della decisione di voler eliminare l’aliquota del 10% sui redditi più bassi al fine di fronteggiare la contrazione dei consumi, salvo poi essere costretto immediatamente a rettificare. Un ruolo importante è stato, inoltre, giocato dalla nazionalizzazione della banca Northern Rock che rischiava l’insolvenza a seguito della crisi dei mutui subprime. Una decisione che ha scatenato pesanti critiche in Inghilterra.
Le elezioni del 2010 non sono, inoltre, così lontane e l’avanzata dei Tories di Cameron dopo aver “espugnato” anche Londra sembra essere inarrestabile. I Labour necessitano, quindi, di una nuova strategia se non vogliono perdere la guida del paese. Una correzione di rotta che non può avvenire senza un chiarimento interno al partito, a prescindere o meno da una nuova leadership. Il risultato del voto è molto probabilmente legato agli errori commessi da Gordon Brown, ma il Primo ministro non è l’unico a dover espiare le colpe della sconfitta visto che la disfatta di Livingstone può essere difficilmente spiegata solo con gli errori commessi da Downing Street.
Felice Di Leo
Turchia: nuovi bombardamenti contro il PKK nel Nord Iraq
Il 1° maggio l’aviazione turca ha portato a termine un massiccio attacco aereo mirato a distruggere le infrastrutture dei guerriglieri del PKK e ad eliminarne alcuni membri. L’attacco è stato condotto nella zona montuosa di Qandil, sulla linea di confine con l’Iraq e l’Iran. Nei bombardamenti, stando a dichiarazioni rilasciate dallo Stato Maggiore, sono stati uccisi circa 150 combattenti, tra cui alcuni elementi di spicco. Secondo alcune fonti non ufficiali sarebbe stato ucciso addirittura Murat Karayilan, capo delle operazioni militari del PKK dopo l’arresto di Ocalan, ma la notizia non ha avuto altre conferme.
E’ importante notare come l’attacco sia stato sferrato nella zona confinante anche con l’Iran. A tal proposito, fonti curde in Iraq riportano che il 30 aprile si sarebbe tenuto un incontro tra ufficiali turchi e di Teheran, in territorio iraniano, per definire insieme gli obiettivi e il luogo dell’offensiva. L’Iran condivide con la Turchia il problema legato allo status dei Curdi e, come è successo in Iraq, molti ritengono che in caso di attacco al regime degli Ayatollah la componente curda potrebbe essere fondamentale nel contribuire a destabilizzare e rovesciare l’attuale elite al potere. A parte queste considerazioni, il fatto confermerebbe i buoni rapporti che legano Ankara e Teheran negli ultimi anni, soprattutto per controbilanciare l’influenza statunitense nell’area mediorientale e creare un fronte comune che possa meglio servire gli interessi degli attori regionali.
In quest’ottica Ankara sta riallacciando da ormai un decennio anche i rapporti con Damasco, altro Paese con cui condivide le preoccupazioni per il crescente peso del Kurdistan iracheno. A fronte del nuovo asse Ankara-Teheran-Damasco, il governo di Erdogan deve però tenere in considerazione anche il profondo legame che lo lega all’Occidente e, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza, con Washington. Si spiega così la modalità delle incursioni nel Kurdistan iracheno per stanare i ribelli del PKK, tramite attacchi “mordi e fuggi” condotti per via aerea, piuttosto che con un’incursione di terra che potrebbe portare ad operazioni più lunghe e a combattimenti che rischierebbero di far precipitare la relativa stabilità dell’area. Ciò andrebbe contro gli interessi statunitensi. Infine, i continui attacchi alle postazioni curde in Iraq sono strumentali alla stabilizzazione interna della Turchia, dove l’Esercito spinge per questo tipo di operazioni e l’AKP, timoroso di una messa al bando proprio per le pressioni dei militari, non vuole contraddire eccessivamente questi ultimi. Altre preoccupazioni per Erdogan potrebbero arrivare in futuro da fattori esterni, se si dovesse arrivare ad un più acceso e delineato scontro tra l’asse Hezbollah-Siria-Iran e gli Stati Uniti. In questo caso difficilmente l’attuale diplomazia turca potrebbe continuare a perseguire la sua ambivalenza.
Stefano Torelli
E’ importante notare come l’attacco sia stato sferrato nella zona confinante anche con l’Iran. A tal proposito, fonti curde in Iraq riportano che il 30 aprile si sarebbe tenuto un incontro tra ufficiali turchi e di Teheran, in territorio iraniano, per definire insieme gli obiettivi e il luogo dell’offensiva. L’Iran condivide con la Turchia il problema legato allo status dei Curdi e, come è successo in Iraq, molti ritengono che in caso di attacco al regime degli Ayatollah la componente curda potrebbe essere fondamentale nel contribuire a destabilizzare e rovesciare l’attuale elite al potere. A parte queste considerazioni, il fatto confermerebbe i buoni rapporti che legano Ankara e Teheran negli ultimi anni, soprattutto per controbilanciare l’influenza statunitense nell’area mediorientale e creare un fronte comune che possa meglio servire gli interessi degli attori regionali.
In quest’ottica Ankara sta riallacciando da ormai un decennio anche i rapporti con Damasco, altro Paese con cui condivide le preoccupazioni per il crescente peso del Kurdistan iracheno. A fronte del nuovo asse Ankara-Teheran-Damasco, il governo di Erdogan deve però tenere in considerazione anche il profondo legame che lo lega all’Occidente e, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza, con Washington. Si spiega così la modalità delle incursioni nel Kurdistan iracheno per stanare i ribelli del PKK, tramite attacchi “mordi e fuggi” condotti per via aerea, piuttosto che con un’incursione di terra che potrebbe portare ad operazioni più lunghe e a combattimenti che rischierebbero di far precipitare la relativa stabilità dell’area. Ciò andrebbe contro gli interessi statunitensi. Infine, i continui attacchi alle postazioni curde in Iraq sono strumentali alla stabilizzazione interna della Turchia, dove l’Esercito spinge per questo tipo di operazioni e l’AKP, timoroso di una messa al bando proprio per le pressioni dei militari, non vuole contraddire eccessivamente questi ultimi. Altre preoccupazioni per Erdogan potrebbero arrivare in futuro da fattori esterni, se si dovesse arrivare ad un più acceso e delineato scontro tra l’asse Hezbollah-Siria-Iran e gli Stati Uniti. In questo caso difficilmente l’attuale diplomazia turca potrebbe continuare a perseguire la sua ambivalenza.
Stefano Torelli
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